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L'Irriverente

"Non prendete la vita troppo sul serio, comunque vada non ne uscirete vivi" [Robert Oppenheimer]

Editoriale-Solo Novembre 2019

di Gianluca Berno, 7 novembre 2019.

Eco-drammi

Oikonomìa, letteralmente il «governo della casa», è il termine che i Greci antichi usavano per riferirsi alla gestione del patrimonio e a tutte quelle attività che permettono di avere una casa presentabile; non sia mai che, venendo qualcuno, trovi la polvere sui mobili. La colossale multinazionale francoindiana Arcelor-Mittal ha trovato ben altro che polvere, il giorno in cui lo Stato italiano l’ha invitata a prendere un tè… e la più grande acciaieria in Europa. A chi scrive non importa assolutamente nulla di capire chi, tra il Governo di casa nostra e la megaditta estera, stia agendo in malafede. L’obiettivo di queste righe è andare oltre e più a fondo nell’intera questione.

L’ILVA, che a Taranto ha – per ora – il suo più grande stabilimento, un tempo era proprietà dello Stato, attraverso l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI); questo, fondato dal signor M. quando si era reso conto che perseguire politche liberiste non ci avrebbe mai fatti uscire dalla crisi del ’29, era arrivato a essere, prima della sua privatizzazione, la settima azienda mondiale. Sì, perché pare che l’Italietta della liretta fosse la quarta fra le potenze industriali, prima che si decidesse di portarla, com’è ora, a un passo dal baratro, in nome dell’Europa – avete presente l’Europa, quella cosa che è stata immaginata per la prima volta nel ‘700 dagli illuministi, e che è fallita nel 1914 con la Grande Guerra? Ecco. Prodi dismesse l’IRI, come ammette candido oggi, trent’anni dopo, non perché avesse dei problemi, ma unicamente perché l’Unione Europea gliel’aveva chiesto. Cominciamo da qui, dal primo errore gravissimo di una classe politica indecentemente subalterna a tutto ciò che è straniero, perché imbevuta di autorazzismo. Dismettere un’azienda pubblica in grado di competere ai più alti livelli, pur non essendo neanche tenuta a farlo, è una pura e semplice follia, e lo dico nel senso dantesco del termine: un’azione che, non essendo assistita dalla Grazia divina – o, come qui, anche solo dall’umano raziocinio – è destinata a produrre catastrofici fallimenti, orride sofferenze sociali e la dannazione eterna. Quello che sta succedendo oggi all’ILVA, in una parola.

Tutte le scemenze sul mondo globalizzato che è andato troppo avanti per tornar indietro siano lasciate fuori dai commenti sotto quest’articolo – sarebbe bello chiacchierare un po’ con i lettori, solo per sapere se io davvero stia scrivendo qualcosa d’interessante. Per quanto globalizzato il mondo possa essere, lo è solo perché i suoi governanti hanno voluto che lo fosse; e come lo hanno voluto, possono anche smettere di volerlo, se si rendono conto dei danni che ciò ha causato a tutti. Insomma, l’ha capito Trump: ci può arrivare chiunque. La fola sul processo inarrestabile e irreversibile, calato dal cielo perché Deus vult, raccontatela a qualche altro pollo, per cortesia. Leggete bene quanto segue, perché scrivo a ragion veduta: entro non molti anni le frontiere verranno richiuse e gli Stati torneranno ad affermare il sacrosanto diritto di decidere chi entra, chi esce e in quale maniera potrà farlo; e questo succederà solo perché la libera circolazione d’uomini e merci è una cosa stupida; lo è sempre stata e lo sarà sempre, ma per quarant’anni ce l’hanno venduta come il futuro dell’umanità.

Non voglio però nascondervi nulla. Coloro che ci hanno truffati in questa maniera sono ora prigionieri delle loro stesse menzogne: ammettere d’aver mentito allora li darebbe in pasto alla folla inferocita, che avrebbe tutti i motivi di linciarli – non le giustificazioni, sia chiaro; solo i motivi. Il signor M., quando capì che il liberismo ci aveva gettati in una crisi senza precedenti, poté sfruttare la sua posizione di dittatore: licenziò i consiglieri che gli avevano suggerito di agganciare la lira alla sterlina, causando una contrazione dei salari tra il 15 e il 20%, rimise l’economia sotto il parziale controllo dello Stato, spese un sacco di soldi in opere pubbliche per rilanciare l’occupazione; e nessuno lo tacciò d’incoerenza, dato che al signor M. non piaceva essere contraddetto. Nessuno oggi ha tanto potere da potersi smentire senza che nessuno glielo rinfacci – e meno male! Ma la paura di fare la prima mossa spingerà i Governi a uno stillicidio di problemi che si accumulano, fino alla loro deflagrazione nel peggiore dei modi possibili. Allora la globalizzazione sembrerà finire da sola, e non per volontà loro, così come era sembrato che da sola si avviasse; ma le spese saranno tutte a carico nostro, ancora una volta.

Guardiamoci intorno: il mondo è una polveriera; i popoli si ribellano a un progresso che non hanno chiesto e che li sta uccidendo – dato che non è progresso, ma solo una diversa maniera di sfruttarli. Intanto, vieniamo a sapere, tutt’a un tratto, che nell’ultimo anno la Deutsche Bank ha guadagnato poco più di centotrenta milioni, a fronte di una perdita di oltre seicento milioni. Non è un caso isolato, ma la plastica dimostrazione di quello che la Germania ha sempre nascosto: di essere il Paese più corrotto ed economicamente fragile d’Europa, lacerato da immani squilibri tra un Sud-Ovest molto ricco e un Est alla canna del gas, capace di sopravvivere solamente sfruttando il cambio fisso dell’euro come arma nel commercio con i suoi alleati. Una situazione simile si sta rivelando deleteria per lo stesso popolo tedesco, che infatti non ha più tanta fiducia come prima in zia Angela; ora il problema del resto dell’Eurozona è sopravvivere quanto basta perché sia la Germania a svegliarsi e uscire per prima dall’euro; poi sarà facilissimo per chiunque, anche per la nostra bistrattatissima Italia, vittima dei luoghi comuni più che dei suoi reali problemi, tornare alle sacrosante valute nazionali.

Il problema è: quanto tempo dovremo resistere in queste condizioni? Ce la faremo? E lo Stato avrà il coraggio di ammettere che gli «investitori stranieri» non portano i soldi in Italia per carità, ma spendono dieci oggi per portare via cento domani? E avrà quindi la risolutezza di cacciarli via tutti, com’è giusto, e mettere gli italiani nelle condizioni di investire in Italia? L’ILVA tornerà mai a essere quello che dev’essere, ossia un’azienda del popolo per il popolo, bonificata e rimessa in funzione dallo Stato per migliorare la nostra economia e non solo le tasche di qualcuno? Tutte domande alle quali arriverà presto una risposta, perché una sola cosa è certa: prima o poi non si potrà più nascondere la polvere sotto il tappeto.

Editoriale-Ottobre/Novembre 2019

di Gianluca Berno, 4 novembre 2019

Stat, magni nominis Umbria

Secondo le indiscrezioni che gironzolano in rete, pare che finora i soli nomi realmente implicati nel caso dei danari russi a Salvini siano quelli di Giuseppe Conte e di Matteo Renzi. Cose splendide che succedono solo nel bel Paese dove il sì suona; ma alla battuta non seguirà una trattazione puntuale della faccenda, in vero un po’ ridicola fin da quando è apparsa sui giornali: basti osservare che questo caso rischia di scoppiare in faccia all’esecutivo Giallo-Fucsia – di rosso, qui, vedo solo i visi infuriati di certi intellettuali ed elettori del centrosinistra, i quali hanno sfogato su Internet un odio razziale e un tantinello fascista contro chi, tra gli Umbri, ha osato votare il centrodestra. Continua a leggere “Editoriale-Ottobre/Novembre 2019”

Milano d’estate

di Gianluca Berno

In contrasto con la stagione e nell’àmbito della Sinfonia Urbana, pubblico un giochetto poetico/linguistico: la versione milanese ed estiva di Quando calienta el sol, canzone del ’62 con la quale si volle sfruttare in Italia il successo della musica spagnola – a riprova del fatto che certe cose non cambiano mai…

Quand te violenta el sol
a metà luglio,
che dal calore me moeur
anch el piccion,
va’ ti a ciappà el tram,
al Verzér co i dané;
passa a le du in front al Dom
senza el cappell…
quand te violenta el sol!

L’anniversario

di Gianluca Berno

In occasione di Halloween mi cimento anch’io con un genere del quale non mi sento per nulla pratico; ma magari a qualcuno piacerà questa storia… Continua a leggere “L’anniversario”

La festa di Halloween

di Tatiana Bonotto

Cari lettori, in occasione di Halloween ospito un’autrice che mi ha mandato un bel racconto a tema. Spero vi piaccia, buona lettura! Continua a leggere “La festa di Halloween”

Elogio delle frontiere

di Gianluca Berno

Un giorno di duemilacinquecento anni fa, in Grecia, il filosofo Eraclito faceva due passi in riva a un fiume; e mentre guardava l’acqua scorrere sotto il ponte, notò che nello stesso fiume non passava mai la stessa acqua: al contempo era e non era lo stesso fiume. Ma se cambiava continuamente, perché agli occhi della gente rimaneva sempre quel fiume, con quel nome? Che cosa permette alle cose, che pure divengono incessantemente, di rimanere sé stesse? Continua a leggere “Elogio delle frontiere”

Satire/39

di Gianluca Berno

Eco-macelleria sociale

Dopo l’ennesima pagliacciata pseudo-ambientalista del venerdì, propongo un’altra lettura del problema, basata sul fatto che i Paesi in cui s’inquina di più sono la Cina, l’India e le aree più industrializzate dell’Africa. Non è colpa dei popoli che lì abitano, ma delle grandi multinazionali occidentali, che producono lì perché possono sfruttare i lavoratori e versare i rifiuti in mare. La bellezza della globalizzazione… Continua a leggere “Satire/39”

Sonetti nazionali/9

di Gianluca Berno

Cari lettori, dopo tanto tempo ho voluto rinverdire il filone dei Sonetti nazionali – gli altri dei quali si trovano in questa pagina. Dopo la Grecia, ho deciso di andare oltreoceano… Continua a leggere “Sonetti nazionali/9”

Editoriale-Settembre 2019

di Gianluca Berno, 5 settembre 2019

Morto un Conte, se ne fa un altro (?)

Signor Presidente – già, ma sarà il titolo giusto? Insomma, se la guardiamo dal punto di vista dell’esecutivo in via di dismissione, dovrei chiamarla «Signor Presidente uscente», «Signor ex Presidente»; se invece la guardiamo dal punto di vista di un Governo costituendo, ancora privo di una fiducia parlamentare, dovrei rivolgermi a lei come al «Signor Presidente in potenza» o al «Signor quasi Presidente». O dunque? Sa, allora, che cosa faccio, giacché chiamarla «Signor Conte» fa tremendamente Ancien Régime? Intesto così –

Signor Interim, anzi –

Signor Limbo,

leggiadramente sorvolo sulle felicitazioni per il possibile secondo incarico, che fin troppa gente Le ha fatto anzitempo: gente quasi sempre del tutto estranea alla nostra Nazione, digiuna affatto d’affari italiani e talvolta implicata in trascorsi non per forza onorevoli – il che è condizione frequente, quando si è a capo di Governi o Stati. Altrettanto fuggevole sarà il mio accenno al voto appena conclusosi sulla piattaforma Rousseau, quello in cui la base del Movimento 5 stelle, il maggior sostenitore della Sua ricandidatura, era stata consultata sull’opportunità dell’alleanza con il Pd. Mi limiterò a citare il Marcotti che, sul suo canale YouTube Finanza in chiaro, ha affermato più o meno: «Se volevano fare una schifezza, l’hanno fatta enorme». La domanda era chiara e, in condizioni di vera democrazia diretta, avrebbe prodotto un plebiscito contro l’alleanza malefica; perciò, il Movimento ha pensato bene di ribaltare le risposte: pare che, votando No, l’iscritto di turno si vedesse comparire una finestrella con scritte come «Grazie per aver votato Sì» o «Hai selezionato Sì, continuare?». Il risultato è stato a dir poco bulgaro: circa l’80% di Sì. A occhio, una tornata elettorale nel mondo reale che finisse veramente così solleverebbe come minimo qualche vago sospetto.

Più il tempo passa e le notizie si affastellano, più mi convinco, signor Limbo, che questo esecutivo giallo-rosso (o giallo-fucsia, secondo la definizione del Fusaro) sia in verità non solo un vile attacco di Macron alla sovranità italiana, finalizzato a eliminare l’ostacolo che noi rappresenteremmo all’allungamento dei tentacoli francesi sull’Africa (cfr. Sapelli) ma soprattutto il capolavoro politico di Salvini.

«Ma come?» mi dirà Lei. «L’abbiamo ostacolato per mesi approfittando del fatto che io e Tria andavamo a negoziare con l’Europa (anche sulla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità) in sedi non ufficiali, così che il Parlamento non avesse a disposizione alcun verbale da consultare; l’abbiamo costretto a fare la figura del deficiente che prima tenta il colpaccio e poi ritira la mozione di sfiducia all’ultimo, capendo che è stato incastrato; ci siamo messi assieme Pd e 5s (il partito che voto e quello che mi vuole) a scapito suo e ora è fuori, all’opposizione, dove può solo sbraitare…»

Appunto. Non mi risulta che Salvini sia passato dal 4% del 2013 al 17% del 2018 mentre governava; non mi risulta che il Movimento 5 stelle abbia accresciuto la propria base di elettori dal 25% del 2013 al 34% del 2018 facendo parte d’un esecutivo. Mi risulta, invece, che il Pd sia passato proprio governando dal 40,8% delle Europee 2016 al 18% del marzo 2018. Mi risulta anche che i grillini abbiano perso consensi, durante quasi quindici mesi di esecutivo, passando dal 34% parlamentare al 17% delle Europee. Il Pd, dal canto suo, ha leggermente migliorato la propria posizione non solo rifiutandosi nel 2018 di creare un Governo purché fosse, ma chiudendosi pure in un ostinato silenzio di più mesi: infatti era passato dallo striminzito 18% già detto al 20-22% delle ultime Europee – per altro, anche riassorbendo i partitini. Corroborano il dato i risultati di Giorgia Meloni, che prima del 2018 era appena sopra lo sbarramento e oggi è data nei sondaggi sopra Forza Italia – la quale, sorreggendo il Pd nel Governo Letta, ha fatto la sua stessa fine, arrivando oggi a un inedito e ininfluente 6% nei sondaggi. La sola eccezione par essere, alla fine de’ conti, la Lega, la quale ha rafforzato i propri consensi governando, dal 17% del 4 marzo al 34% delle Europee 2019 – e si noti lo scambio di percentuali con i grillini.

Al di là dei dati, che sono inoppugnabili in sé ma si prestano a diverse letture, un altro è il punto che più mi preme farle notare, signor Limbo. All’atto pratico, sarà molto facile tenere in piedi a qualsiasi costo la strana coppia più terzo incomodo – giacché si aggiunge al patto anche il cadavere di Liberi e Uguali: sarà che Speranza è l’ultimo a morire? – ma rimane un piccolissimo dettaglio, ossia la facciata che i due partiti maggiori della nuova maggioranza hanno sempre mantenuto prima di quest’esperienza comune: come metter insieme quello che per i 5 stelle è «La Casta», il «Partito di Bibbiano», con quelli che il Pd non ha mai esitato a tacciare, più o meno velatamente, di analfabetismo funzionale? Per una poltrona si può tutto, soprattutto quando si tratta di blindare quella che nel 2023 non sarà più di Mattarella e consegnare tutte le altre a Macron; ma gli elettori non sono stupidi, e non apprezzeranno. Se tutto andrà secondo logica, signor Limbo, il Governo di questi due partiti sarà per entrambi l’ultima fatica prima dell’annientamento alle urne.

Quindi, sì. Sarà il capolavoro politico di Salvini. «Ma no» mi dirà Lei. «Intanto, fino a quel giorno governiamo noi e facciamo quello che vogliamo.» Ma naturalmente… se ci sarà lo spazio di manovra: pare che nelle Commissioni parlamentari, soprattutto del Senato, si preannunci battaglia. Se c’è una cosa che la politica avrebbe dovuto imparare dalla storia travagliata del Porcellum, essa è: non far scrivere un regolamento a Calderoli. Questi ha annunciato in un’intervista che la Lega, ancora maggioritaria nelle Commissioni, creerà ingorghi di emendamenti e impiegherà ogni cavillo per evitarci, ove possibile, il peggio. Infatti, l’ideatore della famigerata legge elettorale bocciata dalla Consulta ha ricordato di essere tra gli estensori del nuovo regolamento di Palazzo Madama, e che questa volta ci sarà d’aiuto. Che dire? Io sono convinto che la maggior parte degli Italiani sia disposta ad affidarsi a tutti i Senatori di buona volontà, a patto che funzioni – anche a me l’ottimismo del professor Bagnai, secondo il quale il nuovo Governo si saboterà da solo, pare forse un po’ eccessivo.

In conclusione, signor Limbo, le auguro buon lavoro, in senso morale: sarebbe gradito un fallimento già in sede di fiducia, onde evitarci più posticcio patto per la poltrona della Storia d’Italia; ma non pretendo un simile scatto d’orgoglio da chi pensa di sacrificare la Patria a un apparato burocratico internazionale, fatto a uso e consumo di qualche decina di nababbi.

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