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L'Irriverente

"Non prendete la vita troppo sul serio, comunque vada non ne uscirete vivi" [Robert Oppenheimer]

Le dodici fatiche di Eracle: la cattura di Cerbero

Cari lettori,

con questa puntata si chiude la serie delle dodici fatiche di Eracle, ma non Mitica leggera, che potrà avere ancora numerose puntate. Per concludere degnamente questo capitolo, come richiede l’occasione, serviva un brano musicale di congrua dignità, qualcosa di memorabile e in tono con la definitiva consacrazione di Eracle a dio dell’Olimpo: chi ha abbastanza anni ricorderà la prima sigla italiana dei Pokémon

Voglio andare nell’aldilà
e non fermarmi qua:
questo viaggio mi porterà
all’immortalità.
Girovagando per il mondo,
con la clava menai un po’,
e pure Cerbero così catturerò… oh!
R. Viva Cerbero
che l’Olimpo mi apre,
se si fa guidare
dall’oscurità!
Cara Era,
mi sa che ti ho fregato,
sarò venerato,
viva Cerbero!

Alla finestra

Editoriale di Gianluca Berno, 7 gennaio 2021

Ieri sera a Washington è successo un fatto le cui conseguenze potrebbero vedersi fra molto tempo, indipendentemente dalla decisione del Congresso americano. Per riassumere: ieri, le due Camere americane si sono riunite per la certificazione dei voti elettorali assegnati fra il 3 e il 4 novembre; durante la seduta, come poteva ben aspettarsi chi ha cercato informazioni in rete, alcuni deputati e senatori repubblicani hanno contestato parte dei grandi elettori sostenendo irregolarità nel processo elettorale; di fronte a un sostanziale equilibrio fra le parti avverse, la parola è passata al presidente del Senato Pence, il quale avrebbe potuto, in base ai precedenti storici, decidere quali voti accettare e quali no, motivando la sua scelta; Pence ha dichiarato immediatamente di non averne la competenza, mentre fuori dal Campidoglio una grande folla di sostenitori di Trump assisteva a un infiammato comizio del Presidente uscente. All’arrivo della notizia delle dichiarazioni di Pence, una parte di questa folla si è riversata dentro il Campidoglio e ne ha occupato almeno un piano, travolgendo forze di polizia del tutto insufficienti a qualunque difesa; a richiesta della presidente della Camera Pelosi d’inviare la Guardia Nazionale come rinforzo, il presidente Trump ha risposto picche, e i militari sono arrivati solo su ordine di Pence, il quale questa volta non è stato a controllare se dare l’ordine fosse di sua competenza o meno.

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Le dodici fatiche di Eracle: il gregge di Gerione e il giardino delle Esperidi

Cmabiaversi n° 44, di Gianluca Berno

Cari lettori,

pubblico altre due fatiche di Eracle, la decima e l’undicesima, nell’ambito di Mitica leggera. Questa volta abbiamo a che fare con il gregge di Gerione, sulle note di Gastone – nuova occasione per ricordare il grande Proietti, che la cantò in televisione -, e con il giardino delle Esperidi, che Eracle non dovette visitare grazie a un favore di Atlante; questa volta ho scelto il punto di vista del gigante, e in questo caso scomodo la canzone Il cielo di Renato Zero.

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Le dodici fatiche di Eracle: la cintura d’Ippolita

Cambiaversi n° 43, di Gianluca Berno

Cari lettori,

la serie delle dodici fatiche entro Mitica leggera continua con la difficile conquista della cintura d’Ippolita, regina delle Amazzoni, per riassumere la quale ho sfruttato una vecchia canzone di Edoardo Vianello, usata di recente in qualche pubblicità: Ma guardatela. Buona lettura.

Ma guardatela
solo un attimo
e poi ditemi
se non ha una cintura bellissima.
Ma pensateci,
se ora Eracle
prendesse la cintura per me…

Discorso di fine anno 2020

di Gianluca Berno

Mi perdonino, lassù, se ho rimaneggiato un po’ il Veni Creator, ma confido nella stessa Misericordia che non ha ancora fulminato i riformatori del Padre Nostro.

Auguro a chiunque leggerà un 2021 almeno normale. Ciao!

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Le dodici fatiche di Eracle: il toro di Creta e le cavalle di Diomede

Cambiaversi n° 42, di Gianluca Berno

Cari lettori,

è giusto che il biglietto di Natale accompagni un pensierino, perciò pubblico qui due nuove fatiche di Eracle al prezzo di una. La prima, lo scontro con il toro di Creta, è sulle note un po’ impegnative di Toreador, aria dalla Carmen di Bizet; la successiva, domare le cavalle antropofaghe di Diomede, segue la musica di Balla (qualcuno la ricorda? “Sciolgo le trecce e i cavalli…”). Buon Natale ancora.

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Buon Natale/2020

-Senza parole- di Gianluca Berno

Tanti auguri a chi passa di qui! – J.L. Bernvs finxit apud Mediolanum, a.D. MMXX

E tutto a un tratto, la neve!

Poesia di Gianluca Berno

Che fai tu, neve, qui?
Dimmi che fai, silenziosa neve:
una cascata lieve
di giganteschi fiocchi
ha spodestato il piovere, così,
e mira la città con tanto d’occhi.

Non eri tu prevista:
al massimo un po’ d’acqua e un certo gelo;
ma il candido tuo velo
s’attacca già sui tetti,
d’accoglierti già i rami fanno vista
e tutto par che una sentenza aspetti.

No, l’asfalto bagnato,
di MacAdam diabolico artifizio,
non sarà tuo ospizio;
pur tutto il resto imbianca,
guardano i passeri in mucchio ordinato
e il bianco pure noi da affanno affranca.

Il corridoio

Racconto di Gianluca Berno

<p class="has-drop-cap has-normal-font-size" style="line-height:1.3" value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="70" height="80">Alla fioca luce della candela, che rischiarava appena un paio di metri di corridoio davanti e dietro di lei, ogni cosa era un illusorio tremar di riflessi e d’ombre. A ogni passo, guizzi della fiammella facevano scintillare le dorate cornici de’ quadri scuri, ritratti d’arcigni signorotti e dame antipatiche; danze di luce s’intrecciavano sulle due sfumature di rosso della tappezzeria di stoffa, decorata a festoni di foglie e arabeschi; brillii improvvisi e fugaci rivelavano i contorni di vasi finemente dipinti, statuette di ceramica o bronzo e una pendola, che proteggeva dalla polvere lo stesso quadrato di <em>parquet</em> da forse duecento anni.Alla fioca luce della candela, che rischiarava appena un paio di metri di corridoio davanti e dietro di lei, ogni cosa era un illusorio tremar di riflessi e d’ombre. A ogni passo, guizzi della fiammella facevano scintillare le dorate cornici de’ quadri scuri, ritratti d’arcigni signorotti e dame antipatiche; danze di luce s’intrecciavano sulle due sfumature di rosso della tappezzeria di stoffa, decorata a festoni di foglie e arabeschi; brillii improvvisi e fugaci rivelavano i contorni di vasi finemente dipinti, statuette di ceramica o bronzo e una pendola, che proteggeva dalla polvere lo stesso quadrato di parquet da forse duecento anni.

Sibilla camminava incerta, guardandosi intorno come se temesse ogni cosa, al centro d’un tappeto lunghissimo e stretto, quasi la sede stradale di quel monumentale corridoio. Sopra la sua testa, i Centauri trattenevano ancora le Nuvole atterrite per soddisfare un turpe desiderio? L’affresco della volta era così avviluppato nell’oscurità, lassù, a cinque metri d’altezza, da farle dubitare che ancora sussistesse.

In momenti del genere, è incredibile come mandar giù un po’ di saliva sembri un’operazione tanto rumorosa; tuttavia, la secchezza che poi Sibilla avvertì in bocca la rassicurò: non avrebbe più rischiato di svegliar qualcuno deglutendo. I suoi occhi vagavano ancora fra le pareti, concedendosi frequenti sbirciate all’indietro: era come se ogni oggetto le fosse ostile, come se da un momento all’altro la matrona in nero del grande ritratto che aveva superato poco prima dovesse uscir della tela e portarla via con sé; o come se l’alta vetrinetta piena di giade otto passi avanti premeditasse di caderle addosso al momento opportuno. Nonostante ogni fibra del suo corpo fosse tesa, nonostante il cervello le dicesse di correre, Sibilla continuava a camminare con circospezione, lentamente, come se un’invisibile forza le impedisse di accelerare. Forse in un remoto angolo della sua mente si annidava ancora la paura di far spegnere la candela.

Non si vedeva il paesaggio all’esterno: pesanti broccati rosso scuro rapivano agli occhi ogni finestra, ma le fitte tenebre oltre il globo di luce in cui Sibilla camminava erano tipiche della notte. A Sibilla pareva quasi di poter immaginare una luna piccola e ingiallita, insufficiente a dare luce e assediata da milioni di stelle minuscole, forellini nella volta di pece. Sotto, le cime degli abeti e, lontane, le vette aguzze del Giura innevato. Perché, poi, il Giura? Non aveva realmente idea di dove fosse quel castello in cui passeggiava nel cuore della notte: magari là fuori c’era una placida mandria di dolci colline tutte vitigni, su cui serpeggiava un sentiero bianco corredato da un filare di cipressi toscani… Ma certo, il Giura per via del Giurassico, si disse: questo posto è vecchio di secoli e lo associo alla preistoria. Ma, chissà come mai, non le veniva nemmeno l’impulso di scostare una di quelle tende ermetiche: no, non sapeva far altro che avanzare, ansiosa di aprire quella porta come se dietro vi fosse la risposta a ogni domanda; e al contempo timorosa di farlo, come se dietro dovesse spalancarsi chissà quale orrenda visione infernale.

In fondo al corridoio, aguzzando la vista, cominciava a discernere i pannelli della gran porta di legno: un legno scuro, naturalmente, intonato al rosso della tappezzeria e delle tende; lo stesso con cui i muri erano rivestiti fino ai davanzali, in un susseguirsi di sobri decori. Sprofondata nel secolo XIX, questo era Sibilla al momento, e si chiedeva perché senza risultati.

La porta si avvicinava lenta ma inesorabile… che sciocca: era lei ad avvicinarsi, come se non potesse farne a meno; e la porta era ormai a un passo: era sicura che aprendola avrebbe scoperto dove si trovava, che sarebbe stata libera, libera, fuori da quel corridoio lugubre, all’aria aperta, libera come quell’aria che immaginava, una brezza: anche gelata sarebbe stata una benedizione.

Eccola con la mano sulla maniglia, pronta a uscire: uno scatto, la porta non è chiusa a chiave, la lascia uscire, la lascia libera, libera…

«Sibilla, che cosa combini?» esclamò una vocina acuta. «Dovrò trovare un altro posto per la tua casa: tutte le volte cadi fuori… E se poi ti fai male?»

La bambina sorridente rimise Sibilla nella casa delle bambole, facendo attenzione a non inclinarla mentre la tirava giù dalla mensola.

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