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L'Irriverente

"Non prendete la vita troppo sul serio, comunque vada non ne uscirete vivi" [Robert Oppenheimer]

Buona Pasqua/2022

Biglietto di Gianluca Berno

Auguri a tutti!

Greempasse

Editoriale di Gianluca Berno, 20 febbraio 2022

Ogni minuto che passa, vengono meno le ragioni mediche addotte dal Governo lo scorso luglio per dare il via all’apartheid vaccinale in Italia: nonostante Sileri derubricasse in Parlamento come bugie le teorie per le quali un vaccinato e un non vaccinato abbiano le stesse probabilità di contagiarsi e contagiare, l’uso del lasciapassare verde non ha fatto altro che sbugiardare lui, finché tutti gli opinionisti televisivi si son trovati a spergiurare di aver sempre detto che il lasciapassare non era una misura sanitaria ma politica; la politica peggiore, aggiungerei, quella di costringere con la violenza chi non si può convincere con argomenti.

È la peggior politica non solo per lo Stato di diritto e le regole della buona creanza, ma soprattutto per le autorità stesse che sostengono l’importanza della vaccinazione: da che mondo è mondo, le condanne a morte creative nel Colosseo, i tribunali dell’Inquisizione, gl’Indici dei libri proibiti, i Comitati di Salute Pubblica, le polizie segrete e i campi di concentramento non hanno mai prodotto altro che martiri. A tale proposito, mentre il mondo si spaccava tra sostenitori e detrattori di Djokovic, io giungevo a chiedermi per quale ragione il Governo australiano non l’avesse immediatamente espulso per la falsa dichiarazione sui documenti doganali, senza troppe cerimonie e limitando gli schiamazzi, invece che tentare di cacciarlo per mancata vaccinazione, trasformando automaticamente il tennista in una vittima e facendosi pure dare torto dalla propria magistratura. Le autorità di Canberra hanno avuto un atteggiamento così irrazionale, in questa faccenda, che Machiavelli le avrebbe prese a schiaffi due a due finché non fossero divenuti dispari.

Aggiungiamo qualche altro punto oscuro. Si allunga la lista di quelli che «erano sempre stati anti»: un po’ di tempo addietro, Burioni ammetteva su Twitter che, se ci fosse stato qualche grand’errore nella raccolta dei dati su ricoveri e decessi – ormai sappiamo che è così, sistematicamente -, si dovrebbero abbandonare del tutto le idee che molti i medici, lui incluso, si erano fatti sulla pericolosità del Covid; di conseguenza, ogni restrizione introdotta dal febbraio 2020 potrebbe essere ingiustificata sul piano sanitario. In tempi più recenti, un altro grande luminare a cottimo della televisione, il dottor Bassetti, ha affermato che ogni misura restrittiva ha perso la sua ragion d’essere, di fronte ai dati che abbiamo oggi, e che il popolo deve pretendere la fine di qualunque obbligo il 31 marzo, o scendere in piazza. Ieri, poi, è stata diffusa da Libero quotidiano una dichiarazione attribuita al consigliere scientifico del generale Figliuolo, secondo il quale l’obbligo di vaccinazione e il lasciapassare verde sarebbero misure assurde; intanto, nel silenzio assordante dei professionisti dell’informazione, un altro Tribunale Amministrativo riammette al lavoro militari e poliziotti non vaccinati per illegittimità delle sospensioni.

Ora, la mia domanda è sempre la stessa: lasciando da parte i ministri, i sottosegretari, i partiti e tutta l’inutile coreografia che è stata mantenuta in piedi per formale rispetto della Costituzione, il Governo italiano è stato in mano prima a un avvocato che aveva fatto parte dell’organo di coordinamento dei TAR, il mitico Ciuseppi, e poi di uno che ha passato il periodo 2011-2019 a fare il padrone d’Europa, agendo in modo irregolare («Whatever it takes») alla faccia dei Tedeschi, della Commissione europea e di tutto il suo entourage. Possono questi due essere stati così incapaci da scrivere norme che potevano essere abolite da un TAR? Se vogliamo essere razionali, dobbiamo per forza supporre che l’abbiano fatto apposta, perché ogni altra ipotesi è semplicemente ridicola. La vera domanda sarà allora: perché promulgare decreti programmati per autodistruggersi?

Riassumendo: abbiamo un Governo australiano che ottiene il risultato per la via più controproducente e difficile, quale un Pirro redivivo; abbiamo una pletora di blasonati Savonarola della medicina che, dopo aver terrorizzato il popolo con il loro memento mori e aver plaudito all’apartheid vaccinale, ora operano una ritirata strategica, con tutte le lentezze e i tentennamenti necessari a tali manovre; abbiamo un Governo italiano che scrive norme assurde e contraddittorie, in modo tale che qualunque magistrato con un po’ di coraggio possa smontarle con una sentenza; volendo, ora che il famigerato decreto che impone il super green pass è legge, la Corte Costituzionale ha materialmente la possibilità di abolirlo – bisogna ora vedere se ne abbia l’intenzione. Manca qualcosa? Sì, i partiti suicidi.

La rielezione di Mattarella era un evento che mi aspettavo da sei mesi almeno, a riprova del fatto che per capire quel che succede nel mondo uno deve leggere i giornali, guardare la televisione e poi pensare il contrario di ciò che affermano. La candidatura di Berlusconi era talmente ridicola, fra età, salute e opportunità, che mi meraviglio che qualcuno ci abbia creduto; allo stesso modo, non concepisco che qualcuno abbia davvero pensato all’elezione di Casini o di altri nomi improbabili fatti negli stessi giorni. Cassese e Nordio erano tutti e due figure interessanti, ma prive di un sufficiente appoggio politico, perciò non c’era nemmeno da prenderli in considerazione. Sulla Belloni sono costretto a dare ragione a Renzi, che aveva sottolineato l’illegittimità della nomina a Capo dello Stato di una dirigente dei Servizi Segreti; è quasi inutile specificare che Renzi, visto in compagnia di un funzionario degli stessi Servizi Segreti in un autogrill, aveva anche un interesse a fare i suddetti rilievi. Tanto Cassese quanto la Belloni sono apparsi in lizza per opera, diretta o meno, di Salvini, e su di lui vorrei soffermarmi un momento: il capo del Carroccio ha rivelato un talento naturale nel proporre candidati impossibili, tanto da costringermi a pensare che anche lui sia di quelli che lo fanno apposta. Non c’è capo politico che non abbia uno stuolo di collaboratori e consiglieri, soprattutto per quanto concerne la comunicazione: i suoi erano tutti in vacanza? C’è un limite oltre il quale la presunta stupidità non è una spiegazione sufficiente. Analoghe critiche e analoghi retroscena mi vengono in mente per i capi delle altre forze politiche, anche quel Letta che non ha saputo proporre un solo nome e ha passato gli ultimi quindici giorni a bocciare quelli fatti dagli altri; a chi dice che abbia vinto perché Mattarella è della sua area, rispondo che non è così ovvio: Mattarella era della cosiddetta sinistra DC, l’ala riformista del fu partito centrista, che è come dire che non era niente ed era tutto allo stesso tempo; e infatti, chi lo propose la prima volta al Quirinale? Renzi, che è tutto e niente al contempo, nonostante fosse allora segretario del PD.

La penultima mossa di Salvini a questo giro è stato spingere per la candidatura della Presidente del Senato Alberti Casellati, ugualmente risoltasi in nulla; l’ultima sua mossa, invece, è stata accettare in modo plateale la sconfitta e dare improvvisa evidenza alla possibilità del Mattarella-bis. A questo punto, si passa alla categoria «non luogo a procedere», rappresentata da Mario Draghi: mettiamoci in testa una volta per tutte che in nessun caso sarebbe mai divenuto Presidente della Repubblica; prima avrebbe dovuto presentare le dimissioni da premier a Mattarella, ma questi, essendo nel semestre bianco, non avrebbe avuto il potere di accettarle. Lasciamo dunque perdere le idiozie dei giornalisti e torniamo sulla terra: chi rimaneva, tolti gl’impossibili e gl’impresentabili? Mattarella. I partiti lo sapevano da almeno un anno, ma hanno dovuto organizzare un teatrino sufficientemente convulso e appassionante da nascondere l’ovvio; e in più, hanno dovuto rovinarsi definitivamente quel poco di reputazione che avevano ancora, con la vergognosa scena della supplica. Mattarella ha partecipato al gioco opponendo un secco rifiuto sino a quel momento, quando il «senso di responsabilità» l’ha indotto ad accettare; cioè quando ha avuto la garanzia di potersi rimangiare il secco rifiuto scaricando l’eventuale figuraccia sui partiti. Questo è il suicidio di una classe politica, e mi pare significativo che l’incaricato di sdoganare l’ovvio davanti ai giornalisti fosse proprio Salvini, quello sempre rappresentato come l’elemento estraneo, quasi deportato, nella maggioranza di Governo: per me, c’è qualcosa che non ci hanno detto.

Ora, se tutto va bene, la prossima volta eleggeremo candidati che dovranno qualcosa di più a noi e qualcosa di meno ai partiti e ai poteri economici cui fanno riferimento. A proposito: certo che, nel suo discorso d’insediamento, Mattarella le ha proprio cantate al predecessore, eh? La denuncia dei poteri sovranazionali, la necessità di riformare il CSM… Ormai si profila all’orizzonte una soluzione del rebus che è diversa sia dalle tesi degli apocalittici sia dalle versioni ufficiali degl’integrati (per usare il titolo di un saggio di Umberto Eco, che parlava d’altro): mi sto vie più convincendo che lo stato d’emergenza abbia avuto il Covid per occasione, ma non per motivo; sospetto, in altre parole, che il delirio normativo e mediatico in cui ci dibattiamo da ormai due anni e un mese serva non a gestire una pandemia, ma a regolare certi conti più in profondità: c’è un sistema di potere, in Italia come in ogni nazione sotto il cielo, che non si può più combattere con armi convenzionali, e che si potrebbe estirpare solo con una guerra sotterranea, mentre la gente è chiusa in casa a guardare la televisione. Ma naturalmente, «è solo una mia piccola idea», come direbbe Poirot.

Perché Sanremo è Sanremo, 2022/a

di Gianluca Berno

Cari lettori,

quest’anno ho deciso di sfruttare i potenti mezzi della tecnologia per recuperare i brani di Sanremo, dato che la sera non riesco a seguire la trasmissione. Questa scelta ha anche il notevole vantaggio di non buttare via ore di vuoto cosmico e ospitate che allungano il brodo fino alle due di notte; spiccano come eccezioni, anch’esse recuperate dopo, i numeri spettacolari di Checco Zalone e qualche chicca di Drusilla Foer (o Gianluca Gori, se preferite), che ha forse ragione nell’affermare di essere la persona più normale al Festival…

Sia come sia, ecco le venticinque (sì, avete letto bene) canzoni in gara quest’anno. L’ordine è quello della terza serata su Raiplay.

Noemi, Ti amo non lo so dire | Dinamica, rapida, dal ritornello ballabile, ha del tormentone estivo; Noemi si trova a suo agio e la sua voce un po’ rauca funziona nel contesto. Mi sono sempre chiesto che utilità potesse avere inserire una parolaccia nel testo di una canzone, e anche in questo caso il dubbio non è stato risolto, ma non ho altri nei da segnalare. Promossa.

Giovanni Truppi, Tuo padre, mia madre, Lucia | L’inizio ricorda musica e voce di De André (ecco perché la cover della quarta serata), poi il brano oscilla in maniera interessante fra la ballata, la canzone d’amore sanremese e alcuni punti praticamente parlati. Il testo oscilla anch’esso, fra il tormento interiore per una storia che forse sarebbe potuta andare meglio e momenti di profonda tenerezza. Considerando che Truppi è una delle novità di quest’anno, c’è da ben sperare. Promosso.

Le Vibrazioni, Tantissimo | E all’improvviso l’Ariston diventa una discoteca negli anni Novanta, soprattutto per quanto riguarda il ritornello. Orecchiabile in generale, energico nel ritornello, inaspettatamente lieve nelle strofe, è un brano che, a mio parere, può funzionare bene in radio. Promossi.

Yuman, Ora e qui | Brano profondamente soul, acquista una rara bellezza nei momenti in cui il cantante tira fuori tutta la voce; ma forse è anche merito dei coristi in sottofondo. Secondo me, merita, al di là della tendenza, in certi punti, a mangiarsi le parole. Promosso.

Emma, Ogni volta è così | Niente da dire sulla voce di Emma, niente da dire sulla linea melodica eterea del ritornello; tutto sommato, però, il brano appare abbastanza convenzionale. Per dirla con le parole dell’anziano Rossini a un giovane compositore che gli aveva portato uno spartito da giudicare: «C’è del bello e c’è del nuovo, ma ciò che è bello non è nuovo e ciò che è nuovo non è bello». Rimandata.

Sangiovanni, Farfalle | Si può intuire che il testo abbia una sua bellezza, seppur contenuta come accade purtroppo spesso nei brani dei cantanti più giovani; dico «intuire» perché il ritmo nevrotico e una sorta di asma da rapper rendono poco chiari alcuni punti delle strofe, soprattutto al primo ascolto. La musica non è particolarmente interessante, e forse solo a me è parso d’udire, alla fine del ritornello, una lontanissima eco di Nella vecchia fattoria: «… come l’aria, -ia!». Rimandato.

Ana Mena, Duecentomila ore | Solo io ho risentito Amami ancora, per inciso cantata anche dai Maneskin come cover l’anno scorso? Funziona bene come orecchiabilissimo tormentone dell’estate, ha a tratti un sapore un po’ retrò, ma tutto sommato somiglia troppo a tante altre cose: manca il guizzo che lo renda memorabile. Bella la voce di Ana Mena, ma da sola non sufficit. Rimandata.

Matteo Romano, Virale | Una buona voce, ma al servizio della solita tendenza recente a non far capire dove finisce una frase e dove comincia la successiva. Interessante l’esperimento di raccontare un amore tormentato (alla maniera adolescenziale) con la metafora delle tendenze sui social. Voglio vederne le potenzialità. Promosso.

Achille Lauro, Domenica | Lasciamo da parte qualunque considerazione sull’auto-battesimo alla fine della prima esibizione: se togliamo i tentativi di apparire trasgressivo sempre e comunque, il personaggio, gli abiti improponibili (o parzialmente assenti), che cosa resta? Un brano perfettamente identico a quelli che ha già cantato (parola grossa, per altro): è un po’ come se quei classici nonni, che a Natale regalano invariabilmente maglioni di lana, si sbizzarrissero con la carta da regalo più strana, i fiocchi più elaborati, i biglietti d’auguri più stravaganti, solo per alzare un po’ l’aspettativa del nipotino prima di vedere il sorriso rovesciarsi in un «grazie» di circostanza. Bocciato.

Iva Zanicchi, Voglio amarti | «… per sentirmi ancora viva in te». Be’, signora Zanicchi, ce l’ha fatta: vivissima a un’età (82 anni) cui non volevo credere, pur sapendo che ha vinto il suo primo Festival con Claudio Villa nel 1967. La voce è ancora buona, anche se in certi punti fa fatica; il sentimento c’è tutto e si trasmette; gli anni Sessanta rivivono sul palco, ma con la chitarra elettrica. Il vero difetto è la ripetitività del testo, che ha però una sua bellezza. Promossa.

La rappresentante di lista, Ciao, ciao | Tutto il brio della disco music per raccontare la fine del mondo nel modo più incongruamente spiritoso. L’idea è geniale, nulla da dire, ma tende a ripetersi quasi quanto il ritornello della Zanicchi; si può badare meno a questo neo, però, considerando che è una costante nel suo genere musicale. Promossa.

Elisa, O forse sei tu | La voce di Elisa funziona sempre, qualunque cosa canti, e qui è nel suo elemento. Non è un brano assolutamente nuovo, dal punto di vista musicale: l’inizio lieve, pianoforte e archi, accompagna la voce limpida fino a poco prima del ritornello, poi c’è il classico accordo che prelude a un cambio di melodia, si alza l’intensità, si raggiunge il ritornello in cui tutto si alza e si spalanca; ma questa volta, le percussioni entrano dopo, a piccole dosi, con eleganza, senza quel fastidioso pestare di grancassa quando ancora la voce e gli altri strumenti si mantengono sul tono dolce e lieve dell’inizio. A certe finezze bisogna dare rilievo, e sono contento che fin da subito il brano si sia trovato sul podio; può Elisa compiere l’impresa di vincere di nuovo, dopo il 2001? Per me sì. Promossa.

Tananai, Sesso occasionale | Esordio degli archi soli, come se stesse partendo un’aria di Puccini; poi inizia a cantare e vorresti che fosse veramente un brano di Puccini e non questa cosa; la musica lo seppellisce presto, rendendo incomprensibile la seconda parte della prima strofa, poi Tananai ha uno scatto di orgoglio nel ritornello e diventa orecchiabile. Mah. Bocciato.

Gianni Morandi, Apri tutte le porte | Qualcuno ha pensato che Jovanotti avrebbe potuto tranquillamente partecipare come concorrente, invece che cantare per interposta persona, dato che la sua impronta nel brano è così forte ed evidente; ma in realtà tutta la forza di quest’inno alla vita risiede nell’incredibile energia, anche vocale, di Gianni Morandi: è una canzone di Jovanotti, ma è scritta espressamente per lui, è biografica in mille sensi, anche musicalmente; chi non ha ripensato ai tormentoni allegri del primo Morandi, negli anni Sessanta? Ma colui che canta sta affermando che quell’età passata può rivivere: è solo una questione di atteggiamento verso la vita. Promosso.

Mahmood & Blanco, Brividi | Non credo che le parti quasi rappate si sposino bene col resto, ma se penso solo al ritornello, mi piace, soprattutto quando l’orchestra interviene con tutte le sue disponibilità. Non so se questo sia davvero un brano da podio, ma non mi dispiace. Promossi.

Rkomi, Insuperabile | Non so, non riesco a farmi piacere questo bisogno spasmodico di far entrare le parole a colpi di mazza in un ritmo incompatibile con gli accenti dell’italiano. A parte questo, la musica nel ritornello merita; sul cantante il giudizio è sospeso. Rimandato.

Michele Bravi, Inverno dei fiori | Come di consueto, i testi di Bravi sono molto interessanti; quello che non mi convince è la tendenza a sussurrare, soprattutto considerando che questo cantante ha una voce bene intonata. Rimandato.

Ditonellapiaga & Donatella Rettore, Chimica | Indubbiamente radiofonica e vivace, la canzone si presta a notevoli critiche sul piano del testo, almeno secondo me: è proprio il messaggio che non tollero, e mi rifiuto di essere considerato vecchio, sentimentale o altro; è che la capacità di dare all’amore un senso molto più alto (nei due sensi che quest’aggettivo ha in latino) è una delle poche caratteristiche a distinguere la specie umana dalle altre. Importa davvero, poi, indagare se questo senso sia solo una costruzione a posteriori? Se anche fosse, lasciatemi sognare. Bocciate.

Irama, Ovunque sarai | Secondo me, sta parlando a qualcuno che non c’è più, e credo sia una delle più belle poesie mai scritte; non sono sicurissimo se il modo di cantarla sia quello migliore, ma la voce c’è. Promosso.

Dargen D’Amico, Dove si balla | In effetti, quest’anno il tasso di parolacce nei testi è stranamente alto. Forse è uno sfogo dopo due anni di delirio, e in questo caso specifico lo perdonerei: D’Amico riesce a portare in gara quella vibrazione irriverente che attraversa tutta la storia di Sanremo da Papaveri e papere a Il clarinetto, da La terra dei cachi a Una vita in vacanza; quella vena ironica e scanzonata che ricopre un testo intelligente, qui nutrita di apparente sciatteria o ubriachezza; è una ricetta che apprezzo molto, sebbene in genere assicuri il secondo posto (il primo è riservato alle melensaggini serissime). Promosso.

Massimo Ranieri, Lettera di là dal mare | Il sogno americano ha spesso preceduto e sostenuto l’incubo del viaggio per mare nell’oscuro interponte di terza classe su piroscafi rumorosi, fumosi, completamente a carico del viaggiatore. L’ironia beffarda della sorte è che proprio gli emigranti, trattati da poco più che bagaglio, erano la vera fonte di reddito delle compagnie navali, dato che i ricchi in prima classe, anche quando avevano un biglietto da mille dollari, pagavano comunque meno di quanto costasse accontentarli e riverirli per sette giorni d’Atlantico. Tutto questo riporta a galla la struggente Lettera di Ranieri, di ritorno sul palco per la prima volta dal 1988, con tutta la potenza di allora e con un’emozione persino maggiore da parte sua, che gli fa tremare la voce ancora perfetta. Promosso con lode.

Aka 7even, Perfetta così | Il messaggio è analogo a quello di Brutta, un successo degli anni Ottanta, ma con una verve sconosciuta a quel brano e nello stile tipico della boy band odierna. Tutto sommato, è un bel brano, anche se non particolarmente memorabile. Promosso.

Fabrizio Moro, Sei tu | Inizio con pianoforte, mi pare in quattro quarti, con una struttura e una melodia sostanzialmente prefabbricate. Credo sia un peccato, perché Moro canta bene e il testo è una buona canzone d’amore, un po’ classica ma non scontata del tutto. Rimandato.

Highsnob & Hu, Abbi cura di te | Con l’ormai apparentemente obbligatoria alternanza di momenti lenti e parole dette di corsa più che cantate, il brano ha una sua gentilezza, che risalta soprattutto su un testo che sembra constatare la fine di una storia d’amore. Promossi.

Giusy Ferreri, Miele | Bellissima l’atmosfera retrò del brano, per il resto molto nelle corde della Ferreri: non male anche l’idea di replicare con un vecchio megafono di metallo l’effetto dei dischi anni Venti. Il testo è abbastanza tipico della canzone d’amore sanremese. Splendidi gli archi. Promossa.

Appena possibile, farò uscire un secondo articolo sulle cover della quarta serata; in quell’articolo verrà anche commentato il podio. Voi che cosa pensate? Vi ritrovate nei miei giudizi o siete in disaccordo?

Omaggio a Monica Vitti

di Gianluca Berno

Cari lettori,

mi sembrava giusto dire qualcosa, o meglio, mostrare qualcosa, di un’attrice che ha fatto un pezzo di storia dello spettacolo in Italia; ma naturalmente, sono andato a pescare quel brano che gli omaggi televisivi non hanno valorizzato abbastanza…

Dall’Iliade – La sortita notturna

Mitica leggera/21, di Gianluca Berno

Cari lettori,

buon 2022! Con questo pezzo riprende la serie tratta dall’Iliade all’interno di Mitica leggera (che trovate qui). Il brano di oggi riassume la sortita notturna di Odisseo e Diomede: i due eroi greci vanno a spiare il campo troiano, dove è appena giunto e riposa da ospite Reso, un monarca alleato di Ettore, con tutto il suo esercito. Odisseo e Diomede trovano lungo la strada Dolone, un guerriero troiano che stava tentando a sua volta una sortita nel campo acheo; lo catturano, si fanno dire tutto quel che sa, lo uccidono e poi seminano morte nel campo troiano; già che ci sono, rubano i cavalli di Reso e tornano trionfanti.

Siccome è un’impresa col favore delle tenebre, mi sembrava sensato raccontarla sulle note di Certe notti, una canzone di Ligabue le cui analogie con Omero finiscono qui…

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Buon anno 2022!

di Gianluca Berno, 31 dicembre 2021

Cari lettori,

il discorso di fine anno alternativo al semolino presidenziale arriva come tutti gli anni…

Lettori, in questa sera che ci porta

all’anno nuovo ancora,

non parlerò di virus e cenoni

né degli alberghi che nessun ristora:

mi par cosa più accorta

por mente a certe prossime elezioni.

Non le nostre opinioni

saranno chieste, ma la nostra stella

– se per fortuna o per disgrazia nostra

il tempo lo dimostra –

rischiara un’altra volta Mattarella:

pur se la sua favella

altri lidi prospetta,

Draghi dovrà restare dove or siede

e lui sulla cassetta.

(A Berlusconi, andiamo, chi ci crede?)

Buon Natale 2021

Biglietto di Gianluca Berno

Dall’Iliade – L’aristia di Diomede

Mitica leggera/20, di Gianluca Berno

Cari lettori,

Durante le sanguinosissime battaglie del poema omerico che stiamo musicando, un episodio salta agli occhi ben presto: il re tracio Diomede, quello delle cavalle antropofaghe, preso dal furore della battaglia e istigato da Atena, fa strage di eroi troiani, rischiando di uccidere anche Enea; il principe, però, era già stato scritturato per il poema virgiliano, quindi sopravvive per intervento della madre Afrodite, la quale ci guadagna una ferita e torna in lacrime sull’Olimpo…

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Dall’Iliade – Il sogno mendace

Mitica leggera/19, di Gianluca Berno

Cari lettori,

proseguono le scene dall’Iliade a tempo di musica, nuova serie interna a Mitica leggera. Irato con Agamennone, Achille ha iniziato lo sciopero e sua madre, la dea marina Teti, ha ottenuto da Zeus che gli Achei non vincano senza il contributo del figlio. Zeus invia così il Sogno, un dio minore, ad Agamennone: dovrà illudere il re greco di poter vincere facilmente la battaglia dell’indomani, che invece sarà una catastrofe…

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