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L'Irriverente

"Non prendete la vita troppo sul serio, comunque vada non ne uscirete vivi" [Robert Oppenheimer]

Mese

febbraio 2016

Luci in vista

di Gianluca Berno

Copertina Luci in vista

Conoscete il buio?

Mi rendo conto, sembra una domanda assurda, fuori luogo; o anche priva di senso… Ma signore, la verità è che non ci avete mai riflettuto: un conto è aver presente il concetto, un conto è conoscerlo sul serio, averlo visto; anzi, non averlo visto, perché se è buio è buio. Continue reading “Luci in vista”

Trittico-Lussuria

Trovate qui gli altri Trittici e qui l’introduzione a questa rubrica.

Cominciamo con i vizi capitali (e dunque il tema è assicurato per sette settimane…). Il primo che abbiamo scelto è anche il meno grave, perché, ricorda il Sommo Poeta, è connesso con l’amore: si tratta, naturalmente, della lussuria. Continue reading “Trittico-Lussuria”

To be

di Stefania Ferrazzi

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La mia mente è un labirinto di tubi infuocati senza inizio né conclusione.

Mostri meccanici di sindromi nascoste che mi parlano senza sapermi mostrare. È uno spazio infinito, parole infinite, profumi  che mi portano lontana, sempre più distante, verso qualcosa che potrebbe cambiarmi.

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Il Lupo

  di Stefania Ferrazzi
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Stavo fissando fuori dal finestrino, senza vedere il paesaggio scorrere lontano, via da quel treno. Fuori pioveva, mi sembrava di essere stata lanciata dentro un freddo pomeriggio di novembre, insignificante e pesante.
«Che brutto tempo, non è vero?».

Sospiro

di Stefania Ferrazzi

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«Tu mi ami?». Lo sguardo di lei era freddo e calmo, mentre si focalizzava sulle labbra di lui, in attesa. Quando Marte le sfiorò il volto con la punta delle dita, la lancetta dei minuti aveva appena finito di scorrere lentamente per la nona volta. Lei socchiuse piano gli occhi, assaporando quell’attimo. Le sembrava di sentire il calore di un tempo, quando insieme parlavano della Possibilità che li avrebbe condotti lontano, oltre quei campi, oltre i canti del melograno e delle allodole.

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Arithmia

di Stefania Ferrazzi
aritmia
Ora sporgiti e raccontami una storia, spalanca le tue fauci e divorami. Necessito l’eleganza spigolosa di altre parole che non siano mie ma ti imploro, mia nemesi, se mai mi dovessi percepire sussurrante, tu travolgimi.

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Non aprite quella porta

di Filippo Mairani

non aprite quella porta

Non appena la nave era stata attaccata, l’allarme generale aveva squarciato il tipico silenzio che regnava durante un viaggio spaziale, per sostituirlo con un crescendo di grida e di passi che frettolosi si accalcavano in direzione delle poche entrate dalle quali il nemico avrebbe potuto passare.

Quella non era una nave da battaglia, e nel poco tempo che avevano avuto per prepararsi, le poche guardie presenti non poterono fare altro che ammassare qualche cassa nel lungo corridoio bianco che conduceva verso l’entrata principale e lì, inadeguatamente coperti, aspettare.

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La conquista

di Filippo Mairani

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Abdul-Mateen si diresse con decisione verso la cattedra, diede un’occhiata alla classe e, mentre aspettava che gli alunni si zittissero, fece schioccare un paio di volte la lingua contro il palato; cercando di riassaporare, per l’ultima volta, il gusto del caffè mattutino.

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Il tempio

di Filippo Mairani

tempio

Quella grigia mattina camminavo lentamente lungo la strada, continuando a fissarmi i piedi. Chiunque mi avesse visto avrebbe potuto scambiare quella mia strana deambulazione per l’effetto di una qualche malattia, o deformazione; ma la verità è che quel giorno ero così nervoso all’idea di incominciare la mia nuova occupazione a quello che tutti chiamavano “il tempio”, che non osavo guardare in faccia le altre persone. Le poche volte che alzavo la testa per controllare la mia traiettoria, subito percepivo gli sguardi dei passanti come affilati pugnali intransigenti pronti a incunearsi in ogni mia più piccola insicurezza. Queste idee non facevano che aumentare il mio nervosismo, così tentavo di fissare la strada più a lungo possibile.

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