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Lucano Visconti

Farsalo: la terra trema

 

NOTA del CURATORE

Quello che state per leggere è un soggetto cinematografico che il celebre regista presentò senza successo a vari produttori, per poi abbandonare l’idea in preda allo sconforto; non volle tuttavia distruggere il documento, che avrebbe gelosamente custodito per il resto dei suoi giorni in un cassetto della propria scrivania. Ivi è stato fortunosamente rinvenuto da uno degli eredi, che non ne aveva mai saputo nulla, appena l’anno scorso; nonostante siano passati ormai oltre quarant’anni dalla scomparsa dell’indimenticato regista. Proponiamo dunque il testo nella sua interezza, certi che sarà una pietra miliare nella storia degli studi su questo autore fondamentale.

Gianluca BERNO

Si propone qui, alla cortese attenzione dei sigg. Produttori, un abbozzo di soggetto per un film di genere drammatico-storico ancora da sceneggiare. Fin d’ora grati dell’interessamento, porgiamo i nostri più distinti saluti.

L.V. Roma, 27 febbraio 1949.

La vicenda principale, intorno alla quale ruoteranno le altre, è la celebre battaglia di Farsalo (48 a.C.) tra le truppe regolari romane, comandate da Pompeo, e le legioni di Cesare, intenzionato a prendere definitivamente il potere.

Il film si apre su una Roma antica dal clima plumbeo, pesante, sottolineato dalla luce contrastata; è l’anno 49 a.C. Nella casa di un oste alquanto benestante si celebrano le nozze tra sua figlia, che provvisoriamente chiameremo Lucrezia, e un bel giovane figlio di un mercante, tale Fulvio Quintilio. Nonostante l’evento festoso, molti degli invitati manifestano una profonda inquietudine, visibile negli sguardi, negli atti, in certi dettagli. Corrono infatti da giorni voci incontrollate, secondo le quali Cesare starebbe dirigendo a tappe forzate verso Roma, reduce dall’ultima spedizione in Gallia; le sue intenzioni, quali che siano, rischiano di turbare l’equilibrio della Repubblica, portando la guerra dentro l’Urbe, come non accadeva da secoli.

Contemporaneamente, si svolge una seduta straordinaria e molto concitata del Senato, dove si levano le voci preoccupate di Catone, pienamente consapevole della pericolosità di Cesare, e di Cicerone, il quale è rientrato da nemmeno un anno dall’esilio impostogli proprio dal condottiero. Pompeo rinnova il giuramento di garantire la sicurezza dello Stato dal rischio della dittatura, quindi il Senato delibera di inviare un ultimatum a Cesare: congedi le truppe prima di superare il confine del dominio romano, coincidente col Fiume Rubicone.

Nell’accampamento non lontano dal fiume, Cesare rifiuta ogni condizione e caccia in malo modo il messaggero: non può fidarsi dei senatori, che certo sperano di coglierlo disarmato e arrestarlo. Dopo la celebre scena dell’attraversamento del fiume, si torna a Roma, dove la notizia si diffonde rapidamente. È guerra, e il giovane Fulvio Quintilio è costretto a lasciare l’amata Lucrezia, per raggiungere il suo reggimento di cavalleria pronto a partire.

Le battaglie si susseguono, e così le lettere di Quintilio alla giovane moglie; il figlio di Pompeo, giunto in Tracia con le legioni ai suoi ordini, consulta la maga Erichto per conoscere il suo futuro e quello del padre. L’incantesimo della tremenda maga: suggerisco una musica tragica, per accompagnare la danza rituale, con la quale invoca, di fronte a una grotta, lo spirito di un soldato morto in guerra e rimasto insepolto: come spiega la maga prima del rito, solo le anime maledette o insepolte, che non possono godere della quiete della morte, possono essere evocate con la magia nera. Lo spirito predice l’imminente disgrazia.

A Roma, un’altra riunione del Senato: un messo di Pompeo porta notizie per nulla confortanti, mentre ci si chiede che cosa fare di fronte ai continui scontri per strada tra cesariani e pompeiani. Contemporaneamente, una rissa all’osteria del padre di Lucrezia si conclude tragicamente, con la morte dell’oste stesso. Lucrezia, distrutta dal dolore, invia una lettera a Fulvio Quintilio per avvertirlo che se ne andrà via da Roma, raggiungendo dei lontani parenti presso Farsalo. Fulvio invia una lettera per rispondere che il reggimento si sta dirigendo nella stessa direzione e che potrebbe essere pericoloso, per lei, avvicinarsi al fronte; ma la lettera non arriva a destinazione, perché le strade sono ormai interrotte. Così la giovane sposa parte per la città e vi giunge mentre poco lontano infuria la battaglia.

All’accampamento, Pompeo riceve il figlio, che gli comunica la profezia avuta da Erichto; il generale fa le viste di non credervi, ma quando resta solo rivela il proprio timore. Dall’altra parte, Cesare esorta le truppe con un discorso nel suo stile; poi le truppe si dispongono ed escono dall’accampamento. All’orizzonte, Cesare vede le truppe nemiche; così, Pompeo lo vede, dall’altra parte. Comincia la battaglia. Stacco: una didascalia sposta l’attenzione dalla battaglia alla città vicina. Lucrezia, a casa dai parenti, viene a sapere che lo scontro è iniziato, e prega gli dei che il suo amato sopravviva. Intanto, infuria la battaglia, e vediamo Fulvio Quintilio battersi eroicamente a cavallo; la mischia, poi, lo sottrae alla vista dello spettatore, quindi si torna alla città: dopo la battaglia, giunge la notizia della vittoria di Cesare; Lucrezia corre fuori di casa e si precipita fuori dalle mura, verso il teatro dell’eccidio. Pompeo, nel frattempo, fugge dal campo con gli ultimi uomini rimastigli; Cesare si lancia al suo inseguimento con le sue fedeli legioni; nota di sfuggita la bianca figura di una fanciulla che corre tra i morti, mentre alcuni soldati, rimasti di presidio, stanno sgombrando il campo.

Giunta in mezzo al campo di battaglia, ansante, ella vede l’amato su una lettiga, mentre lo trasportano via, con una ferita sanguinante. Prega gli uomini di fermarsi, vede che è ancor vivo gli parla. Fulvio fa appena in tempo a rispondere qualcosa d’incomprensibile, poi spira; Lucrezia, distrutta dalla perdita, trovata la spada ancora attaccata alla cintura di Fulvio e, prima che i soldati possano fermarla, vi si lascia cadere sopra, pronunciando le sue ultime, tragiche parole.

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