di Filippo Mairani

tempio

Quella grigia mattina camminavo lentamente lungo la strada, continuando a fissarmi i piedi. Chiunque mi avesse visto avrebbe potuto scambiare quella mia strana deambulazione per l’effetto di una qualche malattia, o deformazione; ma la verità è che quel giorno ero così nervoso all’idea di incominciare la mia nuova occupazione a quello che tutti chiamavano “il tempio”, che non osavo guardare in faccia le altre persone. Le poche volte che alzavo la testa per controllare la mia traiettoria, subito percepivo gli sguardi dei passanti come affilati pugnali intransigenti pronti a incunearsi in ogni mia più piccola insicurezza. Queste idee non facevano che aumentare il mio nervosismo, così tentavo di fissare la strada più a lungo possibile.

Continuai con quest’ andatura finchè quasi non andai a sbattere contro degli zoccoli lungo il mio cammino. Alzai la testa di scatto, per notare la poderosa statua bronzea del toro che precedeva, lungo la strada, la maestosa figura del tempio.

Finalmente ero arrivato.

Nonostante lo avessi visto centinaia di altre volte, la sua apparenza non finiva mai di lasciarmi senza fiato. Il corpo dell’edificio, nella sua interezza, si stagliava fiero contro il plumbeo cielo mattutino. La base marmorea rifletteva i timidi raggi solari, creando uno spettacolo di luci abbaglianti la cui forza era tale da risplendere in tutta la zona circostante; Piccoli rettangoli neri si aprivano contro questo muro di luce, là dove si trovavano le porte d’accesso all’edificio. Da quelle entrate provenivano, sia in entrata che in uscita, altri uomini e donne che avevano scelto, come me e prima di me, di rispondere alla chiamata dell’imprevedibile divinità a cui il tempio era dedicato.

Dalla base si ergevano sei colonne la cui altezza sembrava giustificata solo da un inespresso desiderio di riuscire a sorreggere le volte celesti, ma ognuna di esse aveva dovuto infine desistere, e arrestarsi al capitello finemente scolpito. Sopra di essi era appoggiato il tetto rettangolare, sul cui frontone una donna guidava con decisione un carro seguita da stormi di animali, o forse persone. Era difficile capire, a quell’altezza, cosa rappresentasse effettivamente il bassorilievo scolpito nel tetto.

Nella sua totalità, l’edificio appariva come una grande freccia che puntava verso l’alto, pronta a perforare i cieli.

Rimasi per qualche tempo immobile, aggrappato alla statua bronzea del toro ad osservare la mastodontica costruzione prima di decidermi. Ogni volta che tentavo di staccarmi, e di dirigermi verso il mio obbiettivo, qualche persona appena uscita dal tempio mi veniva incontro, costringendomi a retrocedere. A bloccarmi non era tanto la loro presenza fisica, quanto i frammenti di discorso che riuscivo a percepire: quasi tutti si lamentavano di quanto la situazione al tempio fosse invivibile, di quanto i segnali fossero discontinui e difficili da interpretare. Qualcuno, con mio grande stupore, si lamentava del fatto che il dio non sembrava mai volersi prendere un attimo di riposo. Se tutti quei veterani trovavano tanta difficoltà come potevo io, giovane novizio, riuscire a farmi strada nel tempio?

Ero ormai deciso ad allontanarmi dalla statua del toro, di voltarmi e scappare per sempre da quel luogo ma, appena alzai la testa per capire come andarmene, una visione amichevole, tra la folla, mi diede coraggio. Con uno scatto mi staccai dalla statua e corsi fin dall’altro lato della strada, salii i gradini a due a due, continuando a fissare perlopiù il terreno e, dopo un’ultima breve corsetta, varcai una delle porte.

Finalmente ero entrato.

La mia andatura si fece nuovamente più lenta, e osai finalmente alzare la testa e guardarmi attorno per cercare quella figura amica. Incominciai a passeggiare all’interno dell’edificio, osservando attentamente tra la folla di persone che avevano deciso di dedicare la loro esistenza a captare i segni confusi e divergenti che il dio avrebbe inviato quel giorno, e dai quali spesso arriva a dipendere il destino dell’umanità tutta.

Continuai la mia ricerca non so per quanto tempo quando, finalmente, riconobbi in lontananza Henry Davison, amico di vecchia data e compagno di studi che aveva deciso di intraprendere, prima di me, la mia stessa strada.

Lui mi notò quasi subito e mi corse incontro, salutandomi con una pacca sulla spalla che quasi mi fece precipitare a terra. “Ehi scricciolo, ma allora ce l’hai fatta! Fantastico, non vedo l’ora di farti vedere come funziona tutt… ehi, ma sei tutto sciupato! Non avrai mica paura?”

Provai a rispondergli, ma fu inutile.

“Nononono, così non va bene. Se vorrai fare strada qui dovrai essere grintoso ed intraprendente, proprio come il tuo amico qui.” Disse infine, sfoggiando un sorriso degno di un esperto rivenditore d’auto usate. “ma sono sicuro che ti rifarai molto presto.” Abbassò la testa per osservare il proprio orologio da polso “Anzi, potrai dimostrarmelo tu stesso fra tre, due, uno…” il trillo di una campana squarciò l’aria intorno a noi, zittendo ogni chiacchiericcio. Una cappa di profondo silenzio cadde su ogni cosa, prima di essere velocemente distrutta dalle urla ancora più forti degli addetti ai lavori.

Henry mi diede ancora qualche consiglio, prima di darmi un amichevole spintone d’incoraggiamento in direzione della folla. Mi ripromisi, questa volta, di lasciar perdere ogni cautela e di impegnarmi con tutto me stesso.

Dovevo prepararmi a giornate e, spesso, anche nottate di duro lavoro. Del resto, come Henry mi aveva detto “qui alla borsa di Wall Street, il denaro non dorme mai.”

 

 

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