di Filippo Mairani

campanile

Abdul-Mateen si diresse con decisione verso la cattedra, diede un’occhiata alla classe e, mentre aspettava che gli alunni si zittissero, fece schioccare un paio di volte la lingua contro il palato; cercando di riassaporare, per l’ultima volta, il gusto del caffè mattutino.

“buongiorno ragazzi”disse, appoggiando i libri sulla cattedra.

“buongiorno professore” risposero distrattamente gli alunni.

“Spero che abbiate tutti studiato a dovere perché oggi, come vi avevo promesso, interrogo in storia.”

Una bambina alzò la mano dal fondo della classe. Chiese se poteva non essere interrogata, adducendo la solita scusa.

“Per l’ultima volta Rashida, solo perché tuo padre si è già accordato per il tuo matrimonio, questo non vuol dire che tu possa non avere un’istruzione. È obbligatoria fino alla quinta elementare. Ora Sali in cattedra. E sistemati la Hijab, che riesco a vederti il ciuffo.”

Nonostante le reticenze iniziali, la ragazzina non se la cavò male. L’unico vero momento di imbarazzante indecisione lo ebbe confondendo la battaglia di Lepanto del 1571 con quella del 2015. Un errore non da poco, considerando gli effetti importanti che entrambe avevano avuto sulla loro cultura. Ma Abdul-Mateen decise di non farlo pesare eccessivamente sul voto finale.

Finalmente, verso mezzogiorno, il suono delle campane di un vicino campanile e, subito dopo, il trillo ancora più ravvicinato di una campanella segnò la fine delle lezioni.

Il maestro tentò inutilmente di trattenere l’attenzione dei suoi scolari per dare gli ultimi compiti, ma fu del tutto inutile. Venerdì!, venerdì! Non facevano che strillare allegramente i suoi ragazzi uscendo dall’aula, e anche lui, a dire il vero,si sentiva un po’ euforico al’idea. Venerdì! Finalmente un giorno da dedicare al riposo e alla preghiera.

Uscendo dall’edificio scolastico, Abdul-Mateen si fermò un attimo a guardare l’antico campanile che sorgeva vicino alla scuola, pensando.

Aveva sempre ammirato, senza mai ammetterlo a nessuno, le costruzioni architettoniche che gli antichi cristiani avevano lasciato su quel territorio.

Per carità, era orgoglioso del fatto che il  suo popolo avesse spazzato via quella genia malvagia e corrotta dalla faccia della terra, ma amava comunque fingere che quel campanile fosse suo. Ed era particolarmente felice che non fosse stato abbattuto come quasi tutti gli altri monumenti dei tempi cristiani.

Un tempo tutto quel territorio era pieno di antiche vestigia degli infedeli, ma da quando il suo popolo aveva distrutto la loro unione corrotta e blasfema e si era insediato sui loro territori, quasi ogni vestigia del loro impuro passato era stata cancellata, e sostituita con edifici più inclini al gusto di Allah.

Quella piccola curiosità architettonica aiutava Abdul ad amare quel paese più di quanto non avessero fatto i racconti di suo nonno; il quale non mancava mai di ricordare quanto fosse difficile la vita nel medio oriente, e di come lui fosse stato tra i primi, in gioventù, a raggiungere questo luogo non appena le milizie dell’ISIS lo avevano finalmente conquistato.

Tornando verso casa, Abdul-Mateen non poté fare a meno di sentirsi particolarmente allegro: l’Italia era proprio un gran bel paese, conquistarlo era stata proprio un’ottima mossa.

 

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