di Gianluca Berno

Copertina Luci in vista

Conoscete il buio?

Mi rendo conto, sembra una domanda assurda, fuori luogo; o anche priva di senso… Ma signore, la verità è che non ci avete mai riflettuto: un conto è aver presente il concetto, un conto è conoscerlo sul serio, averlo visto; anzi, non averlo visto, perché se è buio è buio.

Dunque, potete dire di conoscerlo veramente? E non dite di sì con tutta quella sicumera, non vi credo e non vi crederò: l’unico modo in cui, in queste moderne metropoli di lampioni, insegne luminose e lampadine elettriche, potreste aver conosciuto il buio è d’esservi barricato in un ripostiglio, o in una stanza con pesanti tende di broccato chiuse, e persiane chiuse, e la notte di fuori. Perché altrimenti, caro signore voi non avete conosciuto nient’altro che una volgare imitazione del buio, una quisquilia infinitesimale di cui non si può che ridere. Il buio, quello vero, autentico, è una specie quasi estinta: è quello che ancora si trova solo in mezzo al deserto, in cima all’Himalaya o nel profondo delle più oscure caverne; oppure, come l’ho conosciuto io, in mezzo all’Oceano sconfinato, quando il novilunio toglie la sola luce naturale della notte e la nebbia, o i nembi, celano anche le stelle di cui s’adorna quel vuoto nero che è il cielo notturno, quando vuol sembrare meno vuoto e meno nero.

In quella situazione, come mi ci sono trovato in gioventù, le sole luci sono quelle di bordo. Se spingerete lo sguardo oltre la murata, il più lontano possibile da quel fastidioso impedimento, allora, nel punto più lontano dell’orizzonte, lo vedrete: il buio, il buio sovrano assoluto della notte atlantica, quando il novilunio toglie la sola luce naturale della notte… ma questo l’ho già detto, mi pare.

Ecco, ero anch’io in quella situazione, illustrissimo, su un battello che mi rendeva il compito di scovare il buio vero ancora più difficile: infatti, era il battello-faro dell’Isola di Nantucket, su cui all’epoca prestavo servizio come mozzo; un lavoro duro, soprattutto quando bisogna pulire il ponte col mare mosso. Voltando le spalle al potente riflettore, scrutavo l’orizzonte più remoto in un momento di pausa; ancora non mi ero interessato più di tanto a quell’idea del buio, anzi la davo per scontata. Ce l’avevo davanti: l’oscurità mi sovrastava esattamente come nel quadro di quel Tedesco… quello con una macchiolina sulla spiaggia, che si pretende sia un monaco solo perché è marrone… Mi ricordassi mai il nome di un pittore… Ah sì, Friedrich, grazie; ecco lui: il Monaco in riva al mare. Una striscia giallognola come spiaggia, una di un blu quasi nero per il mare e poi il cielo, per i tre quarti del quadro. L’uomo piccolo, piccolissimo, un atomo di fronte all’Assoluto. E così ero io davanti al buio di quella notte brumosa in mezzo al mare, ma ancora non lo capivo. Non capivo quanto il cielo nero potesse richiamare l’Assoluto, da cui tutto esce e a cui tutto torna; così, quando vidi un flebilissimo lume, lontano, all’orizzonte, confusamente intuii che qualcosa si stava generando nel buio ventre della notte e si avvicinava – ma allora non avrei saputo spiegarlo così bene.

Nella nebbia, quel punto luminoso così distante era circondato da un alone chiaro, che lo ingrandiva un po’. Doveva trattarsi di una nave in avvicinamento, come capitava più o meno ogni notte, più volte. I grandi transatlantici si avvicinavano, ci sorpassavano, sparivano verso Nuova York o nel folto della nebbia atlantica, diretti in Europa. A volte passavano a parecchie miglia, e si vedevano solo le luci più vistose, quelle in testa d’albero; altre volte incrociavano a poca distanza, tanto che potevate contare gli oblò dei vari ponti, le scialuppe, i fumaioli: una volta ero riuscito, complice la luna, a distinguere quattro persone che passeggiavano sul ponte scoperto.

Osservai curioso quella luce all’orizzonte. L’immobilità dell’Atlantico era stupefacente, qualcosa che accade molto di rado. Siete uno che viaggia? Eh, «qualche volta»! Qualche volta non basta, signor mio: il Mediterraneo può essere piatto in quella maniera, non l’Atlantico. L’oceano aperto è collerico, si agita, e d’inverno diventa intrattabile! E in quel momento, fissando la luce all’orizzonte e constatando quella calma impossibile, mi venne in mente che l’ultima volta che l’oceano era così calmo stavamo aspettando di veder passare l’imponente sagoma del Titanic… ma saprete senz’altro che aspettammo invano; così si era formato nella mia testa l’inquietante collegamento tra la calma dell’oceano e la disgrazia incombente, un pensiero che subito scacciai. In quell’attimo, solo per una frazione di secondo distolsi lo sguardo dalla luce; e quando lo focalizzai di nuovo su di essa, mi resi conto che si era avvicinata; non di molto, ma già era possibile distinguere tre punti luminosi: in alto, la testa dell’albero; sotto, una di fianco all’altra, c’erano le due luci di posizione, la destra e la sinistra. Una lieve sfumatura aranciata rivelava i loro veri colori, rispettivamente verde e rossa.

Sentii del movimento alle mie spalle; mi voltai e alzai lo sguardo: il capitano usciva sul ponte con un binocolo in mano. Giunse di fianco a me e mi rivolse la parola:

«Luci in vista. Non è il vostro turno di riposo, giovanotto?».

«Infatti, signore. È che volevo guardare il mare…».

Non disse altro; un’increspatura, un indizio di sorriso all’angolo della bocca, ed io non c’ero già più: era solo una questione tra lui e quelle luci in avvicinamento. Le scrutò alquanto col binocolo e commentò, forse più parlando a sé stesso che a me:

«Si avvicina ad una discreta velocità… ed è grande, grande parecchio… Ma ancora non capisco che rotta stia tenendo».

In quella, mi venne in mente un dettaglio che fino a quel momento non avevo ancora preso in considerazione, assorbito com’ero dalle sensazioni visive; ma anche al comandante era venuta in mente la stessa cosa, perché infatti mi anticipò:

«Curioso… perché non suonano la sirena da nebbia? Ormai dovrebbero averci visti».

Ma non attese risposte, segno che davvero parlava a sé stesso; e da solo si rispose, girando sui tacchi e tornando in timoniera. Sentii l’ordine che diede appena entrato all’ufficiale di turno:

«Suoni la sirena da nebbia, una nave è in avvicinamento».

Tornai a scrutare il mare con quel bell’accompagnamento dissonante, un lamento che si ripeteva con ritmo regolare e rapido. Le luci, ancor più vicine, rimanevano la sola cosa visibile, a causa della nebbia, della nave che avanzava nel buio. Ci era sempre più vicina, e si poteva intuire sempre più chiaramente quanto fosse grande. Era una mia impressione, o quella nave puntava su di noi?

Voi non potete immaginare che cosa significhi vedere una nave emergere dalla nebbia in mezzo al buio più completo e realizzare, man mano che si avvicina, che vi sta venendo addosso. In quel momento mi resi conto che non poteva essere un’impressione, che quella nave ci veniva proprio addosso; e anche in timoniera se n’erano resi conto, infatti sentii il capitano strillare ordini convulsamente, e avvertii il movimento del battello, sotto i miei piedi. La grande nave, delineandosi sempre più nitidamente, si rivelava in tutta la sua mole, sempre più vicina, sempre più grande.

Poi, tutto si svolse troppo rapidamente per averne ricordi netti e precisi.

Ho stampata in mente la potenza dello scontro, lo stridio del metallo sul metallo, il legno fracassato; ricordo la sensazione di venir sbalzato via dal ponte, poi il gelo improvviso. L’acqua fredda dell’Atlantico mi trafiggeva fin nelle ossa, e questa sensazione mi assorbì completamente… per quanto? Non lo so per quanto; tutto si fece confuso, e ricordo solo due braccia che mi afferravano e mi tiravano a bordo di una scialuppa, o di non so che barca… Non si preoccuparono granché di me, dopo avermi salvato, perché diedi segno d’essere vivo e più o meno cosciente; cioè, muovevo gli occhi e forse dissi qualcosa, non ricordo… So che, sdraiato nel ventre dell’imbarcazione, scomodissimo ma senza la forza né la testa di lamentarmene, sollevai il capo abbastanza da vedere oltre la murata: guardai il cielo, guardai il mare, ma non vidi il battello-faro; vidi solo tanti relitti galleggianti, d’ogni forma e dimensione… e lontano, un punto luminoso ch’era la nave investitrice.

«Luci in vista», mormorai con un fil di voce, e credo che nessuno mi sentì; poi «venni men, così com’io morisse», come diceva quel tale…

Rinvenni su un battello della guardia costiera, quand’eravamo ormai in vista di Nuova York; ma non compresi subito perché ci avessero portati là e non a casa, a Nantucket… Rigirandomi nel letto, realizzai poco a poco che avrebbero certo fatto un’inchiesta sull’incidente, e forse volevano ascoltare le nostre testimonianze al riguardo. Quando mi resi conto che ero completamente sveglio, e poiché non mi piace star con le mani in mano, mi alzai e andai all’oblò: era l’alba. Guardai il mare grigio, il cielo roseo… un paesaggio tranquillo e rassicurante, quel che ci voleva per rimettere ordine nella mente e superare il trauma.

Sul ponte, dove mi recai poco dopo, c’era il mio capitano, appoggiato al parapetto con lo sguardo rivolto a non so che punto dell’orizzonte; trasalì nell’accorgersi che gli ero di fianco, perché non mi aveva visto arrivare. Disse: «In porto, da quel che ho inteso, potrebbe esserci qualcuno della stampa… la notizia è arrivata a terra prima di noi, ma ormai è normale, in questi tempi moderni…».

«Così pare, signore», risposi; che altro avrei potuto dire? O forse sarebbe stato anche più sensato non dire nulla, e lasciargli fare il suo monologo… per tutto il tempo che ho passato sotto il comando di quell’uomo non sono mai riuscito a capire, quando si lanciava in quei soliloqui, se stesse davvero parlando a me o no; ci credereste?

Proseguì, comunque: «Ah, non è più come ai bei tempi della mia gavetta, quando ci mandavano sui velieri nel mare in tempesta e bisognava avere sempre tutti i sensi in funzione, sempre in tensione, come una molla pronta a scattare…! Ci scommetto tutto quello che ho, che la nave che ci ha investiti era comandata da uno sbarbatello che ha lavorato solo sui piroscafi: un lavoro di tutto riposo, senza complicazioni; la nave stabile, niente vele da governare, una cabina con bagno privato… Bah, al diavolo! Un capitano dev’essere stato marinaio: ogni giorno della sua vita deve ricordare com’era lavorare sui velieri, deve tenere sveglio il senso più importante di tutti…».

«Quello del pericolo?», azzardai.

E per la prima volta mi rivolse davvero lo sguardo: «Bravo, giovanotto, proprio quello. Su quelle grandi navi a vapore, che sembrano così sicure, si perde ogni contatto col mare, quello vero, quello traditore che, quando ha sete, beve tutto! Non si può comandare una nave, se non si ha ben chiaro chi comanda noi: sopra tutto c’è il mare, che ha le sue leggi e non vi rinuncia. Ricordo quella volta, quando ci aspettavamo di veder spuntare il Titanic… Poi arrivò quel messaggio, e fu davvero un duro colpo… Voi eravate già a bordo con noi quell’anno, vero?».

«Sì, signore, da almeno sei mesi», confermai io. Poi il capitano fece quel suo strano indizio di sorrisetto, che gli avevo visto la sera prima; prima dell’incidente. Gli avrei chiesto perché, ma non feci a tempo, mi anticipò lui: «Sorrido perché la vita è una cosa strana… Quella notte aspettammo in vano il passaggio della nave inaffondabile, e scoprimmo che le navi inaffondabili non esistono… o meglio, lo scoprirono quei creduloni dei terricoli, quelli che vanno “in crociera” … bah! Invece ieri sera, che non aspettavamo niente, ci centra in pieno la gemella della nave inaffondabile! Roba da matti, eh?».

Questa non me l’aspettavo davvero. E fu tutto quello che riuscii a dire anche a quel tizio del cinegiornale che ci intervistò, me e gli altri del battello, quando fummo in porto, prima ancora che scendessimo a terra. Quindi, complici la nebbia e la pessima abitudine di correre che hanno tutti i capitani delle navi passeggeri, eravamo stati speronati dall’Olympic… Inutile dirle che si fece un gran parlare nei primi giorni, poi fu presa una decisione, quando ormai ai giornali non interessavamo più: la lessi in un trafiletto in seconda pagina. Da quel momento, il nuovo battello-faro sarebbe stato spostato in una posizione meno pericolosa; ma io, non vi lavoravo già più.

L’anno seguente, mi rassegnavo ad un tranquillo impiego nel porto di Nuova York, come scaricatore di porto; la paga era praticamente la stessa, perciò non avevo di che lamentarmi; e tutt’ora conservo quell’impiego. Forse, un giorno, potrei anche tornare a lavorare sul battello-faro, perché no? Ma ora che conosco il buio, eviterò di fissarlo tanto intensamente; non lo indagherò più, perché non ne avrò bisogno: mi ha dato un saggio più che valido della sua potenza. Ricordo quando un vecchio marinaio mi raccontò una sua esperienza che aveva a che fare con le notti atlantiche; non so se credere ai suoi racconti di navi fantasma, mi parevano intrisi di whiskey… ma non fecero altro che confermare quella teoria che vi ho esposto. Del resto, anche lui mi disse qualcosa del genere: «Ricorda, giovanotto, se un giorno sarai di nuovo sul mare, di non fidarti mai della nebbia!».

Così mi disse, «non fidarti mai della nebbia». Gli chiesi: «Esattamente, che cosa intendete dire?», e lui mi rispose… un momento, devo ricordare le sue parole precise, perché altrimenti non rendo bene l’idea. Mi disse: «Quando la nebbia si alza di notte, in mezzo all’oceano, l’oscurità si fa intensa come in nessun’altra condizione: il buio diventa grigio, eppure è buio lo stesso; anzi, più del normale. E quando l’oscurità diventa grigia, le luci cambiano colore e posizione, non capisci da dove arrivano i suoni, quello che vedi non è quello che c’è».

Mi raccontò allora la sua esperienza, e io gli dissi la mia; fu come un’iniziazione, in un certo senso, e ora so che cos’è la vera oscurità… Ora, crederete senz’altro che io sia uno di quei vecchi lupi di mare che raccontano sempre la stessa storia a chiunque abbia la sventura di sedersi vicino a loro, rinverdendo col rum i ricordi sbiaditi… No, non sono uno di quei tipi così pittoreschi, com’era invece quel mio vecchio amico che mi spiegò il buio: di rado tiro fuori questo aneddoto, credetemi, perché non ho quel grand’entusiasmo di ricordarlo…

Questa era una di quelle sere in cui la malinconia, o non so che altro, mi ha spinto a rispolverarlo, e solo quando ho capito d’aver di fronte un interlocutore cui potesse interessare. No, non mi compiaccio della mia avventura, non la racconto ai comuni mortali come un mito antico, per rivestirmi di un alone eroico, come certi pescatori con la loro carpa da dieci chili. Questa storia mi ha segnato, in qualche modo: alle volte, mi risveglio ancora con quei suoni nelle orecchie, quelle luci di posizione negli occhi, quel gelo nel corpo… e mi accorgo che è sudore freddo, che ho avuto un incubo; ma questo è quel che mi dice il raziocinio: nel profondo, tremo ancora, e per rendermi davvero conto che sono nella mia stanza, che non rischio di affogare in mezzo al buio, ancora oggi, a distanza di tanti anni, devo comunque accendere la luce… E cacciare via quel buio, quel buio assoluto da notte atlantica, quando il novilunio toglie la sola luce naturale della notte e la nebbia, o i nembi, celano anche le stelle di cui s’adorna quel vuoto nero che è il cielo notturno, quando vuole sembrare meno vuoto e meno nero.

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