di Filippo Mairani

non aprite quella porta

Non appena la nave era stata attaccata, l’allarme generale aveva squarciato il tipico silenzio che regnava durante un viaggio spaziale, per sostituirlo con un crescendo di grida e di passi che frettolosi si accalcavano in direzione delle poche entrate dalle quali il nemico avrebbe potuto passare.

Quella non era una nave da battaglia, e nel poco tempo che avevano avuto per prepararsi, le poche guardie presenti non poterono fare altro che ammassare qualche cassa nel lungo corridoio bianco che conduceva verso l’entrata principale e lì, inadeguatamente coperti, aspettare.

Passarono alcuni minuti e, per qual brevissimo lasso di tempo, parve ritornare quel silenzio tanto tipico dello spazio, ma non era così. Il silenzio siderale era paragonabile a quello di un’eterna sala d’attesa. Nessun prima, nessun dopo, solo la sicurezza che si stava aspettando.

La tranquillità che regnava sulla nave in quel momento, invece, era quella prima della tempesta.

Lampi blu e piccole fiammelle incominciarono ad intravedersi attraverso la bianca porta d’entrata, che presto esplose in mille scintille. Dalla voragine nera che l’aveva ora sostituita, incominciarono ad uscire decine e decine di soldati nemici.

I bagliori dei proiettili delle pistole laser di entrambe le fazioni balenarono per tutto il corridoio. Molti colpi andavano a segno, mentre quelli che colpivano le pareti danneggiavano i circuiti interni dell’astronave, tanto che, presto, l’intera stanza fu invasa da una spessa coltre di fumo e dall’aspro odore di circuiti bruciati.

Una guardia, riparata precariamente dietro ad una delle casse più lontane dalla porta, fu costretta a vedere i suoi colleghi ed in alcuni casi, amici, venire decimati dalla potenza di fuoco imperiale.

Ormai l’unica cosa visibile nel denso fumo che aveva invaso la stanza erano i raggi rossi dei proiettili nemici; se ci teneva alla pelle, era meglio ripiegare.

Così, approfittando della scarsa visibilità, la guardia si alzò in piedi e corse il più lontano possibile dalla porta. Forse poteva ancora raggiungere i suoi colleghi nella sala di controllo, ed aiutarli a difendere quell’area… ma i suoi pensieri vennero bruscamente interrotti da una brutta sorpresa: appena girato l’angolo, infatti, la guardia si trovò davanti due soldati imperiali che, gli spararono contro.

La guardia sparò a sua volta, riuscendo a colpirli entrambi, ma non prima che uno dei loro colpi riuscisse a ferirgli la spalla sinistra.

Sanguinante e stordito, la guardia si riparò dentro uno dei corridoi di servizio. Qui i tipici muri candidi che caratterizzavano l’architettura del resto dell’astronave scomparivano, per lasciare il posto ad una serie di tubi a vista e cavi penzolanti, appena visibili nella fioca illuminazione.

“mi serve solo una piccola pausa per recuperare le energie, poi raggiungerò i mie compagni nella sala di controllo, nessun problema” pensò, coprendosi la ferita con la mano libera, appoggiandosi con la spalla sana al muro.

Una sensazione di freddo cominciò a pervaderlo. Inizialmente pensò che fosse colpa del muro metallico che stava toccando ma, lentamente, quella sensazione prese sempre più possesso del suo corpo, penetrandogli nella pelle, nelle ossa, quasi fin dentro l’animo. Fu solo a quel punto che il povero giovane riuscì a sentire un pesante respiro artificiale provenire dalle sue spalle.

La guardia si voltò di scatto, per trovarsi davanti una figura imponente, completamente vestita di nero. Nero era il suo abito; nero il mantello che, svolazzando, impediva di capire esattamente se ci si trovasse davanti ad un uomo imponente oppure ad una macchina, e nera era la maschera dalla quale la guardia non poteva vedere, ma sentiva lo sguardo d’odio che lo investiva.

Improvvisamente, la guardia si sentì soffocare. Con un ultimo sprazzo d’energia si portò entrambe  le mani alla gola, ma fu inutile: invisibili ed incorporee erano le braccia che lo strangolavano.

Dopo qualche momento, la battaglia era conclusa. La guardia si accasciò a terra e, con la vista che ormai veniva sempre più conquistata dal nero, guardò Lord Fener, il più terribile araldo dell’impero, dirigersi verso la sala di controllo.

 

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