di Stefania Ferrazzi

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«Tu mi ami?». Lo sguardo di lei era freddo e calmo, mentre si focalizzava sulle labbra di lui, in attesa. Quando Marte le sfiorò il volto con la punta delle dita, la lancetta dei minuti aveva appena finito di scorrere lentamente per la nona volta. Lei socchiuse piano gli occhi, assaporando quell’attimo. Le sembrava di sentire il calore di un tempo, quando insieme parlavano della Possibilità che li avrebbe condotti lontano, oltre quei campi, oltre i canti del melograno e delle allodole.

«Rispondimi, Marte. Tu mi ami ancora?» chiese nuovamente, cercando di scrutare dentro l’orizzonte silenzioso dei suoi occhi. Attimi silenziosi scandivano l’aria. Poi il volto di lui debolmente si addolcì in un sorriso, e le foglie caddero dal cielo come fuoco in battaglia.
Lei vibrò.
«Riesci a sentirmi, M.?» sussurrò piano, appoggiando delicatamente le labbra sulla guancia di lui.
«Cleonice».
Lei si immobilizzò, guardando quel corpo fiero e bellissimo steso per terra che stava ormai proteggendo da giorni, stendendocisi sopra lei stessa.
«Marte» rispose, cominciando a piangere, incredula.
«Cleonice… Ti stavo aspettando».
«M., tu mi ami?»
Lui cercò di raccogliere le ultime forze rimaste, la guardò nel profondo e rispose.
Gli alberi caddero e le anime urlarono congelando il tempo. È stato allora, suppongo, che la Terra esplose. Tutto è rimasto sfocato.
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