Trovate qui gli altri Trittici e qui l’introduzione a questa rubrica.

Discendiamo nell’Inferno dantesco, e che cosa troviamo? Nientemeno che la gola. Il secondo appuntamento col nostro trittico prosegue così con i sette vizi capitali (e non abbiate paura, i primi due racconti sono solo un po’ in basso…).

Gianluca Berno Stefania Ferrazzi Filippo Mairani
Ei fu. Del resto, con una pressione così, che cos’altro aspettarsi? E il colesterolo, ne vogliamo parlare? Era solo questione di tempo, lo sapevano tutti; ma nessuno aveva osato dirgli nulla. Pover’uomo, non aveva che quell’unica consolazione, nella vita, e dunque? Lo ammazziamo? Ma alla fine s’è ammazzato da solo, a furia d’ingozzarsi…

Il corteo funebre procedeva lento lungo il viale costeggiato dai cipressi, guadagnando infine l’ingresso laterale del Musocco. Le automobili sfrecciavano indifferenti lungo lo stradone; appena l’ultima vecchietta in lacrime aveva sgombrato la carreggiata erano ripartite a tutto gas, manco fossero a Monza. L’auto grigio-antracite, sormontata dalla più anonima croce di latta mai fusa, scivolava mestamente in prima fila, con un immenso cespuglio in fiore dietro i vetri fumee, che nascondeva alla vista la cassa del morto; quelli dell’impresa si erano davvero messi d’impegno, viste le sue dimensioni. Intanto, tra le lacrime più o meno di circostanza, correvano liberi i pensieri.

Certo che la moglie deve averne sopportate, povera donna… Negli ultimi anni, lavorava quasi solo lei perché quel Franco, ormai, si muoveva appena: centotrentasei chili. E ci credo, con quello che ingollava ogni volta che apriva bocca…!

Il povero Franco non era una cattiva persona, ma aveva certamente quel vizio della gola… mai come nel suo caso si sarebbe potuto parlare di peccato mortale. Ormai, due piatti di pasta a pranzo e due a cena erano diventati una consuetudine, una legge; e poi gli insaccati, a tonnellate. Il medico… ma se ne andasse a farsi friggere, il medico! Il povero Franco non ne consultava uno da non meno di quindici anni, perché non sopportava le lunghe omelie sulla necessità di una dieta equilibrata, di fare movimento, controllare il colesterolo. Niente uova. Niente dolci, niente salame, mai una fetta di mortadella… una drastica riduzione dei carboidrati.

Ma come avrebbe potuto il povero Franco risolversi a un tale passo? Come congedarli, come spiegar loro che era venuto il momento di una pausa di riflessione? Di non vedersi per un po’, in nome della salute… Addio arrosti, sorgenti dal forno e serviti in tavola; fette di torta, note a chi è cresciuto con voi e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più famigliari; spumanti, dei quali distingue il frizzare, come il suono delle voci domestiche; mozzarelle e formaggi, biancheggianti sul vassoio, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, vissuto tra voi, se ne allontana.

Poi, quando il dottor Bianchini è morto d’infarto, dieci anni fa, è stata una vittoria personale, per il povero Franco: «Avete visto il salutista?», diceva a tutti quando si parlava del medico… e da allora non ne aveva più cercato un altro. Non voleva, è inutile, non voleva sentire discorsi su quanto faccia male mangiare troppo; lui, che non mangiava per vivere, ma viveva per mangiare.

Mai nessuno aveva più cercato di farlo ragionare, sarebbe stato fiato sprecato: visse senza pensare che in un modo o nell’altro, presto o tardi, sarebbe stata la Morte stessa a imporgli di abbandonare il suo insostenibile stile di vita. E intanto, il corteo si addentrò nel cimitero, verso il campo in cui la fossa aspettava il nuovo occupante.

Aprire. Chiudere.

Ingoiare.

Di nuovo afferrare.

Spalancare.

Inghiottire

Ingoiare.

Dimenticandomi di chiudere.

Cortocircuito.

Annaspo.

Recupero.

E ancora apro, e di nuovo chiudo.

Per inglobare…

Attorno a me, briciole.

Della cucina, che ho sventrato,

e di mia madre.

E di mio padre.

Briciole.

Della casa che ho violato,

dall’ultima tegola

alla piastrella impolverata del sottoscala,

ed era buona, oh

se era buona.

La mia casa.

Ovunque briciole.

Del giardino, che ho fatto a pezzi

sempre aprendo,

e chiudendo.

Ingoiando.

Poi i fiori un giorno divennero insapori,

li inglobavo

ma non sentivo più nulla.

Nemmeno il profumo,

disfacevo la loro leggerezza tra le dita

e li conducevo in me.

Non li riconoscevo.

Così ho cominciato ad aprire e a chiudere

inghiottendo il fuoco,

le nuvole e i nidi di rondini.

Diventavano parte di me,

mentre io mutavo,

aprivo, chiudevo.

Inglobando.

Diventando una macchina,

d’amianto e diamanti.

Specchio per allodole

da inglobare.

Fino ad oggi.

Aprire. Chiudere.

Ingoiare.

Di nuovo afferrare.

Spalancare.

Inghiottire

Ingoiare.

Dimenticandomi di chiudere.

Cortocircuito.

Annaspo.

Recupero.

.

Aprendo, chiudendo.

Ingoiandomi

senza riconoscermi.

Scomponendomi in briciole.

 Il signor Gluttony non aveva fatto mistero con nessuno della sua felicità per il nuovo lavoro come ispettore della qualità nella più rinomata fabbrica di torte della città.

Molti suoi conoscenti si chiedevano cosa avesse spinto quell’uomo anziano, basso e tarchiato, ad uscire dalla pensione per intraprendere questa nuova carriera. Forse lo stipendio era particolarmente alto? Forse il vecchio si annoiava, e aveva bisogno di qualcosa con cui riempire le proprie giornate?

I suoi amici più intimi, conoscendo la sua voracità, amavano scherzare dicendo che l’unica ragione era quella che in questo modo sarebbe stato sempre vicino alla sua più grande passione: i dolci.

“I mie amici non hanno del tutto torto”, ripensava fra sé e sé il signor Gluttony, mentre prendeva posto sulla piccola seggiola che rappresentava il suo nuovo luogo di lavoro. “Ma non hanno nemmeno ragione”, concluse, ridendo sotto i folti baffi grigi.

La sirena che segnava l’inizio dell’orario di lavoro rimbombò per tutta la fabbrica e, poco dopo, il nastro trasportatore davanti al nuovo operaio incominciò a muoversi.

Qualunque torta che fosse passata di lì sarebbe stata sotto la sua completa giurisdizione e, se a suo parere non avesse rispettato le condizioni di qualità previste dalla fabbrica, sarebbe stato suo compito anzi, dovere, distruggerle. E quale modo migliore per distruggere una torta, pensò leccandosi le labbra il signor Gluttony, se non mangiandola?

Questo era il motivo che aveva spinto l’anziano a buttarsi di nuovo nel mondo del lavoro, e le sue aspettative non vennero affatto deluse: eccogli passare davanti una torta al cioccolato la cui decorazione di zucchero, sulla parte superiore, era tutta sbavata.

Con uno scatto di cui pochi lo avrebbero considerato capace, considerata l’età e la mole, Gluttony subito la afferrò e la ingurgitò il più velocemente possibile. La torta, come si aspettava, era estremamente gustosa, ma siccome purtroppo (anzi, per fortuna!) non rispettava gli elevati canoni estetici della ditta, lui era più che autorizzato a farla sparire.

“Essì”, pensò Gluttony continuando ad osservare le leccornie che passavano sul nastro trasportatore, “questo lavoro mi piacerà un sacco”.

Purtroppo per lui, però, i famosi standard di qualità dell’azienda dolciaria non erano dovuti solo ai suoi ispettori ella qualità e, dopo quattro ore di lavoro, l’anziano operaio era riuscito a mangiare soltanto quella torta al cioccolato.

Più il tempo passava, più la sua pazienza diminuiva e la sua fame aumentava. Soprattutto l’ultima era diventata difficile da gestire, dopo aver passato ore ed ore ad osservare dolci squisiti e dall’aspetto oltremodo invitante.

Ma poi, si chiese, era forse vero che quelle torte avevano un aspetto tanto bello? forse la verità era che lui stava compiendo male il suo lavoro, ed il suo giudizio non era stato, fino a quel momento, abbastanza severo. del resto, quella famosa ditta aveva una reputazione da mantenere, e lui avrebbe fatto del suo meglio perché questa non venisse macchiata in alcun modo.

Una fragola di quella torta alla frutta era chiaramente guasta, bastava guardarla!

Gulp.

La marmellata di quella Sacher sbordava troppo dal corpo della torta!

Gulp.

Il giallo di quella torta al limone era tutt’altro che convincente!

Gulp, gulp e rigulp!

Spaparanzato sul suo sgabello, Gluttony si sentiva davvero soddisfatto del suo lavoro: forse, continuando di questo passo, avrebbe addirittura ricevuto una promozione.

“Signor Gluttony?”.

Il vecchio girò la testa in direzione della fonte di quella voce, ovvero il signor Big, il suo sovrintendente.

Forse la promozione era già arrivata.

“Buongiorno signor Big”, rispose affabilmente l’operaio, “vuole forse dirmi qualcosa riguardo al mio ottimo lavoro?”

“In effetti sì”, rispose il supervisore, “volevo giusto dirle se, per favore, poteva smetterla di consumare da solo tutta la produzione!”. Così disse, alzando sempre di più la voce per poi concludere: “provaci un’altra volta e ti sbatto fuori”

Il povero Gluttony, colto di sorpresa, non poté fare altro che annuire e tornare, come prima, a fissare i dolci che passavano sul nastro trasportatore.

Il lavoro tornò ad essere ostico per il signor Gluttony. Ormai la giornata era quasi a metà e, da quando aveva cessato di usare il suo metodo particolarmente preciso, erano uscite dal macchinario soltanto altre due torte difettate.

Se non altro, pensò, questo voleva dire che le torte che poteva mangiarsi non erano impossibili da trovare; semplicemente, uscivano solo a distanze di tempo molto grandi tra loro.

Un’idea, improvvisamente, balenò nella mente del vecchio operaio. Se lui fosse riuscito a velocizzare il processo di produzione… forse dal macchinario sarebbero uscite più torte guaste!

Dopo essersi accertato che nessuno lo stesse guardando, Gluttony si alzò dal suo sgabellino per dirigersi verso il macchinario, che riuscì a manipolare facilmente grazie alle sue passate conoscenze ingegneristiche.

Inizialmente il piano sembrò andare a meraviglia: con tutta la produzione velocizzata, ora l’anziano operaio poteva godere di almeno una torta guasta ogni quarto d’ora. Il che non era male, però Gluttony sentiva che poteva avere di più… se solo avesse potenziato ulteriormente il macchinario, forse avrebbe potuto avere una torta ogni dieci, ogni cinque, anche ogni minuto!

Sì, era decisamente una cosa che andava fatta.

L’anziano manipolò nuovamente la macchina, ma stavolta qualcosa andò storto: la scatola metallica incominciò a vibrare sempre più vistosamente, dall’esterno se ne poteva sentire la struttura interna che, lentamente, incominciava ad accartocciarsi su sé stessa. Finita questa macabra melodia, la macchina ritornò silenziosa, come morta.

Ma morta non era, perché subito dopo incominciò a far schizzare dalla sua uscita decine e decine di torte, che presto invasero il nastro trasportatore.

Gluttony incominciò a mangiare quante più torte poteva, ma la macchina era ormai fuori controllo: la sua velocità aumentava sempre di più, e le torte incominciavano ormai a cadere dal nastro trasportatore e ad invadere il pavimento. Come se non bastasse, lo stomaco del signor Gluttony era percorso da dolori lancinanti.

Siccome mangiare non era più un’opzione, l’anziano operaio decise che l’unica soluzione era fermare la macchina che lui aveva così diabolicamente modificato. Incominciò prima a camminarci sopra, poi a marciarci ed infine a nuotare in mezzo all’enorme quantità di torte che lo separavano dalla macchina. Ormai aveva crema di limone spalmata ovunque nei pantaloni, frutti di bosco spappolati sulla camicia e cioccolato che gli sporcava ogni angolo della faccia, ma non si sarebbe fermato finché non fosse riuscito a raggiungere la causa di questo guaio.

Purtroppo per lui, però, le sue modifiche dovevano essere state più invasive di quanto non avesse pronosticato, perché, proprio quando lui era quasi arrivato, la macchina esplose in mille pezzi, scagliando ovunque decine di dolci e torte di vario genere.

“Se non altro”, pensò ansimando il signor Gluttony seduto a terra stanco, sporco e con lo stomaco dolorante, “è finita”.

In quel momento, il signor Big entrò nella stanza, probabilmente attirato dall’esplosione. Guardandosi intorno, la faccia del sovrintendente divenne completamente pallida ma, non appena questi posò i suoi occhi sul nuovo venuto, il suo volto arrossì e si piegò in una grottesca smorfia di rabbia, tanto da farlo assomigliare ad un pomodoro maturo ma raggrinzito.

Carico di questa ira, il signor Big corse incontro a Gluttony che, ormai troppo stanco e dolorante, rimase fermo, sul pavimento, ad attendere la sua punizione.

Questa volta, però, la fortuna decise di venire in suo soccorso perché, ad appena due passi di distanza da lui, il signor Big fu fermato da una torta di compleanno che, probabilmente sparata in aria poco prima dal macchinario, gli era ora precipitata in faccia.

Immobilizzatosi sul posto, il signor Big si limitò a pulirsi sbrigativamente la faccia e, con uno sguardo estremamente serio solo in parte oscurato dalla glassa rosa che gli colava dalle guance e dai capelli disse: “sei licenziato”.

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