di Filippo Mairani

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Una ragazza bionda camminava solitaria lungo un’anonima strada di periferia.

Nonostante fossero soltanto le dieci di sera le case, tutte uguali tra di loro, erano a malapena illuminate dai vecchi lampioni che puntellavano il marciapiede, e l’avvicinarsi dell’inverno si faceva sentire sempre di più ogni notte che passava.

Ma né il freddo, né la scarsa visibilità e nemmeno il senso di colpa per essere uscita di casa di nascosto dai suoi genitori avrebbero fatto desistere Victoria dalla sua missione: consegnare alla sua cotta la lettera d’amore che teneva in tasca.

Confessarsi a scuola sarebbe stato troppo pericoloso. Il ragazzo di cui si era innamorata era un nessuno, e lei non poteva permettere che questa sua infatuazione venisse scoperta altrimenti il suo gruppo di amici, i ragazzi più popolari della scuola, non le avrebbero più rivolto la parola.

Ad un tratto, Victoria sentì un rumore. si voltò, ma dietro di lei non c’era nulla.

Il suo primo pensiero fu di essersi fatta suggestionare. Halloween non era passato da tanto, e probabilmente un po’ della sua atmosfera dimorava ancora all’interno della sua psiche… camminare un po’ più velocemente non le avrebbe fatto male, comunque.

Poco dopo, un altro fruscio. questa volta Victoria aumentò ulteriormente il passo senza neanche voltarsi.

Improvvisamente, la ragazza si rese conto che l’incalzante rumore dei suoi passi non era più l’unica cosa che si udiva nel quartiere: dietro di lei l’ormai perenne fruscio, come di una pesante sacca che veniva strusciata contro il manto stradale le confermava che era inseguita.

Incominciando finalmente a correre, la ragazza si girò, aspettandosi di scorgere l’immagine di colui che aveva trasformato la sua serata in un’esperienza terrorizzante; ma quello che vide fu molto, molto peggio.

La cattiva illuminazione le rendeva difficile capire che cosa stesse esattamente guardando, ma quella creatura era troppo alta e troppo larga per essere umana. quel suo corpo gonfio e deforme, poi, si trascinava lungo la strada facendosi forza con diverse appendici che non potevano essere descritte in altro modo se non come tentacoli.

Terrorizzata, Victoria corse con quanto fiato aveva in corpo e, appena trovata una staccionata, la scavalcò immediatamente per poi nascondersi dietro un albero.

Aveva fatto una piccola deviazione dal percorso che si era prefissata, ed ora si trovava al limitare di una delle poche zone boschive rimaste nella periferia della città. Sperava davvero che la staccionata, o il suo nascondiglio, l’avrebbero protetta da quella cosa.

Appena arrivata, la creatura si fermò dietro la staccionata, immobile.

Victoria non era sicura di quanto tempo avesse trascorso dietro la vegetazione. Con molta probabilità si trattò solo di pochi secondi, che però le parvero anni. Anni in cui si sforzò di non respirare, sperando che il mostro non la udisse. Purtroppo, però nulla poteva fare per il suo cuore che, come un tamburo, le rimbombava nel petto.

Poi, un forte tonfo infranse il silenzio: la bestia aveva saltato oltre la staccionata.

Victoria, terrorizzata, uscì dal suo nascondiglio per cercare di sfuggirle attraverso il bosco, ma il mostro la afferrò per la gamba con uno dei suoi tentacoli. La ragazza cadde a terra e l’ultima cosa che vide, prima che il mostro incominciasse a trascinarla verso di sé, fu la sua lettera che, caduta dalla tasca, veniva trasportata dal vento verso le profondità del bosco.

“Cosa cavolo è successo?!?”, chiese Timmy ai suoi fantagenitori mentre guardava il grosso buco nel muro dove un tempo c’era stata la sua finestra. “Avevo desiderato qualcosa che mi dicesse se piacevo a Trixie, e voi avete fatto apparire quel… quel.. cos’era quella cosa? E perchè mi ha leccato prima di sfondarmi il muro?”.

“Una bestia divoratrice dalla quarta dimensione”, rispose a Timmy la fata dai capelli rosa. “Percepisce chi ti ama e poi ne va a caccia. Per noi fate è innocua, essendo immortali, ma non dovrebbe mai avvicinarsi ad un umano. si racconta che, se ne catturasse uno riuscirebbe addirittura a cancellarlo da questo piano dell’esistenza!”.

“Mi dispiace”, disse il padrino fatato dai capelli verdi, principale artefice dell’apparizione mostruosa. “Credevo di riuscire a mettergli il guinzaglio”.

Timmy Sospirò: “Beh, qualunque cosa fosse… desidero che ritorni da dove è venuta!”.

In fondo, pensò il ragazzo, non poteva essere successo nulla di grave.

La bestia era fuggita da pochissimo tempo, non aveva preso di mira i suoi genitori e nessuno che provava affetto di sorta per lui gli abitava così vicino.

Sicuramente, nessuno si era fatto male.

 

 

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