In inglisc, pliz!

di Gianluca Berno, 11 marzo 2016

Ci duole il constatare come la gloriosa Lingua nostra, che fluì magnifica dalle penne di Dante, di Foscolo, di Manzoni, di Gadda; d’Alfieri e Leopardi, di Tasso e di Bembo, sia oggi sottoposta all’umiliazione d’un sistematico depauperamento, alle barbariche invasioni dell’anglicismo a tutti i costi, al supplizio indicibile, da nona bolgia dantesca, di venir mutilata dei congiuntivi, orbata del registro aulico, azzoppata nella sintassi; torturata da giornalisti e politici, tradita da scienziati che scrivono i loro studi in lingue straniere, cedendo al ricatto della pubblicistica internazionale… 

D’accordo, non vi spaventate: il resto dell’articolo sarà di gran lunga più semplice, ma lo sfoggio di retorica non è fine a sé stesso. 

Secondo il retore greco Isocrate (V-IV sec. a. C.) chi parla bene pensa bene. Sappiamo bene che le cose non stanno esattamente così: pare che Hitler avesse un’incredibile capacità oratoria; ma certamente dobbiamo ammettere che meglio si padroneggia la lingua, più cose è possibile pensare. Questo assunto è importantissimo, perché implica che la capacità di capire quel che accade intorno a noi dipenda almeno in parte dal livello delle nostre competenze linguistiche; cioè, implica che la nostra stessa capacità di giudicare e quindi scegliere liberamente sarà influenzata dalla padronanza che abbiamo della lingua. Traducendo in una formula molto semplificata, ma efficace: se non sapete mettere in fila due parole, chiunque potrà fregarvi come vuole.

Questa premessa generale è necessaria a dimostrare che il problema di parlare bene la propria lingua non è una trita e infeconda disputa accademica, nella quale io, povero studente triennale, non avrei voce in capitolo né interesse: ha a che fare con la stessa libertà di ciascuno di noi. Ciò detto, è chiaro che l’ignoranza dei molti farà la fortuna di quei pochi che detengono il potere pur essendone indegni: ed è il caso italiano, più o meno da centocinquant’anni, forse con qualche rada interruzione. Come ci dimostra il personaggio manzoniano di Antonio Ferrer, vice governatore di Milano al momento della rivolta del pane, l’obiettivo dell’uomo politico è sempre stato ingannare il resto della cittadinanza sui moventi e le conseguenze del suo agire, o per evitare rivolte, o per conquistare voti. Forse è un luogo comune, ma mi pare di poter ravvisare una incommensurabile differenza di metodo tra la politica di una volta e l’attuale: prendendo in esame la sola parte repubblicana della Storia dell’Italia Unita, l’impressione è che, quando la televisione era in bianco e nero, il palazzo si appoggiasse, nell’inganno, su solide basi culturali; mentre oggi, il faccendiere di turno ricorra sempre più spesso all’Inglese. Il risultato è sempre d’apparire incomprensibili, sviando l’attenzione dello uditorio dal contenuto del discorso – che di solito è o odiosamente truffaldino, o di una densità molto prossima al vuoto cosmico.

Ora, però, ci interessa approfondire il problema del metodo con cui si raggiunge l’unico scopo: quello di una volta, dicevo, ha solide basi culturali. Ciò significa che il politico “anni Cinquanta”, biecamente giocando sul dislivello tra la propria preparazione di laureato e quella della maggior parte degli elettori, spesso fermatisi per varie ragioni alla licenza media o elementare, manteneva per tutto il discorso un registro elevato, gonfiando il periodare di subordinate, impreziosendo la loquela con arcaismi e citazioni – bibliche se era della Democrazia Cristiana, classiche se era del Partito Comunista. La folla capiva poco, o non capiva affatto, fidandosi di chi ne sapeva di più. Oggi, invece, la politica ha abbassato il livello sino a toccare il fondo e scavare ancora un po’; il motivo addotto è “essere più vicini alla gente”, ma il risultato è francamente offensivo: debbo dedurne che la maggior parte degl’Italiani è una massa informe di buzzurri che non usa più di venti, venticinque parole diverse in una giornata? Francamente, la gentaglia che va a fare campagna elettorale per il tal partito in tutti i programmi di attualità, tutti i giorni da vent’anni, meriterebbe l’assalto della folla inferocita solo per questo postulato. Ma se il livello si è abbassato fino al turpiloquio, a parlarsi l’un sopra l’altro, a seminare nel discorso errori di grammatica che anche un bambino di terza elementare rileverebbe, non dovrebbe essere venuta meno quella distanza che impediva al pubblico eleggente la comprensione del discorso? Ed è qui che ai nostri politici viene in aiuto l’Inglese: nonostante esso circoli a tutte le latitudini come lingua di scambio internazionale, in Italia è ancora molto forte la percentuale di persone che non lo hanno imparato come si deve, e che quindi sono facilmente ingannabili buttando lì ogni tanto qualche parola o locuzione esotica. Così, ecco stabilita una nuova distanza, di natura non più culturale ma interlinguistica.

Per difendere la cittadinanza da questa invasione di anglicismi finalizzati alla truffa, che dalla politica sono passati immediatamente alla stampa sua servitrice, accanto a quei tecnicismi che già il potere economico da tempo utilizza per intortare il consumatore, ecco un piccolo glossario di termini anglosassoni molto usati al giorno d’oggi. Potrete imparare qualche parola nuova, per sfuggire alla truffa, oppure conoscerli per evitarli. Fate voi. Aggiungo qualche nota sulla loro origine, la traduzione in corsivo e, nel caso, dei commenti personali – sono stato serio abbastanza, direi…

Archistar s. neutro, architetto di fama internazionale spesso incaricato di progettare grandi opere pubbliche; dal pref. “archi-”, uguale in It. e in Ingl., e da “star”, nel senso hollywoodiano del termine. Se l’archistar è Calatrava, l’autore dell’orrido ponte pedonale che ha fatto spendere al Comune di Venezia, in risarcimenti a chi è scivolato sui gradini di vetro, molto più di quanto sia costata la realizzazione stessa del ponte, riteniamo ugualmente valido tradurre con pirla

Bail-in s. m., procedura europea che impedisce agli Stati di salvare una banca sull’orlo del baratro, imponendo l’onere ad un fondo interbancario apposito; la banca in questione potrà poi rivalersi sui correntisti detentori di obbligazioni subordinate (pericolose). Potremmo definirlo un salvataggio privato, in contrapposizione con quello pubblico. I fatti recenti delle quattro banche italiane che avevano venduto fraudolentemente a ignari risparmiatori delle obbligazioni di quel tipo, facendo perdere loro i risparmi di una vita al momento del salvataggio, ha portato M. Crozza a sospettare un’origine genovese del termine (dalla parola che indica il membro virile).

Businness s. m., letteralmente indicherebbe l’essere impegnati, traducibile con affari. Dall’agg. ingl. “busy”, impegnato. Curiosamente, all’atto pratico, quelli impegnati sono sempre i dipendenti dell’affarista, mai lui.

Coffee-break s. f., ma vi fa proprio così schifo dire pausa caffè?

Congestion Charge s. f., provvedimento adottato in Milano per ridurre il traffico in centro, noto anche come Area C. In sostanza: “caro automobilista, non ci importa se inquini, basta che ci paghi l’obolo ogni volta che entri nella Cerchia dei Bastioni”. Non saprei dirvi che cosa c’entri “charge”, che mi pare abbia a che fare con la ricarica delle batterie.

Eco-friendly agg. qual., ecocompatibile, sostenibile, rispettoso dell’ambiente; dal pref. greco “eco-”, in origine casa, poi allargatosi all’ambiente nel complesso, e da “friendly”, amichevole.

Fashion s. neut., indica semplicemente la moda. Ma dirlo in Italiano non è trendy… (vd.).

Gender s. m., insieme di teorie che vanno di moda ultimamente, sul tema delle differenze nei due sessi. Potremmo definirle teorie sul genere, ma non ci è chiaro in che cosa consistano: taluni le attaccano come diffusive di un’idea troppo semplicistica del genere, dettata unicamente da esigenze di “politically correct” (vedi); cioè, per evitare discriminazioni, giungerebbero al punto da affermare che non vi sia differenza e basta. Ma, osserviamo, questo è se possibile ancor più discriminatorio della stupida lotta millenaria su chi debba comandare dei due, perché nega l’esistenza di specifiche caratteristiche dei due sessi, che costituiscono non un ostacolo, ma una ricchezza.

i-Phone s. m., vedi Smartphone.

Jobs Act s. m., indica la riforma del mercato del lavoro; da “job”, mestiere, ed “act”, termine tecnico che, tanto in Gran Bretagna quanto negli Stati Uniti, da sempre designa le leggi. Ignoro quale motivo abbia indotto il Presidente del Consiglio a pluralizzare “job”: si potrebbe quasi scambiare la riforma per un “decreto di Steve Jobs”.

Manager s. m., dirigente d’azienda, sia essa pubblica, privata o partecipata; deverbale da “to manage”, cercare di [fare q.cosa] o anche riuscire in q.cosa. Si spera il nome derivi da questo secondo significato… altrimenti addio ditta. Quando il dirigente è particolarmente potente, per esempio è un amministratore delegato, e sta sopra gli altri, si parla di “top manager”.

Politically correct locuz. agg., politicamente corretto, ossia non discriminatorio nei confronti di alcuna categoria. È il motivo per cui dovremmo essere costretti a chiamare lo spazzino “operatore ecologico”, un vecchio “anziano”, un sordo “non udente” e via discorrendo. Se per alcune categorie la cosa ha un senso, ci risulta arduo comprendere la necessità di cambiare nome a determinati mestieri: “spazzino” non è altro che il nome di un mestiere e non ha in sé alcuna sfumatura negativa; o gli oltranzisti del politicamente corretto in realtà sono degli ipocriti, convinti per primi che il lavoro di spazzino sia intrinsecamente degradante per chi lo compie, al punto da avere il bisogno di edulcorare la parola per nascondere il concetto?

Quantitative Easing s. m., è la politica avviata da qualche tempo dalla Banca Centrale Europea, nel tentativo di far ripartire l’economia; sostanzialmente, è l’acquisto di titoli di Stato, bancari e di aziende, accompagnato da altre misure come il taglio dei tassi d’interesse per le banche: l’idea sarebbe costringerle a usare i soldi, perché tenerli nelle casse della B.C.E. non solo non fa più guadagnare, ma genera perdite. Il rischio è che, invece di concedere più mutui, le banche intensifichino quegli investimenti pericolosi di cui ormai abbiamo tristemente contezza.

Red carpet s. m., è il tappeto rosso, simbolo di successo nel mondo dello spettacolo. Sorvolando sull’utilità del prestito, vorrei sottolineare che pronunciare uno dietro l’altro i suoni /d/ e /k/ (“c” dura, come in cane) è molto complicato per noi Italiani, che abbiamo ancora il perverso vizio di pronunciare le lettere così come si scrivono, e pronunciarle tutte quante col medesimo grado d’intensità (infondo, se le hanno scritte, un motivo ci sarà pure…).

Selfie s. m., 1. autoscatto compiuto con uno smartphone (vedi) – 2. malattia incurabile e contagiosa; dal prefisso riflessivo “self-“, corrispondente all’it. auto-.

Smartphone s. m., telefonino gasato; da “(tele)phone”, telefono, e dall’agg. “smart”, abile, scaltro. Si noti che il significato primario di questa parola, però, è doloroso, cocente: preveggenza degli Inglesi? Se il telefonino è di una nota azienda americana, ha l’etichetta specifica “i-Phone” (credo che il prefisso “i-” stia per “interactive”, interattivo).

Slide s. f., diapositiva. Ma Renzi non ce la fa a dire una parola così lunga…

Social Card s. f., provvedimento di qualche governo fa volto a contrastare l’indigenza tramite tessere prepagate. Ne ignoriamo completamente gli esiti.

Spending review s. f., banalmente revisione della spesa, che per altro è un’espressione molto più elegante. Del fatto che dietro la locuzione si celino sempre tagli alla sanità, all’istruzione e alle pensioni dei poveracci, non è il caso di discutere in questa sede: ne verrebbe un libro… da “spending” (gerundio sostantivato, in It. sarebbe un infinito: “dello spendere”) e “review”, letteralmente rivista, anche intesa come pubblicazione periodica a stampa.

Stepchild adoption s. f., adozione del figlio del convivente o coniuge, avuto da precedente unione. Il provvedimento sarebbe dovuto rientrare nel Disegno di Legge Cirinnà, quello sulla regolamentazione delle coppie dello stesso sesso; non si è mai capito se valesse anche per quelle eterosessuali, né ci sono chiari tutti gli aspetti della norma, che pare debba essere riproposta in un più ampio decreto sulle adozioni in genere. Da “step”, passo + “child”, bambino, e da “adoption”, adozione. Ricordiamo in calce la variante proposta dall’on. Scilipoti: “steppi-ciaild a-… as- s-… assosiéscion”.

Talk-show s. m., programma d’approfondimento giornalistico. Ma anche Le comiche va bene.

Tobin Tax s. f., come dice la volpe ne Il piccolo principe: “è una cosa da tempo dimenticata”. Si trattava della proposta e mai realizzata imposta sulle rendite finanziarie; da “tax”, tassa, e dal sig. Tobin, che per primo la teorizzò.

Top manager s. m., vedi Manager.

Trendy agg., ciò che fa tendenzava di moda. Dal sost. “trend”, appunto tendenza. Ma in Italiano è poco fashion… (vd.).

Una menzione speciale va a petaloso, che non è Inglese ma ci ha ugualmente rotto le scatole. Va da sé che questo glossario verrà aggiornato ogniqualvolta ci vengano in mente altri termini che valga la pena espungere dal Patrio Idioma.

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