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Marco Pollock

Il quadro da un milione

Il signor Gordon, presidente di una nota casa d’aste londinese, fissava attonito la parete rimasta vuota, il chiodo solitario conficcato nella tappezzeria di stoffa verde a ricami vegetali. Intorno a lui, tutti i presenti avevano all’incirca la medesima esterrefatta espressione, e tutti fissavano lo stesso punto del muro, dove fino ad un momento prima pendeva una natura morta del Tiziano.

Il salone d’onore della storica sede quella sera si era riempito di tutta la crema dell’aristocrazia internazionale e dell’alta borghesia degli affari, che per qualche oretta s’era aggirata, addentando tartine e sorseggiando sciampagna, tra le superbe opere d’arte destinate ad essere vendute all’incanto la mattina dopo, per osservarle e decidere a quali acquisizioni puntare. Spiccava tra gioielli inestimabili, quadri, vasi cinesi e sculture antiche, proprio la tela del maestro veneto; poi le luci erano andate via tutte insieme per alcuni secondi – quattro, cinque al massimo. Lo spavento aveva paralizzato tutti, e prima che qualcuno potesse estrarre di tasca un accendino, i grandi lampadari erano tornati alla vita… Ma proprio allora, un grido strozzato era uscito dalla bocca del signor Gordon, seguito da sconnesse sillabe. Tutti osservarono prima lui; poi il suo indice tremante, allungato all’estremità del braccio tutto levato in avanti; poi il muro verso il quale era rivolto.

La tela era sparita. Dileguata, scomparsa, nullificata; con ogni probabilità involata. In parole povere, rubata.

Ma chi, chi poteva aver commesso il latrocinio infame? E come? Cioè, era ovvio che avesse interrotto la corrente, ma com’era riuscito a fare tutto così in fretta, ammesso che fosse una persona sola? Fino a che punto il mistero si fosse rivelato, nella sua interezza, alla mente sconvolta del signor Gordon, non fu possibile stabilire: dal fondo della sala, infatti, prima che il presidente della casa d’aste potesse articolare qualcosa di comprensibile, era sorta una voce; e dopo la voce, si rivelò anche la persona che l’aveva emessa: «Mi scusino, ma riterrei necessario scoprire che cosa sia accaduto esattamente il più presto possibile, dato che l’asta è domani mattina… se ben ricordo, il quadro scomparso è valutato intorno al milione, vero?».

Certo, era naturale; un po’ meno normale, per i presenti, era che tutto questo senso pratico si fosse rivelato non in una delle due guardie che avrebbero dovuto sorvegliare il quadro e gli altri oggetti in sala, ma in una donna piuttosto giovane e, in apparenza, alquanto frivola. Si trattava di un raro caso di giornalista del gentil sesso, ovviamente relegata alla cronaca mondana, una certa signorina Palmer; si era presentata lì per lavoro, ma in compagnia di qualche ricco conoscente, come a una qualunque festa, con un vistosissimo abito rosso. Tutto ci si sarebbe aspettato da lei, tranne la fulminante serie di deduzioni in cui si profuse quella sera, cominciando con un paio d’azzeccatissime domande preliminari al signor Gordon: «Non vorrei sembrarle impudente, ma date le circostanze sono certa che saprà scusarmi, se le faccio un paio di domande…».

«Eh, come… cosa…?» fu tutto quello che il padrone di casa riuscì a farfugliare in quel momento, ancora sotto shock com’era. La giornalista non vi badò e proseguì imperterrita: «Quando è andata via la corrente, ho notato una lama di luce sottilissima, sotto una delle porte di questa sala… quella là… – e indicò una doppia porta a metà di uno dei lati corti del salone, a sinistra – Debbo dedurre che oltre quella porta la luce fosse ancora accesa, mentre qui era buio; gentilmente, potrebbe mostrarmi dove si trovano gli interruttori delle luci di questa sala?».

Mormorii percorsero il capannello dei presenti per tutto il tempo preso dalla signorina Palmer per porre la sua domanda; il signor Gordon, ancora frastornato, la condusse all’altra porta del salone, a pochi metri dal luogo del furto; di fianco ad essa, indicò un doppio interruttore: «Ecco… questo accende le luci del corridoio qui fuori e quest’altro i lampadari».

«E c’è solo questo interruttore?».

Sì, c’era solo quello: il palazzo era molto antico, e, installando l’impianto elettrico, si preferì salvaguardarne l’integrità evitando interventi troppo invasivi. La signorina Palmer immediatamente chiese: «E l’altra porta è chiusa a chiave?».

«No, non che io sappia…».

«Allora sarebbe il caso di chiuderla: se il colpevole fosse in questa stanza, potrebbe approfittarne per allontanarsi…». Disse queste ultime parole sottovoce, in modo che nessun altro sentisse: c’era sempre il rischio che il colpevole approfittasse anche di quella frase. La porta fu chiusa e si controllò che non mancasse nessuno, poi la signorina Palmer parlò: «Mi scuseranno di nuovo, ma non ho potuto fare a meno di notare un paio di cose che potrebbero servire alle due guardie che si trovano in questa sala. Per prima cosa, ho considerato la possibilità che il colpevole fosse entrato nella stanza da fuori; ma la posizione degli interruttori rende la cosa impossibile: le luci qui di questa sala si accendono solo da quel pulsante vicino alla porta da dove siamo entrati; la stanza dietro l’altra porta è rimasta illuminata anche mentre qui era buio, segno che ha un altro interruttore. Provvidenziale è certamente il fatto che l’interruttore del corridoio da cui invece siamo passati noi sia proprio di fianco a quello di questo salone, sempre all’interno… La cosa mi fa supporre che vi sia un complice fuori».

Mormorii ancor più fitti percorsero la sala: i presenti si erano visti, nell’arco di due o tre minuti, chiudere dentro una stanza e sospettare di furto, con tanto di complice esterno. Ciononostante, la Palmer proseguì: «Dicevo, dev’esserci un complice perché non mi viene in mente nessun altro modo in cui si possa far sparire un quadro largo un metro e mezzo e la relativa cornice in quattro o cinque secondi di buio assoluto… In sostanza, dev’essere andata così: un signore o signora X, tutt’ora presente in questa stanza, girando per la sala, ha fatto in modo di trovarsi presso gli interruttori; li ha premuti entrambi, spegnendo le luci; ha agguantato il quadro ed è tornato alla porta, dove il complice, che ha approfittato del buio e del rumore per aprirla indisturbato, ha preso in consegna il dipinto ed è scappato. Naturalmente, questo pone altri problemi, per esempio passare inosservati: qui era tutto buio, ma fuori? Signor Gordon, oltre a noi chi c’è nel palazzo in questo momento?».

«Il portiere all’ingresso…».

«Qualcuno dovrebbe farlo venire qui, allora… Ma di chi possiamo fidarci?».

«Arrivati a questo punto – osservò il signor Gordon, che si era riavuto completamente – dubiterei di chiunque in questa stanza… anche di lei, signorina!». Aveva esclamato l’ultima frase, col tono di chi considera per la prima volta un aspetto del problema fino a quel momento sfuggitogli. La signorina Palmer annuì: «Mi rendo conto della difficoltà, e penso sia naturale che i sospetti possano cadere anche su di me… Ma credo di avere una soluzione: se uno dei baldi giovanotti del servizio di sicurezza fosse così gentile da scortarmi giù, così da garantire anche per me, potrei chiamarlo io».

La proposta parve ragionevole, e il signor Gordon l’accolse: una delle guardie porse la mano alla signorina Palmer e i due uscirono dalla sala, richiudendosi la porta alle spalle. Percorsero il corridoio, scesero le scale, giunsero alla guardiola: il portiere li fece entrare.

Su in salone, passati due minuti, passati tre minuti, poi quattro, poi cinque, qualcuno dei magnati cominciò a mostrare evidenti segni d’impazienza, tanto che il secondo guardiano venne mandato giù a vedere che cosa stesse accadendo. Prese il corridoio, scese le scale, giunse alla guardiola: vi trovò il collega, la giornalista e il portiere, intenti a impacchettare qualcosa: «Oh, ce l’hai fatta, finalmente!», sbottò la Palmer.

«Beh, preferivo aspettare che me lo chiedessero loro… altrimenti sospetteranno qualcosa…».

«Va bene, va bene, ma ora andiamo: questo qui non lo reggo più!», rispose la donna lanciando un’occhiataccia al portiere. Questi, punto sul vivo replicò: «Signorina, le ripeto che la cosa non mi piace… per la miseria che mi avete dato, è troppo rischioso: mi sbatteranno dentro, lo so…!».

«Bah, la smetta! Coi soldi che le abbiamo dato e questo biglietto di seconda classe, domani mattina sarà già in mezzo all’Atlantico; e allora, chi vuole che la raggiunga? L’importante, ora, è che si sbarazzi di quella cornice: non devono trovare tracce, altrimenti…».

«Sì, sì… ma non mi piace».

Uscirono sul retro, con la tela impacchettata in una valigetta, e saltarono tutti e tre in macchina. Il portiere li osservò andar via a tutto gas nella notte, e sospirò: «Dio abbia pietà di me peccatore…». Poi rientrò, per far sparire la cornice, mentre i ladri, euforici per il colpo riuscito, dirigevano rapidamente con la refurtiva verso la stazione più vicina, pensando con immenso divertimento alle facce che avrebbero fatto tutti quei signoroni, quando si fossero resi conto d’essere stati gabbati.

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