Trovate qui gli altri Trittici e qui l’introduzione a questa rubrica.

Lo stavate aspettando, vero? Ecco il quarto peccato capitale che passa sotto il nostro tripartito microscopio: l’ira, questo lato spaventoso e distruttivo dell’essere nostro che è causa di tanti mali; quando la valvola di sfogo delle pentole a pressione che siamo s’ostruisce, e allora è pianto e stridore di denti…

Nota Bene: come è già accaduto, per i primi due brani sarà necessario scendere un po’… Ebbene sì: anche l’impaginazione del computer può muovere all’ira.

Gianluca Berno Stefania Ferrazzi Filippo Mairani
 «Maestro, – domandò un dì l’assiduo discepolo – ieri mi raccontasti dell’antica scritta all’ingresso dell’Oracolo di Delfi, quella che dice: “Conosci te stesso”…».

«Ebbene?», chiese il maestro.

Il giovane esitò, prima di chiedere: «Che cosa significa esattamente quella scritta?».

Rispose il maestro: «Significa, per come io l’intendo, che dobbiamo non solo riflettere ciascuno su sé stesso come individuo; ma che dobbiamo anche conoscere le radici prime del nostro popolo e della nostra cultura».

«E quali sono, maestro, le radici prime del nostro popolo e della nostra cultura?», chiese allora il giovane.

«Sono i Greci antichi, ragazzo».

«I Greci? Ma anche loro avranno le proprie radici, vero?».

«Così è».

«E quali sono, maestro?», chiese il discepolo.

«Le radici dei Greci sono in Omero».

«E da dove comincia Omero?».

«Ma dall’Iliade, ragazzo mio!», rispose il maestro.

«E l’Iliade da dove comincia?».

«Menin».

«Come?».

Il maestro sospirò, s’armò di pazienza, e rispose: «È “menin” la prima parola dell’Iliade».

«E che cosa significa, maestro, tu che sei così sapiente?».

«Ira».

«Ira?», strabuzzò gli occhi il discepolo.

«Per l’appunto».

Silenzio.

Poi il discepolo aprì di nuovo bocca, e constatò: «Cavolo, cominciamo bene!».

 Farò a pezzi l’impronta di ogni ora passata insieme
giurando di non averti mai conosciuta.

Cambierò del mio corpo ogni tratto
che possa alla lontana ricordarne il tuo,
deformando il tuo volto
in posacenere per camionisti.

Getterò in pasto alle barbarie
l’eco della tua voce
nel traffico maleodorante
di una grigia metropoli
qualsiasi.

Dimenticherò il calore della tua risata
sostituendolo col freddo asettico
di un’urna cimiteriale.

Lascerò marcire il tuo nome
calpestandone il suono dolce
che a te così poco si addice.

 

Mai
deporrò fiori
nel momento in cui
si celebrerà
l’infinita pochezza
del tuo lascivo esistere.

Il 26 agosto 1883 L’isola Indonesiana di Krakatoa era un piccolo e ridente paradiso tropicale, misconosciuto al mondo e noto nella zona principalmente per la sua grande popolazione di pappagalli e la sua occasionale attività vulcanica.

Il 27 agosto 1883 l’isola indonesiana di Krakatoa non esisteva più. Era stata completamente distrutta dall’esplosione dell’omonimo vulcano che su di essa sorgeva. Questo vulcano inoltre causò il più forte suono mai sentito sulla faccia del pianeta (200 megatoni di potenza) ed uno tsunami che uccise 36.000 persone e distrusse innumerevoli villaggi.

Prima di eruttare ed esplodere, il vulcano era riuscito a sopportare un improvviso aumento esponenziale della propria pressione interna, causato da una sempre maggiore quantità di acqua di mare che si era riversata all’interno della sua camera magmatica.

Una cosa molto simile era accaduta, quel giorno, ad Anthony.

La sveglia non aveva suonato e si era alzato in ritardo, aveva saltata la colazione e corso per raggiungere il più in fretta possibile l’autobus per il lavoro, ma se l’era visto partire davanti agli occhi.

Mentre camminava a passo spedito per raggiungere il suo ufficio gli era capitato di essere inseguito da un cane, di infilare il piede fino alla caviglia in una pozzanghera che sembrava profonda solo qualche millimetro e di farsi rubare il cappello dal vento.

Arrivato finalmente in ufficio, si era anche beccato una strigliata dal capo per essere giunto in ritardo.

Costretto ad ingoiare l’ennesimo boccone amaro, Anthony si sedette per cominciare il suo lavoro. Almeno il suo computer non era esploso quando aveva cercato d’accenderlo.

Dopo quasi due ore di lavoro Bob, un collega che Anthony non trovava particolarmente simpatico, entrò nel suo ufficio per consegnarli un paio di curriculum da controllare, ma si fermò poi un po’ più a lungo per perdere tempo; anche se l’intenzione espressa era quella di «fare quattro chiacchiere tra colleghi».

Dopo un po’, notato l’aspetto abbattuto di Anthony, il collega decise di avvicinarsi agli interruttori della corrente, e dicendo: «Dai, fammi un bel sorriso luminoso», ne premette uno, probabilmente con l’intenzione di accendere la luce elettrica.

Invece staccò la corrente dal computer, facendolo spegnere senza che Anthony avesse salvato nulla.

Tutto il lavoro di quella mattinata (e, se il PC non avesse retto all’improvviso calo di tensione, forse dell’intera settimana) perduto.

Anthony guardò Bob arrossato e con gli occhi stralunati, pronto ad esplodere. Forse solo delle scuse tempestive avrebbero potuto impedire il peggio…

«Beh… alla fine non è che fosse poi così importante quello che stavi facendo, no?» disse Bob.

…BOOM.

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