di Gianluca Berno

Paesino

Ormai era giunta l’alba e con essa la paura di cambiare. Aveva passato la notte insonne, pensando a come sarebbe, o non sarebbe stata la sua vita dopo quel viaggio, chiedendosi che cosa avrebbe provato a vivere fuori dal mondo che conosceva.
Non che esso fosse così grande, in effetti; per fare un esempio, le sue conoscenze geografiche già vacillavano una volta attraversato il ponte sul torrente, che scorreva placido e trasparente, oltre i campi ad est del paese: praticamente un altro Stato; eppure, a quel mondo così minuscolo, era fortemente affezionato: il solito carretto che passava sotto casa sua, la mattina, col tremendo rumore delle ruote di legno sui ciottoli della strada… Il campanile, che era l’unico orologio del paese… Le solite persone che attraversavano la piazza, uno diretto ai campi, l’altra al torrente con una cesta di panni da lavare, un altro ancora che andava al mercato tenendo una povera gallina per le zampe…
Poi, un giorno, stanco d’avere per solo divertimento il passaggio dell’espresso delle dodici, andò con alcuni suoi amici a visitare un posto che, secondo che ci era già stato, prometteva spettacoli più interessanti.
In un borgo molto più grosso del loro, dove, tra l’altro, avevano non solo il binario ferroviario, ma anche la stazione, era stato aperto un qualcosa d’indescrivibile e, da come ne parlava qualcuno, di meraviglioso; lo chiamavano cinematografo. Incuriositi, costoro si erano recati al paese dove si trovava questo prodigio e avevano pagato una cifra tale da temere di aver buttato soldi; con sollievo delle loro tasche, fortunatamente, lo spettacolo compensò il prezzo.
Avevano già visto delle fotografie, ma mai capaci di muoversi; nonostante non fosse poi questo grande spettacolo, ma semplicemente una rassegna delle notizie del giorno, ne furono entusiasti: e poco importava che non fosse un film ma un cinegiornale.
Quello che davvero li colpì fu ciò che si diceva dell’America; o meglio, che se ne leggeva nei sottotitoli: quella terra talmente lontana che, se avevano dovuto chiedere indicazioni solo per raggiungere il cinema, come fosse un altro continente, appariva ai loro occhi quasi una galassia molto lontana… senza che peraltro sapessero che cosa fosse una galassia.
Il Nostro, dal canto suo, fu rapito dalla bellezza e dall’abbondanza che le immagini suggerivano, e visto che il campo non gli rendeva molto, aveva pensato di andare a vivere in quel Paese meraviglioso dove si stava così bene. Naturalmente seppe ben presto che anche laggiù avrebbe dovuto lavorare: mica i soldi piovevano dal cielo, o crescevano a terra come le margherite. Per fortuna, però, un suo amico, che si era trasferito laggiù ormai da molto, avrebbe potuto aiutarlo.
Ci aveva pensato e ripensato, si era informato, aveva scoperto quanto fosse davvero lontano quel mondo magico e bellissimo, aveva pensato e ripensato anche a tutto ciò che avrebbe dovuto fare: vendere la casa, il campo, gli animali, salutare tutti, partire con una nave, lui che del mare aveva solo sentito parlare, ma mai lo aveva visto.
Avrebbe dovuto imparare un’altra lingua, e già aveva dei problemi con l’Italiano; avrebbe dovuto lavorare sodo per trovare una sistemazione; avrebbe dovuto prendere coraggio e lasciare il suo affezionato, piccolo mondo quotidiano: il mercato in mezzo alla piazza… i parenti… la chiesetta… gli amici… l’osteria (sempre sulla stessa piazza, che era una sola) … la campagna, il torrente… Come dire loro addio? Come andarsene via così?
La sua casa, sopra la bottega del barbiere… la vicina che riusciva tranquillamente a fare le veci del cinegiornale… i bambini che rincorrevano i piccioni, i piccioni che, a modo loro, decoravano la statua in mezzo alla piazza (era Garibaldi o il Re? Boh, non l’aveva mai capito nessuno…). Come si può, da un giorno all’altro, lasciare tutto e partire? La paura di cambiare, quella era un vero problema; nè sapeva se vincerla o lasciare che vincesse lei.
Aveva chiesto consiglio a tutti, nella speranza che i pareri degli altri lo avrebbero aiutato a decidere; ma, ad ogni parere che riceveva, i dubbi diventavano più grossi e minacciosi, come nubi temporalesche. La domanda avrebbe richiesto o un sì o un no, ma sia il parroco, sia il barbiere, sia il dottore, sia la maestra, sia la locandiera, sia l’avvocato riuscirono a dare un parere diverso ciascuno. Niente da fare, un referendum in quel paesino non avrebbe mai funzionato. Sarebbe rimasto sempre dubbioso, tutta la vita a chiedersi “parto o non parto”?
Si mise a sedere sul letto, battendo la testa sulla parte inferiore della cuccetta sopra la sua. Nella stanza c’erano un armadio con sopra due giubbotti salvagente, uno specchio con un lavabo, un oblò attraverso il quale si scorgevano il mare, pieno di riflessi, e il cielo che si schiariva. L’alba, appunto.
Ricordò allora che era già sulla nave e pensò che non avrebbe avuto senso continuare a pensare a tutti quei dubbi. Si mise il cuore in pace, dopotutto non avrebbe certo potuto tornare indietro: aveva presa la sua decisione a Genova, quattro giorni prima, mentre comprava il biglietto e s’imbarcava su un grosso piroscafo per Nuova York; tanto valeva dormire, no?

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