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Sigmund Lloyd’s

L’assicurazione dei sogni

«Vede, dottore, la questione è un po’ complicata… da qualche tempo mi capita, la notte, di fare sempre lo stesso sogno, e mi chiedevo se la cosa potesse avere un qualche significato…».

L’atmosfera nello studio, una stanza dal soffitto alto con pesanti tende alle due strette finestre, che la immergevano in una soffocante penombra aranciata, acuita dal rivestimento in pannelli di legno che si arrampicava sui muri fino a metà della loro altezza, era resa ancor più gravosa, per il signor Schmitz, dall’imbarazzo di raccontare i fatti suoi, sciorinare l’intimo del proprio spirito, ad un perfetto sconosciuto che neppure poteva vedere in faccia. La pratica psicanalitica, quella diavoleria moderna alla quale sua moglie l’aveva praticamente costretto a sottoporsi, gli pareva uno strano miscuglio tra la Confessione, la consultazione di un indovino e una visita medica; sostanzialmente, una cosa alquanto ridicola, ma Teresa aveva così insistito… la verità era che raccontarle di quello stupido sogno ricorrente era stato un errore imperdonabile: «Sai, – aveva cominciato lei la mattina prima, dopo la terza ricorrenza di quel sogno – c’è, non lontano da casa nostra, lo studio di un medico che si occupa di queste questioni psicologiche… potresti chiedergli un consulto, magari c’è un motivo per cui continui a sognare la stessa cosa…».

«E secondo te, perché “magari c’è un motivo”, io dovrei andare da questo specialista in… non ho capito che cosa, e farmi svenare?», aveva risposto l’uomo con ironia. La moglie aveva tirato dritto: «Ma caro, fidati di me: ho letto proprio ieri su una rivista…».

«Oh, poveri noi! L’hai letto su una rivista? Allora andiamo proprio bene… e sentiamo, l’articolo era prima o dopo il romanzetto rosa per zitelle della settimana?».

La frecciata aveva scalfito l’amor proprio della signora Schmitz, la quale non perse tempo a contrattaccare; e tanto disse, e tanto fece, che in capo a ventiquattr’ore il consorte aveva issato bandiera bianca sulla torre più alta, senza pretendere condizioni. Così, eccolo lì, sul lettino posizionato in modo da avere il dottore alle spalle, che troneggiava sul suo scranno di pelle marrone dietro la scrivania, a una tale distanza che, per vederlo, il povero signor Schmitz avrebbe dovuto reclinare indietro la testa, piegando innaturalmente il collo e facendosi scoprire dallo sguardo indagatore. Il medico, infatti, se così poteva esser chiamato, nonostante fosse impegnato a scrivere – che cosa, poi? – lo faceva con un occhio solo, riservando l’altro a monitorare il paziente; questi, pur non potendo guardare, lo sapeva, lo avvertiva a causa di quel prurito che viene dietro la testa, quando ci si sente puntati addosso occhi estranei.

«Beh, il sogno è questo: passeggio lungo la strada che porta da casa mia al parco, quando arrivo all’incrocio e devo fermarmi perché sta arrivando il tram… o una carrozza, o un’automobile… non è sempre lo stesso mezzo – è importante, dottore?».

«Vedremo, vedremo… per ora annoto tutto, poi vedremo. Ma non si giri, mi raccomando! Il contatto visivo va evitato, come le ho già detto…».

«…perché altrimenti non sarei spontaneo, eccetera… Sì, me l’ha detto… ma capirà che è un po’ insolito, soprattutto per me, che sono abituato a guardare in faccia le persone con cui parlo…», replicò allora il paziente.

«Sì, capisco, capisco – sbottò allora il dottore – ma non si può fare a meno di questo sistema. Lei, comunque, non interrompa il racconto, è importante che fluisca liberamente: non dev’esserci alcun filtro, nessun artifizio. Parli liberamente, come al confessore».

Era un parola. E poi, che poteva saperne, lui, di come il signor Schmitz parlasse al confessore? O se vi parlasse, per dire… Ma non era il caso di divagare, quell’uomo barbuto appariva piuttosto impaziente di farsi i fatti degli altri, e non sembrava ammettere rifiuti o indugi. Il paziente, reprimendo al contempo dubbi e imbarazzi proseguì: «Dicevo, mi fermo per far passare il tram, o quel che è… e allora mi si avvicina un uomo che ha tutta l’aria di essere un funzionario di banca, o un venditore porta a porta… sa, quelli che suonano a orari allucinanti con una valigetta nera in mano per venderle qualche diavoleria… Mi fa: “Scusi, signore, posso importunarla un momento?”. E già, quando uno parte così, significa per certo che sa di essere colpevole; non dovrebbe cominciare nemmeno, per come la vedo io… Ma, non so perché, acconsento… bah, è proprio vero che nei sogni succedono cose assurde… Dicevo, acconsento, e quello apre la valigetta, ne tira fuori un malloppo di fogli… Mi dice: “Mi chiamo Herder, Martin Herder, e lavoro per una compagnia d’assicurazioni, non so se ne ha mai sentito parlare…”, e qui tira fuori un nome mezzo turco, che non mi ricordo… Dice: “Possiamo offrirle un servizio che nessun’altra compagnia al mondo è in grado di garantirle”, proprio così dice: nessun’altra al mondo. Ho tutti gli estremi per mandarlo al diavolo, ma non lo faccio, mi limito a proseguire; e quello mi segue dappertutto: entro nel parco e mi spunta da dietro gli alberi, me lo ritrovo seduto sulla mia stessa panchina, mi sventola i suoi fogli da dietro la fontana… Insomma, è una persecuzione! Alla fine cedo e sto lì a sentirlo fino alla fine: mi dice può farmi una polizza tutto compreso, che può assicurarmi persino i sogni che faccio… Veda lei, se quando uno sogna non è proprio in un altro mondo completamente assurdo…!».

Riprese fiato, poi proseguì: «Mi fa leggere una marea di codicilli, mi tempesta di calcoli e spiegazioni arzigogolate su questa polizza da manicomio… Dice: “Vedrà che se firma non se ne pentirà, è un’assicurazione totale da qualunque danno possa capitare al suo sogno; furto, incendio, tutto!”. E io continuo a chiedermi che cosa diavolo mi impedisca di scansare questo pazzo, perché non posso andarmene, e intanto quello mi porge una penna, mi indica la linea, dice: “Allora, che cosa ha deciso, firma? Questo mese offriamo tre settimane di prova a prezzo scontato…”. Io cerco di attirare una guardia, ma non mi sente, e quel piazzista mi bracca sempre di più, mi mette la penna in mano, sto per firmare, grido: “Aiuto!”…».

«Sì?». Il dottore si era allungato sulla scrivania, tutto preso dalla storia, come la signora Schmitz quando leggeva i sui stucchevoli romanzetti. Il signor Schmitz si tirò su e lo guardò diritto negli occhi, per poi dirgli semplicemente: «…e poi mi sveglio, dottore, tutto qui! E la notte dopo ricomincia tutto da capo… allora dottore, che cosa significa?».

Il dottore si lisciò la punta della barba bianca con aria pensosa, poi aprì bocca: «Per piacere, mi tolga un’ultima curiosità: lei non arriva mai a firmare, dico bene? Si sveglia sempre un attimo prima, no? – il signor Schmitz annuì – Allora direi che la ricorrenza del sogno è presto spiegata: se non firma, quell’assicuratore potrebbe continuare a perseguitarla… non so fino a quando».

«Cioè, secondo lei per non vederlo più dovrei riuscire ad apporre quella firma?», chiese il paziente incredulo.

«Temo di sì, signor Schmitz, – rispose il medico – il che ci porta al problema successivo: come svegliarsi un momento più tardi, per avere il tempo di firmare, o come decidere di firmare prima che sia troppo tardi».

Sbigottito e un po’ irritato dalla piega illogica che quella seduta stava prendendo, il signor Schmitz sbottò: «Non mi verrà a dire, adesso, che c’è un modo per controllare queste cose! Mi pare che la stia prendendo troppo sul serio, dottore…!».

L’ultima parola era stata caricata di una sottile sfumatura sarcastica, ma il medico non parve farci caso; invece proseguì, serissimo, da dove era stato interrotto: «Quale sia la risposta ai due problemi che le ho accennato ora è presto detto. Lei non può controllare i sogni nella maniera che spera: essi sono il prodotto di una parte della mente che agisce quando la coscienza è a riposo…». Mentre parlava, aprì un cassetto della scrivania e ne estrasse una risma di fogli fittamente scritti a macchina.

«Quindi, signor Schmitz, la sola possibilità di firmare è farlo quando lei ha il pieno controllo della sua coscienza».

Gli porse i fogli.

Il signor Schmitz rimase immobile, come folgorato, fissando l’intestazione, a caratteri gotici, col nome mezzo turco di quell’assicurazione, che non ricordava. Alzò lo sguardo sconvolto verso il medico, che gli sorrideva teneramente: «Coraggio, – rispose quello – non se ne pentirà».

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