di Filippo Mairani

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Appoggiato con entrambi gli avambracci sulla fredda ringhiera metallica che gli impediva di cadere nella gabbia degli animali, Chris guardava l’immenso verde della giungla tropicale, che da quasi un mese faceva da sfondo al suo lavoro.

Non avrebbe mai creduto, mentre cerchiava con la matita rossa quell’annuncio di lavoro sul giornale, che avrebbero davvero preso lui. Certo, gli era già capitato di lavorare con degli animali in altri zoo o parchi a tema, ma mai si sarebbe immaginato di poter lavorare a così stretto contatto con quelle creature che tanto avevano affascinato i suoi sogni di bambino.

Eppure era successo: era stato assunto, aveva firmato un contratto spesso due centimetri, che delegava la ditta da ogni responsabilità in caso di infortunio, era stato caricato su un aereo e poi su una nave ed ora si trovava qui, nel bel mezzo di un’isola sudamericana a fare il lavoro dei suoi sogni.

E, in effetti, il motivo della sua noia era tutto racchiuso in quella parola: lavoro.

Non importava che cosa credesse il bambino che era in lui: ormai lavorare con quelle bestie che tanto lo avevano fatto sognare era diventata una cosa banale, quasi una formalità.

Se non altro lo stipendio era decisamente buono.

Era veramente un peccato, però, che le creature che così tanto avevano infiammato la sua fantasia di bambino gli fossero ora risultate così noiose e mondane. Forse sarebbe stato meglio se non le avessero mai…

«Maiale libero!» urlarono diverse voci alle sue spalle.

Evidentemente qualcuno aveva lasciato accidentalmente aperta una gabbia per il pranzo. Questo non sarebbe stato un grande problema, se non fosse stato che, mangiando quelle bestie più del necessario, c’era seriamente il rischio che diventassero troppo fameliche, per essere controllate da delle persone disarmate.

Chris afferrò velocemente il bastone telescopico che aveva in dotazione, cercando di sfruttare il piccolo cappio di gomma alla sua estremità per sollevare il porcellino dalla gabbia.

Ed invece fu lui a precipitare.

Dopo un salto di quasi tre metri, Chris provò a rimettersi in piedi il prima possibile. Per fortuna il terreno morbido aveva impedito che si facesse male seriamente. Ora, l’unico suo problema era che si trovava all’interno di una gabbia circondato da quattro delle più fameliche bestie carnivore che l’uomo avesse mai conosciuto in tutta la sua esistenza.

Le bestie gli si avvicinarono lentamente, gli occhi fissi su di lui mentre cercava disperatamente di trascinarsi verso l’uscita, i numerosissimi denti aguzzi che gli erano sempre più vicini, articolati in un macabro sorriso di morte.

Chris si era ormai convinto che per lui fosse giunta la fine, quando, improvvisamente, una nuova figura umana apparve davanti a lui: Owen, l’addestratore, era entrato nella gabbia per tranquillizzarli.

«Stai indietro», disse, e Chris approfittò ben volentieri della tranquillità che aveva portato in mezzo a  quegli animali per fuggire dalla porta della gabbia, che ormai si stava chiudendo automaticamente.

Difficilmente avrebbe potuto dire cosa accadde dopo. Ancora sotto shock, il giovane guardiano non riusciva a ricordarsi nulla degli attimi immediatamente successivi al suo incidente. Solo dopo gli avrebbero raccontato di come Owen avesse rabbonito gli animali, e di come fosse riuscito a scappare dalla porta della gabbia prima che questi tornassero ad ascoltare solamente i loro istinti omicidi.

Una cosa, però, se la sarebbe ricordata finché sarebbe stato in grado di respirare, e cioè il volto famelico e, avrebbe osato dire, addirittura divertito con cui il velociraptor l’aveva guardato da dentro la sua gabbia, subito dopo che lui ne era uscito.

 

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