di Gianluca Berno

Treno

  Il treno è fermo in stazione; attende il segnale della partenza. Il vociare dei passeggeri in attesa di partire si mescola, si libra e s’impenna, sopra le teste, i cappelli, i carrelli… sale alle volte di vetro e d’acciaio. Un facchino spinge il carrello con le valigie, pesanti, numerose; il capostazione si aggira con passo lento per la banchina, senza mai allontanarsi troppo dalla locomotiva. Io, che ho pensato bene di salire subito, per godermi l’attesa della partenza da sopra il treno, comodamente seduto al mio posto, lascio che la mente viaggi prima ancora che si muova tutto il resto di me.

   Il treno è ancor fermo, ma io mi libro e m’impenno sopra i vagoni, le teste dei passeggeri, verso e oltre le volte di vetro e d’acciaio… sorvolo montagne ed oceani, attraverso città e foreste; corro sui binari del pensiero e mi proietto in quel giardino recintato di cui solo io posseggo le chiavi. Il bello dei pensieri è che solo l’autore vi ha accesso; egli solo può scegliere dal suo magazzino quali parti del suo pensiero mostrare ad altri, sotto strettissima sorveglianza. Guardo fuori dal finestrino a quegli esseri che si agitano sulla banchina, estranei all’intimo del mio spirito: passeggeri si affrettano alle porte del convoglio ed issano a bordo i bagagli, chi dalle porte, chi da un finestrino. Si respira l’indescrivibile odore d’olio lubrificante, metallo riscaldato, scintille di freni: da poco il serpente d’acciaio si è fermato e tra breve riprenderà la marcia.

   L’ora suprema è sonata. Il capostazione accosta il fischietto alle labbra e soffia, da sotto i mustacchi imponenti, d’altri tempi. Un cenno dal finestrino della locomotiva, uno sbuffo prolungato da sotto il treno, da non si sa qual valvola. Le ruote motrici fremono e girano, le altre seguono; il movimento, partito impercettibile, aumenta d’intensità e di forza, e tutte le vetture ne vengono contagiate, una per una, dalla locomotiva in giù. Sferraglia il treno, e prende velocità; fischia, ma il moderno clacson non è la stessa cosa… accelera ed esce alla luce piena del sole, oltre l’opaco baldacchino della Centrale; acquista il ritmo, è un allegro con brio. Le case scorrono sempre più rapide, come gli anni per Orazio, quando parla a quel tal Postumo… i cortili e i ballatoi, a strati come un tiramisù (e il colore, per la fuliggine è praticamente il medesimo, anche se la tintura originaria era rosa salmone…), saltano quasi, in direzione opposta a quella del treno ormai in corsa.

   E tutto, alla fine, si confonde e s’impasta contro il bordo del finestrino, scorrendo alla velocità del treno: ma sarà il treno o il paesaggio fuori, in realtà, a muoversi così di fretta? E mentre dubbi pirandelliani mi affollano la mente, distolgo lo sguardo dal finestrino… ma non m’addormento, perché non mi riesce mai. Invece penso a quanto la nostra realtà, in apparenza tanto solida, ad un esame attento appaia fragile e labile, come aleggianti, iperuraniche presenze di fantasmi… Chi può affermare, da dentro il relativistico finestrino del treno, dove non si sa che cosa si muova e che cosa sia fermo: “Così è”? E di fronte all’inquietante inconsistenza del reale, nuova forza prendono i sogni e le realtà immaginate, i pensieri e le teorie, i mondi infiniti che la mente crea e la penna fissa, come in cartoline… cartoline da un altro universo. Così, pur senza addormentarmi, sogno; lascio il treno in corsa, seguo il filo dei miei pensieri e travalico gli orizzonti limitati del sensibile.

   Così. Partendo.

 

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