Trovate qui gli altri Ircocervi e qui la spiegazione del gioco.

Dario Argentil

Profondo lucido

Nel salottino sovraccarico di mobiletti, mensoline, centrini e oggettini, Luisa attendeva pazientemente che l’anziana madre si facesse viva. Subito dopo averla fatta accomodare, le aveva chiesto il favore di aspettarla un momento: «Scusami, ma devo proprio andare a lavarmi le mani… lo sai tu, com’è difficile pulire un pollo intero, cara?».

In effetti, le aveva aperto coi guanti gialli di gomma alle mani, imbrattati orrendamente di sangue. No, Luisa non immaginava minimamente come fosse difficile pulire un pollo intero; la sola idea di aprirlo per metterci il ripieno, come la sua vecchia aveva sempre fatto, le procurava un moto di disgusto irrefrenabile.
L’aveva sempre comprato già pulito, al supermercato, in asettiche confezioni di polistirolo e pellicola trasparente; portatolo a casa, non aveva che da aprire l’involucro e adagiare il filetto in una padella con poco olio caldo… Certo che sembrava quasi che sua madre, col pollo, ci avesse combattuto… le macchie rossastre sui guanti, qualche schizzo sul grembiule e sulla camicetta bianca a fittissimi fiorellini azzurri: tutto lasciava credere – che idea bizzarra! – che l’avesse comprato vivo e ammazzato al momento… Il senso di schifo portò all’immediata ritirata della sua mente da quel campo d’ipotesi.

In salotto, il silenzio era quasi palpabile. Era curioso che il padre non fosse ancora apparso a salutarla, come di solito faceva… anzi, non aveva bisogno d’apparire: di solito era già nel salottino: «Mamma, dov’è papà?» chiese Luisa.

«Mah, sarà in bagno… ah, no, che sbadata! Gli avevo detto di andar giù in cantina a sistemare un tubo: perde, perde sempre, fra un po’ ci nuotano le rane, in quella cantina! Ma sai com’è tuo padre… scansafatiche…! Ci ho messo due giorni, a convincerlo».

Parlava ad alta voce per sovrastare lo scroscio d’acqua del rubinetto.

«E da quanto è sceso? Non da poco, se non mi ha sentita arrivare… sono qui da cinque minuti buoni…».

«Boh, chi pò savell? – rispose lei dalla cucina, mezzo in Italiano e mezzo in milanese. – Sarà stato un quarto d’ora fa… Ma dove ho messo quell’affare lì…? Quello per lucidare…».

Perplessa, Luisa si chiese se davvero sua madre stesse cercando il flacone del detersivo per lucidare gli argenti: da quando in qua usava il coltello d’argento per tagliare il pollo? O forse pensava di pulire l’argenteria in salotto… In quel momento. Con lei che l’aspettava sul divano. Non ci stava più con la testa?

«Dici il lucidante per gli argenti? Non era qui, nel mobile dietro il divano?».

«Eh, già, è vero… a volte non so più dove ho la testa…» constatò entrando nel salotto con un lungo coltello d’argento in mano, tutto macchiato… di rosso anche lui. Passò dietro alla figlia, si abbassò ad aprire lo sportello rivestito in radica e ne trasse fuori un flaconcino blu notte col tappo bianco: «Eccolo qua… questo sì, che funziona! Non lascia neanche un alone, lucida che è un piacere… Ti porto qualcosa, acqua, un succo di frutta… un tè al limone, l’orzo?».

«No, no, grazie… sono qui solo di passaggio, ché poi devo andare a prendere i bambini a scuola… No, davvero, non serve!» aggiunse di fronte alla classica espressione della madre, quella che significava “ma sei proprio sicura?”.

Seguendo la vecchia mentre tornava nuovamente in cucina, Luisa le fece la fatidica domanda, tanto per dir qualcosa: «Ma dimmi un po’, col pollo ci hai lottato? Hai tutto il grembiule sporco…».

«Ah, guarda…! L’è un lavorà de matt… ma viene proprio bene».

«E dov’è il pollo?».

«In frigo. Dopo pranzo, ci faccio il brodo».

Non approfondì oltre.

«Vado a vedere a che punto è papà…?». Lo disse con un tono deciso all’inizio, ma che scemò in domanda verso la fine. Non sapeva se farlo e basta o chiedere il permesso… non era più una bambina, non sapeva neanche perché l’avesse chiesto. Ma forse temeva che il padre non volesse essere disturbato mentre era al lavoro.

«No, tranquilla, adesso arriva… sai che quando fa queste cose non vuol nessuno intorno, no? Da quel punto di vista, ha sempre avuto un caratteraccio… se c’è una cosa che non ho mai sopportato di lui, era proprio questa. Lo so che gli vuoi bene, e non vuoi sentire queste cose… ma, insomma, quando va detto va detto. Ecco qua: lucidissimo, ci si può specchiare…! Non sembra neanche che l’abbia appena usato, vero?».

Luisa annuì distrattamente. Era curioso, però, che nella stanza non ci fosse alcun odore di carne, né di sangue… forse la finestra…? No, era chiusa. Un’occhiata buttata a caso sul pavimento le fece notare delle macchie a terra. Puntavano alla porta che dava sulla lavanderia. E sulle scale per la cantina.

«Mamma, sei andata in cantina col coltello sporco in mano?».

«Come? Ah, no, è stato quel maledetto pollo… devo ancora pulire… mi era caduto mentre lo tagliavo, allora ho dovuto lavarlo… Ah, che fatigada!».

«Ma come fa un pollo a perdere tutto questo sangue…?», si stava chiedendo Luisa; la madre, allora, chiuse il rubinetto e si voltò verso la figlia: «Oh, come sei complicata! Hai preso tutto dal to’ pader! Te l’ho detto ch’era intero, o no? E bello grosso, anche! Mi domando quanto mi durerà…».

Luisa, non sapeva come, sentì il bisogno di ripetersi: «Vado a vedere a che punto è papà».

Stavolta era un’affermazione, e già Luisa aveva una mano sulla maniglia, ma quella della madre la trattenne: «Cara, ti ho detto tante volte che tuo padre non vuole nessuno tra i piedi, quando fa questi lavori in casa. Ti ricordi quella volta, quando gli stavi sempre intorno e lui ti ha dato uno schiaffone di quelli…? Fai come ti dico io, torna in sala e aspetta, e se non arriva pazienza. Ma mi sa che ne avrà per molto… molto tempo».

Uno strano luccichio passò negli occhi dell’anziana signora, accompagnato da un sorriso strano. Luisa cominciava a capirci sempre meno: «Molto quanto?».

«Tanto, tanto… è un lavoro difficile. Certo che sei proprio come tuo padre in tutto! Domande, domande… e anche lui, domande, domande, dov’è questo, hai visto quell’altro… una pentola di fagioli…! Non la finiva più!».

«Finiva?» chiese la figlia, sempre più stranita da quegli atteggiamenti.

«Eh? Ho detto finiva? Che sbadata…! Comunque, davvero, torna in salotto, accomodati, ti porto qualcosa da bere… O devi andare?».

«Beh, ora che me lo fai pensare, sì…».

Non avrebbe saputo raccontare come, tanto le cose si svolsero in fretta, ma in due minuti fu fuori di casa. Scioccata da quel modo di comportarsi, Luisa non poté star ferma a lungo per chiedersi che cosa prendesse alla madre: doveva davvero andar via, e in fretta.

La vecchia richiuse la tenda della cucina non appena vide la figlia svoltare l’angolo della strada e sparire alla vista dietro la siepe della villetta d’angolo. I rumori del traffico dallo stradone accertavano che tutto era tranquillo. Sospirando di sollievo, la vecchia fissò il coltello d’argento rimasto di fianco al lavello: «E adesso, ti rimettiamo via… lucido, perfetto… come appena comperato. Meno male, perché per un attimo ho temuto si potesse notare… niente, è tutto a posto; certo che Alfredo me ne ha dati di problemi, in quarantacinque anni di matrimonio… anche adess el me fa venir un coccolon… lui e la sua pellaccia dura! Non mi voleva fare gnanca el favore de crepar come si deve…! Ma roba de matt…».

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