Nonsense

Poesia composta un verso ciascuno da Stefania Ferrazzi Martina Ciaramidaro.

scale escher

«Bene ti do il beneficio del primo verso».
La panchina fredda sotto al
magari, magari poi chiama.
E magari no. «Ti senti sola?»
chiesi a me, a me rispondo:
in quanti siamo dentro questa mente?
Sovraffollati. Ma no, siamo giusti. «Dici davvero?». «Stai zitto tu, lì!».
Hai da accendere? Almeno possiamo cogliere un mazzo di stelle giganti e
forse le stelle sono solo due e noi siamo in troppi. Che ne dici se
si potesse arrivare a cogliere le persone?
Reciderle il gambo e farne un mazzo tutto mio da studiare.
Sospiro. Si possono amare le
caraffe?
Dipende dall’aroma che sprigionano e da
Quante persone ci sono dentro. La questione è sempre quella: quanti siamo qui?
Ti dico un solo nome per cui posso
Anche morire, dormire, forse sognare, Amleto forse?
Ti ricordi di quando non ero ancora nemmeno un’ecografia? Che cos’era
quella macchietta nera sul grigio della fotografia? Forse un nulla, forse
giocolieri, reietti. Ma tu dimmi solo una parola
E saprò mostrarti il segreto dell’universo. Forse non il mio, forse
forse cucirò sulla mia pelle il colore del sole, ma
«Se ti avvicini troppo, Icaro, il mio sole brucia».
Ma se volessi invece cadere dentro i suoi occhi che troppo, troppo guardano il sole?
Un labirinto di luci immobili e in moto, di sogni infranti e incollati con la colla, di pensieri lucidi ma opachi. E chissà forse un giorno
potrei essere felice di tradire me stessa, per
poter non tradire te.
«Credi io sia innamorata o stia solo fingendo di
incollare la mia pelle sul corpo di un’altra, che vive e ama come me?».
Affascinante esposizione vicina alla sua fine.
Fine che poi è solo l’inizio di qualcosa d’altro.
«Quindi hai da accendere? Che mi riesce meglio parlare con qualcuno che
fuma con me, quello che esce dalla mia testa, fumo di
qualcosa per cui no, non comincerà ad essere scritto».

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