Trovate qui gli altri Trittici e qui l’introduzione a questa rubrica.

Scusate il ritardo imperdonabile, ma era vacanza… e così introduciamo l’accidia, parola arcana che indica una forma particolarmente grave di pigrizia fin dai Greci Antichi. In ambito cristiano, la troviamo tra i sette vizi capitali, aggravata ulteriormente come “indolenza nell’operare il bene”. Sotto questa definizione canonica è stato scritto il primo racconto, ahimè molto più lungo degli altri due brani (vale la solita regola, scorrete molto in basso e li troverete). Gli altri due, invece, muovono dal senso più ampio e antico del termine. Che altro dirvi? Buona lettura… se avete voglia.

Gianluca Berno Stefania Ferrazzi Filippo Mairani

AVVERTENZA: Quello che segue è un caso particolare d’accidia: giudichi il lettore. E pur essendo una storia realmente accaduta, è stata quasi ignorata per cent’anni, quindi riteniamo di raccontarvela.

Quella fredda notte d’aprile, l’aria immobile e silenziosa veniva percorsa da onde radio, che recavano la disperata richiesta d’aiuto di un transatlantico in panne, mentre s’inabissava lentamente, di prua, negli abissi. Nell’arco di due ore, tutte le navi a portata dell’apparecchio telegrafico erano state informate della situazione: la maggior parte di esse ebbe almeno la creanza di rispondere al segnale di S.O.S.; alcune annunciarono il loro prossimo arrivo sul posto; una sola giunse davvero. La cosa non fu priva di un forte ritorno mediatico, e suscitò giustamente l’indignazione di molti; ma quanti, quella notte, avrebbero realmente preso sul serio la richiesta di soccorso del Titanic?

Il piroscafo Mount Temple, della compagnia Canadian Pacific, comandato dal capitano Moore, era stato superato dal Titanic un’oretta o due prima dell’incidente. Il grande piroscafo filava ad una buona velocità, imponente e apparentemente invincibile, come tutti credevano; il capitano Moore l’aveva ammirato mentre scorreva al largo, per poi tornare alle sue mansioni. Dopo mezzanotte, era arrivato il primo messaggio in cui si chiedeva aiuto a tutte le navi a portata d’antenne, al che Moore aveva immediatamente fatto rispondere che sarebbero arrivati in poco tempo: una ventina di miglia lo separavano dal gigante ferito a morte da un iceberg… e proprio quell’idea dell’iceberg non lo lasciava tranquillo, perché il rischio d’incontrarne uno su quella rotta, magari il medesimo che il Titanic dichiarava d’aver urtato, c’era in ogni caso.

Arrivato a dieci miglia dalla nave da soccorrere, Moore riusciva quasi a distinguerne i quattro fumaioli gialli, le file di luci dei ponti superiori, le teste d’albero: si vedeva abbastanza bene l’insolito angolo che i ponti della grande nave formavano con la superficie quasi piatta dell’oceano, un oceano mai visto così calmo a memoria d’uomo. Ormai s’intuiva quasi tutto della forma della nave, ma proprio in quel momento giunse una voce a distoglierlo dal flusso dei suoi pensieri: trasalì il capitano Moore, e girandosi vide che il radiotelegrafista lo aveva raggiunto sul ponte, alle spalle, con un foglio in mano. A domanda, quello rispose: «Signore, ho un altro messaggio dal Titanic: non è rivolto a noi, ma ho pensato comunque che fosse importante portarglielo».

«Bene, sentiamo», rispose quello reprimendo una nota di fastidio nella voce. L’inferiore continuò: «Dicono che stanno calando in mare le scialuppe, dando la precedenza a donne e bambini».

«Capisco. Risponda che…».

«Ghiacci dritti avanti a noi!», lo interruppe un grido, ancora una volta alle sue spalle: era uno dei marinai che aveva aggiunto di vedetta sull’estrema prua del Mount Temple, come ulteriore precauzione. Guardò prima lui, poi l’orizzonte, confuso in una leggerissima foschia color del cielo notturno: prima della sagoma illuminata del Titanic vedeva svariati lastroni di ghiaccio grandi e piccoli, alternati a frammenti gelati d’ogni forma, e forse a qualcuna delle scialuppe cui accennava il messaggio appena arrivato; oltre la nave moribonda, visibilmente inclinata in avanti, veleggiavano pigramente almeno due o tre sinistre sagome, scoscese montagne polari coi loro bizzarri ed inquietanti pinnacoli. Moore volse ancora lo sguardo al marinaio che aveva urlato dalla prua e gli rispose ad alta voce: «Visti!», quindi si voltò alla timoniera e lanciò un secco ordine all’indirizzo del Primo Ufficiale, in quel momento al comando: «Macchine stop!».

Fu obbedito immediatamente.

Allora, mentre avvertiva il rallentamento della propria nave, ricordò di aver lasciato in sospeso il marconista, ch’era lì a tremare di freddo in attesa di ordini, stringendosi nel cappotto: «Torni al telegrafo, le darò io altre istruzioni, dopo… se servirà». Fu non senza sollievo, che l’operatore si irrigidì nel saluto e ridiscese nel suo caldo alloggio. Moore tornò a guardare il mare, poi si volse nuovamente alla timoniera e chiamò l’ufficiale.

«Sì, signore?».

«Il ghiaccio non ci permette di proseguire. Resteremo fermi finché non sarà possibile andarcene».

«Signore, – azzardò quello, cercando le parole giuste per non risultare insolente o insubordinato – mi sento in dovere di ricordarle che ci hanno chiesto aiuto…».

«Ne ho contezza; ma mi pare il caso di ricordare a lei che il regolamento è molto chiaro, riguardo ai ghiacci: se la nave è circondata, bisogna rimanere fermi finché non venga accertata la possibilità di proseguire. Se i soccorritori dovessero aver bisogno di soccorso a propria volta, sarebbe ridicolo, non trova?».

L’ufficiale scelse ancora una volta accuratamente le parole: «Capisco, signore, ma un segnale di S.O.S. dovrebbe avere la priorità…».

«Non i queste circostanze. Il rischio è troppo grande, e non ritengo prudente doverlo correre… e poi, andiamo, il Titanic non è una nave inaffondabile?».

Silenzio. L’ufficiale rimase almeno per due interi minuti senza spiccicare parola, e così anche il capitano; poi, quest’ultimo parlò: «Ah, c’è un’altra cosa: i passeggeri restino nelle proprie cabine. Non voglio problemi. Sia loro impedito l’accesso al ponte superiore, chiaro?».

«Teme quello che potrebbero pensare della sua decisione, signore?».

«Temo che si lascino andare a eroismi non richiesti e potenzialmente pericolosi, se è questo che intende», rispose quello recisamente.

«Signore, come inferiore non posso che obbedirle, – disse allora l’ufficiale, prima di richiudersi definitivamente in un ostinato silenzio – ma come uomo inorridisco».

Il capitano Moore accennò un gesto sprezzante nell’aria, poi si rivolse ancora all’orizzonte. Il Titanic, sempre più inclinato, affondò sollevando la poppa nera davanti ai sui occhi di ghiaccio, insensibili. Il Mount Temple non si mosse d’un altro millimetro, eccettuata la deriva, sino alle quattro del mattino, quando arrivò sulla scena del sinistro il Carpathia, che aveva captato la richiesta d’aiuto del Titanic quand’era a cinquantotto miglia di distanza ed era accorso a tutta la velocità che gli permetteva il suo piccolo motore. Troppo poca. Da lì gli fu chiesto di pattugliare l’area per recuperare i cadaveri. Moore girò un po’ quelle acque grigie di morte, poi diresse la prua verso New York, ignaro che alcuni passeggeri fossero riusciti a infrangere il suo divieto. Furono troppo pochi per avere una sufficiente attenzione da parte dei giornali, tutti intenti a cercare altri capri espiatori, più famosi e interessanti. Il resto è Storia.

 

 

 

 

 

Magari dopo…

 

«… ed è per queste ragioni  che Piranha robotici VS squali mannari 2 è superiore all’originale sia in fatto di regia che di effetti speciali.

Ora, per favore, prendi le tue opinioni da plebeo e non far mai più vedere la tua faccia da queste parti».

Appena staccate le mani dalla tastiera, Anna afferrò velocemente con la destra la bibita che teneva sulla scrivania e, gustandosela rumorosamente, si allungò sulla sedia da ufficio sulla quale era seduta da quasi tre ore.

Tanto le ci era voluto per argomentare a dovere la sua risposta, ma non poteva certo lasciare che un’opinione tanto scorretta potesse rimanere impunita sul suo forum preferito.

Anna appoggiò la bibita ormai finita sulla scrivania e ne approfittò per dare un’occhiata all’ora segnata sul computer: le 16:30.

Ormai mancavano appena due settimane al suo prossimo esame, o forse era una soltanto?

La sua coscienza le intimava di staccarsi dal PC e cominciare a studiare un po’, ma aveva ancora così tanti siti da controllare…

In fondo, non sarebbe stata una tragedia se avesse iniziato alle 17:00 in punto, no?

Pensando questo, Anna si ripiegò in avanti verso il monitor e, con un paio di veloci click, chiuse il forum per aprire un altro sito web.

O al massimo, le 17:15.

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