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Ernest Flemingway

Il vecchio e i Servizi Segreti

Il vecchio, come tutti lo chiamavano da quelle parti, era un pescatore; o meglio era uno che tentava di fare il pescatore. Per quanta buona volontà profondesse nel suo stoico lavoro, che ripeteva identico tutte le sere, non era mai riuscito a pescare più di quanto servisse al proprio puro e semplice sostentamento, e un sostentamento ben magro: lo provavano, senza bisogno di parole, il corpo mingherlino e raggrinzito, la lunga barba grigia ormai dimentica dell’esistenza de’ parrucchieri, gli stessi vestiti logori di quand’era giovane, la pelle bruciata dal sole e le cicatrici, le rughe profonde e i calli alle mani. Usciva indefesso dal porticciolo, in sul calar del sole, con una disastrata barca a remi che non si rassegnava a marcire; tornava, con tre o quattro cefali la mattina dopo, presi con una rete che, per quanto cercasse di mantenere in buone condizioni, era assolutamente inadeguata al mestiere cui il vecchio l’aveva destinata.

Una sera, l’uomo prese ancora il mare, in coda alla flottiglia di pescatori riusciti, tutti ormai munitisi di veri e propri pescherecci, reti abbastanza grandi, e qualche spartana comodità per il viaggio. Lo staccarono immediatamente, come al solito, grazie ai loro motori a nafta, e come sempre lo persero di vista al largo del faro. Il vecchio remava lento, con quel tanto di forza che bastava a vincere la corrente e la risacca: e poiché quella era anche tutta la forza che gli era rimasta, i paesani sapevano che, prima o poi, anch’essa sarebbe mancata; che il vecchio, una sera come tante, non sarebbe riuscito a lasciare il porto; e che allora sarebbe tornato mestamente alla sua casupola sugli scogli, dove avrebbe atteso la morte. Eppure, il vecchio resisteva, resisteva a tutto, e nessuno riusciva a capire come potesse; anzi, si sapeva che aveva uno scopo ben preciso, una ragione di vivere che lo conservava tra i mortali, ma tutti la giudicavano una chimera: tante volte, all’unico pub del paese, aveva raccontato, non prima del terzo bicchiere di whiskey, la sua epica avventura contro il classico pesce più grosso che avesse mai visto. Ci sono categorie di persone riconoscibili in ogni parte del mondo da una particolare caratteristica: per i pescatori, anche i più inetti e sventurati, questa caratteristica è sempre stata l’abitudine di lasciarsi andare a storie esagerate ai limiti del ridicolo, che crescono annaffiate con qualche goccetto.

Il Nostro si era preparato ancora, eroicamente o stupidamente lo decida il lettore, all’ennesimo fiasco in alto mare. Si faceva buio su tutta la terra, e i venti soffiavano con più foga, spingendo per la volta del cielo densi nembi temporaleschi. Il rischio che una tempesta provocasse la ritirata generale era molto concreto, così i pescatori erano rimasti abbastanza vicini alla costa, per ritornarvi rapidamente; mettendo in conto, com’è naturale, di portare a casa meno pescato. Il vecchio, forse stufo della sua lunga vita, era invece andato più al largo del solito. Lo notarono in molti, ma nessuno si sentì così un cuor di leone da andargli dietro e ricondurlo alla ragione: se aveva deciso di correre il rischio, aveva senza dubbio l’età per farlo da solo.

Invece, il vecchio aveva pensato unicamente a questa possibilità, che l’andare più lontano degli altri, per una volta, avrebbe invertito le parti: sarebbe tornato in porto la mattina dopo con più pesce di chiunque in paese, una rivincita che aspettava da tanti anni… Come è curiosa la nostra mente: per tutta la durata di quelle riflessioni, mai era pervenuta al suo cervello la notizia che gli altri pescatori non si erano avventurati lontano dalla costa per un motivo preciso e ragionevolissimo. Il vecchio non badava alle condizioni climatiche viepiù avverse cui volgeva il mare, né alle onde che si rincorrevano sotto la sua barca, formando ogni tanto una crestina bianca di cui diffidare sarebbe stato saggio. Gettò la rete in mare e si dispose ad aspettare, come aveva sempre fatto; il mare verde s’incupiva tutt’intorno, mentre il nero del cielo faceva risaltare la luce da poco accesa del bianco faro ad Est. Gabbiani si agitavano tra i venti, indecisi sul da farsi.

Nessuno, a parte il vecchio, notò uno strano movimento nell’acqua; forse erano tutti troppo lontani da lui, ma qualcosa, in effetti, si muoveva. Aguzzò lo sguardo verso il punto in cui l’acqua s’era increspata maggiormente, aspettandosi il suo tonno da due quintali, con cui aveva un conto in sospeso dal lungo inverno del ’42… Ma non gli apparve un pesce, non uno normale, almeno.

Usciva dall’acqua, che si era aperta quasi fosse il Mar Rosso, una cosa che nessuno, a memoria d’uomo, aveva mai visto: due file di denti grandi come spade si stringevano, quasi digrignati, dentro una bocca lunga come l’albero del peschereccio di Jenkins, il più grande del villaggio; un occhio gigantesco, tondo come il rosone della chiesetta sulla collina e forse più grosso, si aprì, stringendo all’indirizzo del vecchio una pupilla verticale, da serpente. Tutto questo il vecchio vide in un momento, poi uno spruzzo d’acqua che anticipava quelli della tempesta imminente, un fragore assordante, acqua che ripioveva in mare dall’aria umida… Il vecchio, quando poté vedere di nuovo, si voltò a destra, a sinistra: non c’era più niente.

Si riavvicinò rapido alla costa, sbracciandosi e sbraitando, mentre biancheggiavano già le prime onde di tempesta. Gli altri pescatori non ebbero tempo per le sue farneticazioni, lo lasciavano indietro di nuovo, come sempre: il mare urlava loro d’andarsene, e conveniva obbedirgli. Anche salvi sulla riva, non fecero il minimo sforzo di credergli: «Andiamo, era solo un’onda grande – minimizzava uno – Sicuro di essere sobrio? – lo scherniva un altro – Da’ retta a me, lascia perdere questo mestiere, non ci sei portato». Eccetera, eccetera. Ma perché non volevano credergli? Non sapeva egli quel che aveva visto? Lì per lì, era tornato a casa sconfitto, stanco per lo sforzo di correr dietro ai pescherecci a motore dei suoi compaesani; ma la mattina seguente, progettava di farsi ascoltare, anche a costo di coprirsi di ridicolo sulle prime.

Al pub c’erano più o meno tutti quelli della sera prima. Si fermò lì in mezzo, in piedi, e richiamò l’attenzione generale: «Voi non indovinerete mai che cosa ho visto in mare ieri sera!».

Pochi gli prestarono attenzione, ma non vi badò: «Mi ero diretto più lontano dalla riva sperando di pescare qualcosa di grosso, e in effetti ho visto qualcosa di grosso. Molto grosso! Non so che cosa fosse, ma solo la testa era lunga due metri, tre metri, anche di più… ma non era una balena, no: aveva le scaglie! Le ho viste luccicare quando la luce del faro le ha illuminate…!».

Molti fecero gesti e versi che grossomodo costituivano una diagnosi di demenza senile per il povero pescatore mancato: ora aveva anche le visioni, non c’era altra spiegazione. Ma ecco, dal fondo del pub, avanzarsi un tale, uno straniero, in giacca e cravatta: «Mi scusi, buon uomo, potrebbe descrivermi nuovamente la creatura che dice d’aver visto? Mi interesserebbe saperne di più…».

Il vecchio, mentre tutti gli altri paesani si giravano incuriositi verso lo strano tipo, già immaginava un radioso futuro: forse quello era uno scienziato, o qualcosa del genere, e avrebbe scoperto un animale fino ad allora sconosciuto grazie a lui… o meglio, magari era un giornalista, o uno della televisione…! E questo avrebbe significato fama, rivalsa, e magari qualche soldino, che non guasta mai… L’uomo in giacca e cravatta raggiunse il vecchio e gli disse esattamente quel che egli avrebbe voluto udire: «Lavoro per un giornale, e la sua storia mi interessa. Se può fornirmi qualche elemento in più, potrebbe anche venirgliene un piccolo guadagno…».

Il pescatore era stato pescato: con una scusa lo straniero lo fece salire su un furgone nero con uno stemma che quasi nessuno aveva mai visto prima; c’era scritto qualcosa circa il Governo, ma forse non avevano letto bene… A bordo, il tizio sconosciuto gettò finalmente la maschera: «D’accordo, mi dispiace d’aver usato con lei un metodo poco ortodosso, ma volevo essere sicuro che mi avrebbe seguito: in realtà lavoriamo per i Servizi Segreti di Sua Maestà, e intendiamo sapere tutto quello che ha visto, fino all’ultimo dettaglio. Potrebbero esserci in gioco dei segreti militari di cui non sono autorizzato a dirle di più, mi comprenderà…».

«Vuol dire, in parole povere, che soldi non me ne arrivano, vero?».

«Se vuole le offro un caffè…» rispose l’agente, con una sfumatura ironica che non fece altro che rendere il vecchio più scontroso: «Allora, voglio scendere!».

«Lei non può scendere. Da questo momento, ci è invischiato fino al collo, mi dispiace; ma se si venisse a sapere quello che ha visto…».

«Ecco, potrei almeno sapere che cos’era?».

«Se glielo dicessi, dopo sarei costretto a ucciderla».

Il furgone sparì alla vista del paesino sulla costa inglese. Nessuno rivide più il vecchio, ma supponiamo sia anche inutile dirlo.

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