Trovate qui gli altri Trittici e qui l’introduzione a questa rubrica.

Siamo agli sgoccioli, ma non disperate: questo è il penultimo vizio capitale, ma stiamo già immaginando una nuova serie su cui costruire il nostro trittico. Se qualcuno dei nostri lettori ha la possibilità di postare un commento, ogni suggerimento sarà gradito. L’invidia, la brutta bestia di cui ci occupiamo qui sotto, non compare nell’Inferno dantesco ma in Purgatorio, che è espressamente modellato sul sistema di quei sette peccati; probabilmente, il Sommo Poeta non la considerava così grave, ma tante possono essere le conseguenze di un pensiero, anche le più terribili. Spaziamo da vari punti di vista (quello centrale è come sempre il più piccolo, ma sapete come fare…). Buona lettura.

Gianluca Berno Stefania Ferrazzi Filippo Mairani

La prima volta in cui qualcuno si fece prendere da quel terribile sentimento, si racconta, avvenne più o meno così: un uomo volle, fortissimamente volle quella particolare forma d’attenzione di cui il fratello sembrava godere. Era senz’altro un frutto della sua immaginazione, non è che Dio abbia i suoi preferiti, ma Caino sembrava ben lontano dal concepire la banale verità di quella situazione: quanto gradimento può riscuotere la frutta bacata, soprattutto come sacrificio rituale ad Uno che già aveva avuto parecchio da ridire in una brutta storia legata a quel gruppo alimentare? Invece non solo non aveva capito quel ch’era successo, ma aveva creduto che l’innocente Abele fosse una sorta di privilegiato. Ora, a Dio non si poteva dire granché, ma il fratello… lui, lui era di carne e sangue, finalmente! E poteva essere punito del tradimento, lui!

Fu così che Caino divenne Otello.

Poi ci fu quell’altra pessima vicenda, la gara a chi catturava la preda più grossa: la caverna di un tale nei pressi di Neanderthal fu teatro d’analogo scempio. Ma dato che non ci si accontenta mai, la volontà d’avere quello che era di altri, anche con la forza, finì per essere fonte di ben più grosse aggressioni, delitti su scala industriale. Imperi sorsero e tramontarono per questa stessa ragione. Quanto è peggiore l’invidia, Uomo, tra tutte le armi che hai inventato (direbbe Guareschi) “per danneggiare il prossimo tuo come te stesso”…!

Ricordo (non perché fossi lì, naturalmente, ma il bello di sapere di Storia è che i ricordi del mondo diventano i tuoi) quella volta che il Barbarossa, espugnata Milano, volle raderla al suolo per la sua insolenza: risparmiò solo le chiese, perché a dispetto dei pessimi rapporti con Alessandro III, aveva un minimo di Timor di Dio… insomma, fece così; ma l’idea che la città conservasse entro le proprie mura il campanile più alto d’Europa, almeno a detta dei Milanesi… no, non gli andava proprio a genio. Eccola lì di nuovo, la solita invidia; e in un attimo, ecco anche le tremende conseguenze, che mai si fanno attendere: ordinò d’abbattere la torre insubordinata, il campanile dell’antico Duomo; e quello, con tutte le direzioni in cui sarebbe potuto cadere…! Addio cattedrale.

Di fare pochi esempi mi

[compiaccio:

per te che leggi, questo solo

[dico,

ch’un po’ diverte, e de li altri mi

[taccio.

Invidio solo la vita

che mai

si è sentita costretta

nel suo mostrarsi felice.

In una grande, pittoresca villa della campagna inglese, un allegro fuoco scoppiettava all’interno del caminetto dell’elegante salotto. La luce emanata dalle fiamme si rifletteva sul lucidissimo parquet della sala, illuminando le numerose librerie che occupavano la stanza, gli antichi ritratti di famiglia appesi alle pareti ed il più moderno, ma sempre estremamente elegante mobiletto ligneo per gli alcolici, sopra al quale due bicchieri venivano riempiti di brandy.

Quando ebbe finito, John Beyer ne prese uno e lo porse all’ospite, che aspettava seduto su di una poltrona davanti al caminetto, per poi servirsi da solo e raggiungere l’ospite su di una poltrona posta di fronte alla prima.

L’ospite trangugiò quasi mezzo bicchiere in un sol sorso: «Questo brandy è davvero ottimo Beyer, il migliore che abbia mai assaggiato» disse, continuando ad aprire e chiudere le labbra per assaporarlo fino in fondo.

«Se questo ti è piaciuto dovresti provare il vino delle cantine, caro Brennan. Dopo averlo assaggiato, un appassionato come te potrebbe addirittura pensare di mollare tutto e trasferirsi nel sottosuolo della casa».

«Tu conosci fin troppo bene tutti i miei difetti, Beyer – disse Brennan, sorseggiando un altro po’ di brandy – ma questa volta non ho intenzione di rispondere alle tue insinuazioni. Sono troppo contento per i vantaggi che traggo dal mio ultimo acquisto».

«Sì, acquistare questa casa è stato uno dei miei migliori investimenti. – disse sprofondando nella comoda poltrona – Finalmente un posto dove rilassarsi quando non devo gestire la mia fabbrica».

«Hai più saputo che ne è stato del vecchio proprietario?».

«Quel nobile spiantato? È sparito subito dopo che l’ho pagato. Mi sembra di ricordare che volesse trasferirsi da qualche suo parente sul continente. Non penso che avrà problemi col trasloco».

«Vorrei vedere, gli hai acquistato tutto. Ogni mobile, ogni quadro, ogni libro, ogni vestito ed ogni bicchiere – disse Brennan, finendo con un altro sorso il suo brandy – e ho visto che stai anche già iniziando a fare dei cambiamenti. Cosa c’era appeso lì, ad esempio?».

Nel dire questo, Brennan indicò una macchia più chiara subito sopra il caminetto, dove un tempo doveva esserci stato chiaramente appeso qualcosa.

La figura di Beyer, prima spaparanzata comodamente sulla poltrona, torno lentamente a farsi diritta, come se in quel momento il suo corpo avesse avuto un improvviso scatto d’orgoglio, come se avesse sentito il bisogno di affermare la propria importanza; inoltre la mano destra aveva incominciato impercettibilmente a stringere in maniera più serrata il bicchiere col liquore.

«Oh, lì c’era… lo scudo con lo stemma nobiliare».

«Hai fatto bene a spostarlo, non è cosa che si addica a noi imprenditori».

«Oh no, non l’ho spostato io: quella è l’unica cosa che non mi ha voluto vendere».

Le folte sopracciglia di Brennan si alzarono in segno di stupore: «Quel folle!, che senso ha vendere tutto quello che possiedi tranne un vecchio scudo? Per fortuna noi siamo ben diversi da questi pazzi nobili, non ho ragione?»

Dopo un breve silenzio, Beyer rispose: «Sì, tu hai sicuramente ragione amico mio. Ma vieni, dammi il tuo bicchiere, so che non sopporti di vederlo vuoto».

Dopo questo gesto di cortesia, il discorso dei due amici virò su argomenti diversi. I due parlarono dell’andamento delle loro fabbriche, dei recenti provvedimenti del governo, dell’ultimo libro di Daniel Defoe, di donne, di svariati altri argomenti davanti ad altrettanto numerosi bicchieri di brandy, dimenticandosi dello scudo.

A notte inoltrata, Beyer fece chiamare un cameriere e si premurò affinché l’amico, ormai decisamente alticcio, fosse accompagnato  nella stanza degli ospiti; mentre lui, rimasto solo, pensò di prendere tutti i bicchieri e le bottiglie utilizzate durante la serata e rimetterli a posto. Non che ci volesse molto, in realtà. Brennan, come suo solito, non si era risparmiato nel provare i vari alcolici che quella nuova casa aveva da offrire, ma Beyer non aveva bevuto neanche un goccio.

Avvicinandosi al caminetto, Beyer non poté fare a meno di notare la macchia più chiara dove un tempo era stato appeso lo scudo. Era stato da quando l’amico gliela aveva fatta notare, che gli si era bloccato lo stomaco.

Aveva già assaggiato quel brandy, sapeva che si trattava di un liquore di pregevole fattura; eppure, l’idea che fosse un tempo appartenuto a quel nobile in bolletta gli causava il voltastomaco.

Tutto, si rese conto mentre si avvicinava al caminetto, tutto di quella casa gli dava il voltastomaco. Ogni oggetto d’arredamento, ogni soprammobile, ogni ninnolo, ogni pomello, ogni finestra, ogni posata gli era insopportabile. Qualunque cosa quel nobiluomo avesse toccato ora tornava a mordergli la psiche. Per lui d’ora in poi le poltrone sarebbero state imbottite di chiodi, i piatti crepati ed i bicchieri sbeccati.

Beyer arrivò al caminetto con ancora il suo primo intonso bicchiere di brandy in mano, vi si appoggiò sopra e, guardando la macchia dove un tempo c’era stato lo scudo, bisbigliò a sé stesso: “Gli ho acquistato ogni mobile, ogni quadro, ogni libro, ogni vestito ed ogni bicchiere. Ma non sono riuscito a strappargli quello che desideravo davvero.”

Beyer rovesciò poi il contenuto del suo bicchiere nel caminetto, spegnendo quelle poche fiammelle che ancora sopravvivevano e facendo piombare la stanza nell’ombra.

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