Fiducia liquida

di Filippo Mairani, 15 aprile 2016

Questa favoletta vuole far riflettere il lettore su alcune scelte della nostra società che sembra aver deciso, ormai irreversibilmente, di privilegiare uno stile di vita “liquido” (per dirlo alla Baumann), cioè più individualista e distaccato da valori forti ed incrollabili rispetto ad uno “a rete” in cui l’individuo è più portato a confrontarsi e talvolta anche ad appoggiarsi all’altro ed alle sue idee.

Se l’esperimento realmente è riuscito, lo lasciamo decidere al lettore.

Un passante che si fermasse ad osservare un acquitrino posto in una delle ormai poche zone verdi che circondano le nostre città, in un parco o addirittura in una riserva naturale, potrebbe chiedersi cosa impedisca a quella pozza d’acqua sporca d’essere bonificata.

I più frettolosi a sparar giudizi potrebbero insinuare che la colpa sia della pigrizia dell’autorità competente, quando non addirittura della sua corruzione.

Qualcuno che  però si fermasse un attimo ad osservare meglio quell’acquitrino, si renderebbe presto conto che quell’ambiente, così disgustoso per gli umani, è in realtà il paradiso per decine di rane, rospi, libellule, ragni, ninfee, alghe, e tantissime altre piante ed animali.

Nello stagno che interessa il nostro racconto, in particolare, abitava una rigogliosissima colonia di ragni. La loro ragnatela, una delle più grandi e potenti che il regno degli insetti avesse mai visto, era stata costruita ormai diverse generazioni fa tra due imponenti betulle ed i suoi abitanti, estremamente solidali uno con l’altro, facevano del loro meglio affinché la loro casa fosse sempre brillante ed in perfette condizioni.

Le mosche non mancavano, e la vita sembrava trascorrere tranquilla all’interno della colonia, ignara che, molto più sotto, qualcuno la stava osservando con intenti tutt’altro che pacifici.

Nonostante sulla terraferma infatti abbondassero libellule ed altri insetti da mangiare, da tempo ad un grosso rospo della palude era venuto l’inarrestabile desiderio di banchettare con quei deliziosi ragnetti. Purtroppo per lui, però, quella florida colonia era stata costruita troppo in alto tra le fronde degli alberi, e lui non era in grado di raggiungerla, né con la sua lunga lingua appiccicosa, né con i suoi salti più potenti. Così il rospo passava le sue giornate appostato sotto la ragnatela, sperando che prima o poi sarebbe riuscito a mettere le zampe su quel lauto pasto.

Un giorno un giovane, ingenuo ragnetto decise di andare verso il bordo della ragnatela per parlare con quella strana, grossa creatura verde che da così tanto tempo stava vicino alla colonia; chissà, forse sarebbero addirittura diventati amici!

«Ciao» esordì timidamente il ragnetto.

Possibile che finalmente qualche ragno sprovveduto si fosse avvicinato abbastanza a lui da permettergli di mangiarlo?

Senza pensarci due volte, il rospo allungò velocemente la lingua in direzione del ragnetto, senza però alcun risultato se non quello di lanciare qualche gocciolina addosso all’aracnide.

«Che schifo! – urlò il ragnetto – perché mi hai lanciato addosso la tua lingua?».

Nonostante il fallimento, il rospo decise di non farsi scoraggiare. Se quel ragno era tanto ingenuo come sembrava (e doveva esserlo davvero, se non era ancora scappato!) forse sarebbe riuscito a farlo avvicinare con una trappola.

«Ti stavo solo salutando, ragnetto, è così che ci salutiamo noi rospi. E non lamentarti così tanto, è solo un po’ d’acqua della palude».

«Acqua della palude?» ripeté, incredulo, il ragnetto.

«Certo, acqua, che altro sennò? Non vorrai dirmi che non avete l’acqua lassù!».

«Certo che abbiamo l’acqua! Come faremmo a bere altrimenti? – rispose il ragnetto – Però non avevo mai toccato l’acqua della palude, perché dicono tutti che è pericolosa… invece sembra uguale a quella che beviamo tutti i giorni».

«Certo, che t’aspetti, è solo acq… – ma, in quel momento, al rospo venne un’idea – È solo la cosa più fantastica che tu possa mai trovare».

«Come è possibile?» chiese il ragnetto.

«Oh, ma è semplice, guarda!» e, detto questo, il rospo fece un balzo enorme, andando poi a tuffarsi con un fragoroso splash all’interno della palude. In men che non si dica, il rospo incominciò  a decantare le lodi di quello che aveva incominciato a descrivere come un santuario del divertimento, mostrando al ragnetto come nell’acqua della palude si potesse nuotare, tuffare, immergere, giocare e come, una volta finito, ci si potesse comodamente rilassare sul bordo erboso.

«Che dici scricciolo, vuoi provare?» chiese infine il rospo, già capace di leggere la risposta negli occhi spalancati dalla meraviglia del ragnetto.

«Certamente!» rispose il ragnetto mentre scendeva lungo il tronco per raggiungere lo stagno.

Il primo pensiero del rospo fu che dopo tanto tempo sarebbe riuscito a posare la lingua su uno di quei ragni sui quali da tempo aveva ormai posato gli occhi ma, passato un primo momento di gola, si rese conto che stando ancora per un po’ al gioco, forse sarebbe riuscito a mangiare più di un solo ragnetto.

«Allora, che facciamo?» chiese l’aracnide, ormai a sulla terraferma a due passi dal rospo.

«Tutto quello che vuoi, scricciolo» gli rispose il rospo con un grosso sorriso.

Ed il rospo fu di parola. Tra tuffi, nuotate e momenti di relax a bordo stagno, il ragnetto passò una delle giornate più divertenti della sua vita, e quando i due ebbero finito promise a quello che oramai considerava come un nuovo amico che sarebbe tornato il giorno dopo, in compagnia di altri amici.

Gli altri ragni della colonia inizialmente non si fidavano: da generazioni si era detto che bisognava stare lontani dallo stagno. Certo, nessuno sembrava ricordarsi esattamente il perché; e se la storia del ragnetto era vera, evidentemente l’acqua non era così pericolosa come doveva esserlo stata un tempo, ma pochi ragni si sentivano pronti ad infrangere quell’antica saggezza e così il giorno dopo  si presentò solo uno sparuto gruppo di amici del ragnetto originale all’incontro.

Ma il rospo non si lasciò abbattere, prese pazienza e fece passare a quei ragnetti la migliore giornata della loro vita, e così fece con ogni nuovo gruppo di ragni che, sfidando l’antico pensiero, incominciavano ad andare a spassarsela nella palude.

Così, dopo sole poche settimane da quando quel primo, piccolo ragnetto aveva osato rivolgere la parola al loro strano vicino verde, l’intera colonia della ragnatela aveva preso l’abitudine di andare a giocare o rilassarsi a bordo dello stagno.

Poi, un giorno che sembrava come tanti, accadde.

Nessun ragno era rimasto sulla ragnatela, quindi nessun membro di quella che era stata la colonia di aracnidi più florida ed efficiente di tutta la palude poté vedere come i suoi membri venivano inesorabilmente divorati. I primi non ebbero scampo ma, appena ci si rese conto di cosa stava succedendo, molti tentarono di scappare; purtroppo inutilmente.

Alcuni vennero afferrati dalla lunga, appiccicosa lingua del rospo via terra; altri, che invece tentarono di fuggire via acqua, vennero presto raggiunti dall’abile saltatore e finirono il loro percorso in mezzo alle sue fauci.

La carneficina durò pochissimo e, alla fine, non rimase nessuno se non il rospo, che, con lo stomaco pieno, si limitò ad osservare per l’ultima volta la ragnatela che era stata per così tanto tempo al centro dei suoi pensieri, prima di scomparire con un tuffo in mezzo all’acqua.

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