di Giorgio Agosta del Forte

Tisana

Seduti sulla panchina

del parco

imbiancato da ciliegi,

parlavamo del più

e del meno.

Un parlare

semplice

che ci portava

nella sospensione

dove dimorano

le stelle.

Un parlare

che riempiva

quel senso di solitudine

di essere compreso.

Un parlare

interrotto ogni tanto

da risate

che portavano

lacrime di felicità

e coprivano

una timidezza

colorata di noi.

Ma poi,

in un istante,

quel vociare si tacque,

e vestimmo il silenzio

di baci.

Tisane, linee infuocate e segreti

Ti parlai dei

miei segreti.

Segreti che,

fino a quel momento,

conosceva

solo il mio quaderno

nero.

I tuoi occhi

erano lucidi,

un po’ sulfurei.

E poi,

mi raccontasti

i tuoi sogni,

le tue scure paure,

i tuoi timori

e desti colore

ai tuoi pensieri.

Avevamo visioni,

diametralmente opposte,

erano proprio

agli antipodi,

della serie che

non ci azzeccavano

davvero una

minchia, eppure

parlammo sino

all’alba,

innamorandoci

incautamente.

Mi sembrava

di stare in quello

stato di perfezione

che hanno le

tisane

quando non sono

né troppo fredde

né troppo calde

e si lasciano bere

senza causare traumi

alla lingua.

A te

sembrava

aver messo

abbastanza

ordine nei tuoi

casini.

Ma…

niente ma.

Le cose stavano

davvero così,

per una rara volta

le cose andavano

come le cose belle

devono andare.

Mi sono

solo dimenticato

di dirti che

io, assieme

a te,

avrei persino

calpestato

le linee infuocate

che dividono

le piastrelle.

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