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Vico della Mirandola

Memoria storica

PREFAZIONE di Gianluca Berno

Il testo che segue proviene da un manoscritto anonimo del primo Quattrocento, scritto con ogni probabilità in area toscana. Si tratta di un brano da quella che ha tutta l’aria di essere una raccolta di vite di personaggi illustri, ma di un ambito alquanto provinciale; proprio la pretenziosità di questo scritto, che vorrebbe eguagliare illustri precedenti letterari (viene per esempio citato tra i modelli dell’opera nientepopodimeno che Plutarco) ci ha spinti a leggere con curiosità quest’opera, ritenendo di poterci fare quattro risate. E non fu una vana speranza. Come saggio del testo integrale, circa duecento pagine piuttosto fitte, riportiamo qui il capitolo XVII, contenente la biografia di un personaggio che sarebbe stato dotato di una memoria eccezionale.

* * *

Si racconta ancora, nella nostra città, d’un uomo chiamato Pico, il quale ricordava tutto, ma proprio tutto: e s’ingannerebbe chi pensasse che questa sia solo un’espressione esagerata per parlar d’una qualità tutto sommato comune.

Dai tre anni e due mesi in avanti, come il più efficiente degli archivi possibili mai avrebbe saputo fare, aveva la sua memoria raccolto, catalogato e immagazzinato ogni ricordo; ogni pensiero o sogno, ogni atto compiuto o visto, ogni parola detta od udita gli erano nella memoria impressi come le antichissime parole incise sull’arco d’Augusto in Rimini. Molti sapienti erano stati interrogati sulle ragioni di siffatto prodigio, tanto raro a vedersi; ma nessuno di loro mai era riuscito a dare una qualche spiegazione che paresse sufficiente.

Per prima la madre s’accorse del non comune talento del ragazzo, allorché un dì di marzo, oltre settant’anni or sono, entrando nella stanza in cui quello giocava, ella si vide rivolgere questa domanda: «Madre, tutti hanno dei genitori, vero?».

«Sì, Pico» ella rispose.

«Anche voi?».

«Sì, ma non è più in questo mondo…».

«Da sei anni; aveva un naso molto grosso e i capelli bianchi…» completò il bambino. Molto stupita e turbata rimase allora la madre, poiché in casa non c’era alcun ritratto dell’antica genitrice e non sapeva proprio rendersi ragione di come il bambino, il quale aveva appena dieci anni, potesse conoscere l’aspetto della nonna. Chiese allora lumi al ragazzino, e quello rispose: «Ricordo di averla vista da piccolo, una volta. Era estate: eravamo alla festa di matrimonio della zia…», e già cominciava ad elencare sparsamente gli invitati che conosceva, a descrivere gli altri, e che cosa avevano mangiato in quell’occasione, dove si trovavano e che cosa successe. La madre, sorpresa affatto d’una simile memoria e anch’ella ricordando, ad ogni parola del bambino, l’insieme di tutte quelle cose, si rese conto che, dove anche lei aveva buoni ricordi, questi con quelli di Pico perfettamente coincidevano.

Man mano che gli anni passavano, i ricordi seguitavano ad accumularsi nella mente del giovane, il quale cominciò ad avere a noia, quasi come fosse una maledizione, il suo curioso stato: ricordare tutto quel che aveva fatto, detto, pensato, udito e visto era davvero troppo per una mente sola, e di questo egli chiaramente sentiva tutto il peso; e sentendolo, sopportare ancor lungamente quella condizione sì penosa gli appariva impossibile. Eppure, gli anni passarono. Tanto s’era sparsa la voce della prodigiosa sua memoria, che molti e illustri personaggi andarono talvolta a fargli visita, per aver da lui consiglio: infatti, ricordava anche tutti i libri che aveva letto, e tutti i fatti notevoli accaduti durante la sua vita; e pareva che nella sua mente tutta la memoria del mondo fosse stipata, così che coloro che potevano permettersi il viaggio, anche da molto lontano venivano, per attingere a quella fonte senza fine. E come ne’ miti degl’Antichi si racconta della Pizia, che avesse ottenuto d’essere immortale ma non sempre giovane, e tutta raggrinzita fino alle misure d’una cicala fosse condannata a far profezie in perpetuo, e null’altro desiderasse che morire; così par che anche Pico sperasse, dopo tanti anni con la condanna di una memoria di ferro, che premeva impietosa nella sua testa con tutto il peso di tutti i ricordi, anche quelli infelici, di poter perdere la memoria come accade a certi altri vecchi.

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