di Stefania Ferrazzi

sedie

Ti ho amata,

quando da bambina con le guance arrossate

correvi nei prati d’estate.

Avevo fatto per te

un anello di margherite per poi prometterti

serio serio

«Da grande ti sposerò».

Ti ho amata quando da ragazza non sapevi mai piacerti.

Profumavi di ciliegie

ed io, io ti lasciavo lettere d’amore

sul vialetto di casa,

per poi guardarti sorridere

da lontano.

Ti ho amata, quando, dopo il nostro primo bacio,

tu mi hai sussurrato

«Ancora, e ancora un po’»

ed io

ero completo.

Ti ho amata, quando ho avuto il privilegio

di prendere te, come mia legittima moglie

per onorarti e rispettarti

nella buona e cattiva sorte

finchè morte non ci separi.

Ti ho amata, anche quando hai cominciato

ad avere gli occhi assenti

e ad urlare un pò troppo forte

ed io che non capivo mai

se fosse colpa mia.

Ti ho amata molto, anche dopo aver visto
il tuo corpo

fare da specchio

ad allodole affamate.

E tu, con le guance di nuovo accese,

ed io, che avevo paura ormai di te.

Ho sentito di amarti anche quando mi hai scritto,

con una grafia incomprensibile,

“Non ti amo più” sopra la tazzina sporca

del caffè.

E io quel giorno al lavoro non ci sono andato.

Nè il giorno dopo, nè quello dopo ancora.

Ho continuato ad amarti anche quando

alla fine

mi hai svuotato persino del mio nome,

come un serial killer che non lascia

impronte.

Ed io non ho più chiesto notizie di te.

E niente è stato più vivo

da quando la parte destra del nostro letto

si è congelata

e i mostri sono usciti allo scoperto

nutrendomi coi loro incubi.

Non avevo capito

che la bellezza

stava

nelle cose sospese.

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