Di palo in frasca, senz’alcun apparente motivo, eccoci al nuovo tema del trittico: si tratta dei colori, a partire da quelli primari; e per primo, abbiamo scelto il rosso, con i suoi molteplici significati. Dal fuoco all’amore, dalla carità al pericolo, passando per l’inquietudine, il calore, l’economia a rotoli, il tappeto hollywoodiano, la bandiera socialista, il sangue e il potere (si ricordino i mantelli dei re e le tonache dei cardinali). Tutto questo è il rosso, e ognuno di noi, da questo pozzo, ha attinto con il proprio secchio (per gli ultimi due racconti, servirà il secchio anche al lettore, perché sono un po’ in profondità…).

Gianluca Berno Stefania Ferrazzi Filippo Mairani

A prima vista, alzandosi dal letto la mattina e affacciandosi in cortile, dando un occhiata al cielo azzurro e udendo il gaio cinguettare degli uccellini, davvero non si sarebbe detto che quella giornata potesse riservare alcunché d’insolito. Del resto, la vita in una cittadina degna di nota ma non immensa, dove ci si conosceva un po’ tutti e si viveva la dolce flemma del Sud, in contemplazione del sole e del mare, non offriva che raramente degli spettacoli degni di nota; del resto, tutta l’Italia era ormai pervasa della pace che il Principe aveva saputo mantenere.

Così, quando la mattina del 27 agosto Marco si svegliò, nulla, neppure il più piccolo indizio gli parve interpretabile come un preannuncio di sventura. Come sempre, la prima cosa che vide destandosi fu il bell’affresco sulla parete di fronte: gli piaceva parecchio la brillantissima tintura rossa che in città andava tanto di moda, e ancora una volta, contemplando la scena mitologica dominata da quel colore, si compiacque della scelta. Il rosso era un colore costoso, ma aveva deciso di concedersi almeno quel lusso, nel decorare la nuova casa, frutto di anni di proficua attività commerciale; il rosso era un po’ il simbolo della classe agiata: in quella bella cittadina, così ben frequentata per il suo clima paradisiaco, se non avevi abbastanza rosso sui muri non eri nessuno.

La luce che entrava dalla porta appena aperta dalla serva non era moltissima, ma bastava a dare risalto alla pittura; e, quel che è più importante, faceva sperare in una splendida giornata. Si alzò, si vestì e uscì in cortile. Il cielo azzurro, gli uccellini che cinguettavano… Ottima giornata per concludere quell’affare per cui faceva da mesi una corte spietata a quel mercante greco, come si chiamava…? Va beh, non importava: quel che contava era che si ricordasse al momento buono e riuscisse a strappargli un buon prezzo. Poi, naturalmente, c’era da andare in campagna a vedere come procedevano i lavori del podere alle pendici del monte. Ci avrebbe pensato dopo.

Chiamò l’anziano Titiro, il suo servo di fiducia, per farsi radere la barba, come tutte le mattine: e fu una fortuna che, quando arrivò la scossa, questi non stesse usando il rasoio. Infatti, mentre il vecchio dava una pulita alla lama, tutta la stanza cominciò a tremare, tanto che un vaso di ferro cadde da una mensola con gran trambusto e lo stesso Titiro quasi cadde in terra: non aveva le gambe ferme come la mano. Marco si riebbe dal primo spavento e realizzò abbastanza in fretta che, se quello strano fenomeno fosse capitato prima, Titiro avrebbe anche potuto farlo fuori senza volerlo. Ma non ci fu il tempo di tirare un sospiro di sollievo, che un’altra scossa, più debole e breve, si abbatté sulla casa. Non era una novità, era successo altre volte; ma da qualche settimana questi accadimenti si erano intensificati e c’era chi giurava che qualche divinità ce l’avesse con la città. Ammesso che fosse così, restava il problema di capire perché… ma anche a questo Marco avrebbe pensato dopo: era ora di andare a concludere l’affare giù al porto, e avrebbe venduto quel carico di suppellettili da Roma, cascasse anche il cielo! Al porto trovò subito il mercante Fidia, con le sue vesti (rosse) esageratamente sontuose e quell’aria un po’ altera dell’uomo d’affari che non ha tempo da perdere; in realtà, a conoscerlo bene, era anche una brava persona, per quanto possa esserlo un mercante, e per giunta greco; ma quell’espressione che pareva significare “sbrigati, ché ti sto facendo una gran concessione” gli dava non poco fastidio, alle volte. Tutto andò come sperato fino alla terza scossa: anche presso il mare, si avvertì nitidamente, cosa che indusse il cliente ad affrettare parecchio le contrattazioni, biascicando qualcosa su un suo callo che, quando si preparava una giornata-no, gli doleva sempre; e così, il prezzo di vendita fu leggermente inferiore alle aspettative di Marco. Non si poteva aver salva la vita e concludere l’affare migliore di sempre nello stesso giorno, andiamo… Lo capì e, con stoica rassegnazione, se ne tornò a casa per il pranzo.

Il culmine delle stranezze, però doveva ancora giungere: al podere, infatti, trovò gli animali piuttosto nervosi, addirittura i suo cavallo preferito era intrattabile. Alle sue domande il fattore rispose: «Credo sia perché la terra stamattina ha tremato… ma non capisco perché abbiano ancora paura, visto che dall’ora di pranzo non è successo più niente».

Un contadino del posto, che lavorava al podere, si avvicinò al superiore e al padrone: «Mi scuserete, spero, se azzardo una spiegazione…».

«Parla pure», rispose distrattamente Marco, tutto preso a osservare il cavallo che drizzava le orecchie e batteva nervosamente uno zoccolo a terra, strattonando le briglie con cui due servi cercavano di tenerlo a bada. Il contadino azzardò: «Per me c’entra la montagna. Guardate: gli uccelli non la sorvolano. Sentono che qualcosa non va…».

Marco non sapeva che cosa rispondere, se mettersi a ridere o prendere sul serio quel popolano superstizioso. Fece qualche commento un po’ evasivo, dandogli ragione senza ammetterlo fino in fondo, poi proseguì il giro della tenuta. Ma allora, mentre si dirigeva ai campi, la sua attenzione e quella di tutti fu attratta in un unico punto.

Un rombo cupo di tuono rotolò, giù dalle pendici del monte. Dalla sua cima, come spuntata dal nulla, si levava altissima una colonna di nero fumo, denso e rapido, come di mille incendi. Nessuno riusciva a render ragione del prodigio, né sapeva interpretarlo: la nera nube pareva avere un cuore palpitante che traspariva tra le volute di fumo, un cuore di fuoco. Rosso, brillante. “Quasi come l’affresco in camera”, venne da pensare a Marco… Ma nessuno riusciva a render ragione del prodigio, né sapeva interpretarlo, e mentre gli animali davano di matto, a nessuno degli uomini venne in mente di scappare: nessuno aveva mai visto niente del genere. E come il lattante osserva la fiamma con tanto d’occhi e, ignaro del pericolo, vorrebbe toccarla, così tutti, privi d’alcun sospetto, fissavano tra il perplesso e l’affascinato, l’improvvisa, rossa fiammata del Monte Vesuvio.

 

Percepiva la loro presenza su ogni parte del corpo.

«Andatevene…» implorò. Ne sentiva la consistenza viscida che le respirava addosso.

Erano ovunque.

«Andate via!» cominciò a gridare.

Rimasero immobili.

«…via!» ripeté, con un filo di voce.

Doveva tornare indietro, pensò. Indietro, fino a perdere la coscienza.

Si portò una mano tremante al volto.

Subito cominciarono a muoversi attorno a lei, accompagnando il suo movimento.

Le sfioravano le dita, mentre lei cercava di assottigliarsi alla parete per non entrarci in contatto.

Le sembrava di impazzire.

«Andate via da me!» sussurrò roca.

Si guardò attorno.

Erano occhi. Una foresta di occhi enormi pulsanti che l’avevano portata a diventare un corpo dimenticato.

Ringhiavano, quei grandi occhi neri, mentre la accarezzavano.

Sorridevano con dolcezza, mentre la divoravano.

«Andate via…» disse respirando affannosamente. Le mancava l’aria.

Cercò di mettere a fuoco la mano ma la vista era appannata. Gli occhi neri l’avevano portata in un posto nero, dentro un nero sole, dove pure la sua pelle era diventata nera. E il caldo era nero così come gli anni passati assieme a loro.

Perdere la coscienza, si ripeté. Arrivare così indietro da giungere alla gestazione embrionale, al sicuro.

Portò le mani alla pancia. Occhi grandi la osservavano.

«Mamma… – urlò in preda al delirio – Mamma, mamma non andartene!».

Poi sentì uno strappo fortissimo, il cordone si staccò e tutto cominciò a tingersi di rosso.

Rosso  come l’oftalmofobia.

Il toro che si fionda contro il drappo del matador.

Il sangue del toro, mortalmente ferito, che scorre sul suolo nell’arena.

Il pubblico, in delirio, lancia rose verso il suo nuovo eroe,

che le raccoglie, le annusa e pensa alla moglie.

Perché quelli sono i suoi fiori preferiti

e perché di lei conserva ancora, sotto il colletto

il segno del bacio col rossetto che gli ha lasciato questa mattina

prima che superasse

i mille semafori che lo separavano dalla gloria;

ma dopo che si erano svegliati

sotto la calda luce del sole.

 

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