di Gianluca Berno

Tempesta

Questa poesia è composta da quattro strofe, ciascuna di otto decasillabi, secondo lo  schema di rime ABC-ABC-DD.

Quando il vento impetuoso si abbatte

sulla banchina grigia del porto

e il mare mugghia, scaraventando

sulla riva la sua furia, e sbatte

fragoroso tonando, un ritorto

resto rimane a riva. Rombando

la risacca lo insulta ed il mare,

libero, in sé fa per ritornare.

Ma è solo un momento, e come prima

prendono la rincorsa i marosi:

s’infrangono senza tregua ancora

ed ancora; e lampi viola in cima

al faro abbagliano, rivoltosi

contro cielo e terra nella bora,

chi incauto fuori s’avventurasse

sprezzando d’acqua verde le masse.

I gabbiani stridono angoscianti,

nell’atmosfera plumbea volando

senza seguir, pare, alcuna rotta.

Un tocco di pennello, tra tanti

orrori, barca dispersa: quando

mai tornerà alla riva? Ridotta

a frammenti minuscoli nel blu

sprofonda, non approderà mai più…

Poi si distende il vento, più lieve,

lassù stridono meno i gabbiani,

l’onda s’abbassa, rivela viva

la barca, più non la scuote. Breve

è l’attesa, poi il sipario a brani

delle nubi si spalanca, a riva

annunciando ch’è tornato il sole:

schiarisce come il buon fine vuole.

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