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spettro-di-cesare

Giulio Cesare Beccaria

Delle Idi e delle pene

Giunio Bruto, il cesaricida, era disteso nella sua branda, nella tenda dell’accampamento provvisorio che aveva fatto costruire alle sue truppe. La battaglia decisiva si avvicinava, lo sentiva: le truppe romane, in mano agli eredi del tiranno, marciavano contro coloro che avevano liberato l’Urbe. Ingrati! Ma non solo questo gli rendeva difficile dormire, in quella notte agitata: sentiva aleggiare sopra di sé la sinistra immagine della sconfitta; apparentemente sicuro di sé quand’era in pubblico, nella solitudine della propria tenda tutta la sua spavalderia di facciata veniva meno, lasciandolo esposto agli assalti di un nemico senza corpo… e proprio per questo sopra tutti temibile.

Volse lo sguardo da un lato e ne ebbe un’orrenda visione, un guerriero seduto al suo fianco, acefalo; forse uno spettro…? Poi un raggio di luna trapassò la nera coltre delle nubi notturne e illuminò la sua corazza, poggiata sullo sgabello accanto alla branda, attraverso un piccolo foro nel tessuto pesante della tenda. Che sciocco era stato, come un lattante che ha paura del buio…! Distolse lo sguardo dalla corazza, passando in rassegna l’ambiente intorno a sé: le armi poco lontane proiettavano strane ombre su quella parete del suo precario alloggio; poche altre cose c’erano, degne di nota; l’ombra della guardia fuori dall’ingresso…

Gli parve di udire strani rumori, ed uno più strano di tutti quasi lo atterrì. Poi una luce, più pallida di quella della luna, che sembrava venisse dal mondo di là… Bruto non riusciva neppure a distogliere lo sguardo da quell’apparizione, come se una forza sovrumana l’obbligasse; si sentì come catene intorno al corpo, come i prigionieri della caverna di Platone. Davanti ai suoi occhi, ormai non più vergognosi d’ammettere il terrore, prendeva forma una sagoma odiata e temuta, che per nessuna ragione avrebbe avuto motivo di trovarsi lì: era Cesare. Non era neppure il caso di lasciarsi andare a stupide battute teatrali, era lui e basta: non poteva sbagliarsi, tanto indelebilmente ce l’aveva impresso nella tavoletta di cera della memoria – ancora Platone; erano forse due i fantasmi che lo perseguitavano quella notte?

«Bruto!» disse d’un tratto lo spirito.

L’interpellato tutto tremante, nella confusione e nello smarrimento che regnavano nella sua testa, non seppe dir altro che un insulso: «Sì…?».

«Tu sai chi io sia, non proferir menzogne. Ti ergesti a giudice ed emettesti la tua sentenza di morte nei miei confronti, nonostante il bene che pure ti avevo fatto…».

Bruto si riscosse a quelle parole, che non riusciva a tollerare; e l’indignazione fu più forte della paura per l’apparizione sovrannaturale: «Ehi, un momento! – disse – Io l’ho fatto per onestà, senza favoritismi: tu stavi per farti re, o non è così? E allora lo Stato andava protetto, senza guardare in faccia a nessuno; neppure a te, padre». Disse quell’ultima parola con disprezzo, quasi con scherno, ricordando che Cesare l’aveva chiamato “figlio” nel momento supremo.

Cesare parve accusare il colpo, pur da morto; scostò un poco la toga di porpora, rivelando una serie di macchie e strappi sulla tunica, segni d’altrettante ferite: «Riconosci la tua, o boia autoproclamato?», gli urlò con una tremenda voce dall’oltretomba. Sembrò anche farsi più grande, ed oscuro, poi s’acquietò nuovamente, riprese il suo tono grave e il contegno di sempre. Bruto tremò di nuovo.

«Le mie colpe, io le riconosco; tardivamente, ma le riconosco – proseguì l’ombra. – Tu, invece, stenti a riconoscere le tue, e per questo sono ridisceso in terra: per quanto male io possa aver commesso, c’è una grande verità che ho appreso dopo la morte: nessun uomo dev’esser giudice di un altro uomo fino a decidere se quello possa vivere o meno. Lo apprendo a mie spese, bada: io ho fatto il giudice per sin troppe persone e sono stato giudicato. Da te. Tu pure subirai la condanna, perché la catena delle vendette non finisce mai: dal primo uomo che decise di potersi permettere una sentenza simile contro qualcun altro, pari a lui, il sangue ha bagnato la terra per secoli e secoli; sempre ingiustamente. Non puoi sottrarti neppure tu, da che hai deciso di arrogarti l’orrendo diritto. Un giorno, gli Uomini si renderanno conto dell’assurdità del loro agire: quando saranno rimasti in due su tutta la Terra, e uno commetterà un errore, e l’altro l’ucciderà; e, rimasto solo, griderà al cielo la propria disperazione, accusando i Numi d’averlo abbandonato. E il cielo risponderà, tra le lacrime: “Chi ha mosso la mano contro il suo simile, restando solo? Uomo, se fossi come te, un fulmine sarebbe rotolato giù da nera nube tonante, stroncando in un sol colpo il primo di voi che ha commesso l’orribile colpa. Ma peggior pena per questo è il vivere”. Così dirà. Quando tu mi rivedrai sul campo di battaglia, a Filippi, saprai che è vicina la fine della pena».

Detto questo, disparve come foschia mattutina, quando il sole l’asciuga.

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