E rieccoci qui, leggermente in ritardo, con il secondo colore della nostra nuova serie di Trittici: oggi è di scena il giallo, un colore collegato alla gioia, all’oro, alla luce; ma è molto, troppo facile, che unito agli altri si sporchi, rovinando il quadro. Dei tre punti di vista, uno è un po’ più lungo, ma merita… che altro dirvi? Buona lettura.

Gianluca Berno Stefania Ferrazzi Filippo Mairani
AVVERTENZA: quella che segue è una brevissima canzone di tre strofe con schema di rime AbBacC, dove le lettere maiuscole identificano gli endecasillabi e le minuscole i settenari.

 

Girasoli biondeggiano nel campo

estivo, dove il sole

rifulge, seguendo tra le nuvole

il suo corso. Mi stampo

nella mente la scena,

chiedendomi cosa la faccia piena

 

di gioia; piena mi sembra, davvero,

del fulgore del giallo

che l’anima tutta. Quello ch’il gallo

canta al mattino, fiero

della sua voce, quello

i girasoli seguono – ed è bello.

 

Guardo anche i campi di spighe dorate,

tutt’intorno: nessuno

di loro eguaglia questo. C’è qualcuno

che rincorre a falcate

rapide una farfalla:

è Gioventù che tra le risa balla.

La storia di un buco nero che non voleva essere nero e non voleva essere un buco, che decide di mettersi un lenzuolo giallo fosforescente addosso, facendosi poi banalmente chiamare “Sole”.

Come il Re di Francia.

Che poi è morto.

Tagliato col machete l’ultimo cespuglio che lo separava da quello che era stato l’unico oggetto del suo desiderio per quasi quattro anni, l’esploratore si fermò un attimo per riposarsi in quel piccolo spiazzo erboso, che era riuscito a raggiungere nel bel mezzo della giungla.

Davanti a lui si apriva, ricoperto di piante rampicanti d’ogni tipo ed a malapena riconoscibile, un tempio antico quanto l’Umanità stessa. Eppure non era il valore storico ad interessare principalmente l’esploratore. Secondo quelli che molti dei suoi colleghi reputavano semplicemente fantastici cocci di folklore locale, quel tempio era la sede di uno dei più grandi tesori di tutti i tempi, l’antica cassaforte di una civiltà che, prima di scomparire, era riuscita a visitare ogni parte del globo terracqueo e nutriva una infinita passione per l’oro.

Dopo aver sradicato centinaia e centinaia di liane dalle antiche mura, l’esploratore riuscì finalmente ad essere il primo uomo a violare quello spazio dove, per secoli, solo il sacro oro degli antichi era stato il benvenuto.

E ciò che vi trovò dentro non lo deluse affatto.

Come narravano le leggende, quel tempio, in realtà un’unica gigantesca stanza, era pieno fino all’orlo di oggetti interamente d’oro: antiche teiere cinesi decorate col biondo metalli; monili sudamericani, rappresentanti le loro onorifiche divinità dalle mille forme che risplendevano al minimo bagliore del sole; monete con sopra l’effigie dell’imperatore Adriano e molto, molto altro ancora.

In mezzo a tutta quella ricchezza, un oggetto in particolare colpì però l’attenzione dell’esploratore: una statua a grandezza naturale, anch’essa interamente d’oro, rappresentante quello che sembrava essere un conquistador spagnolo dotato di tutto l’equipaggiamento, dall’armatura fino al tipico elmo con la cresta. Quello che più lo colpì, però, fu l’espressione di assoluto terrore che deformava i lineamenti del soldato, come se quella statua fosse stata in realtà la salma di un uomo ucciso in battaglia.

Nonostante questi macabri pensieri, il profanatore decise di continuare per la sua strada, desideroso di fare almeno un veloce inventario mentale del materiale, prima di asportare parte del tesoro.

Più si allontanava dall’entrata, però, più la realtà intorno a lui si faceva meno rassicurante: non solo il sole man mano veniva a mancare, facendo sì che le ombre, sempre più lunghe, potessero contorcersi in forme via via più dissacranti e misteriose, ma le statue strane continuavano ad aumentare e a differenziasi.

Se non fosse stato certo dell’assurdità di tale ipotesi, l’esploratore avrebbe detto che l’abbigliamento di alcune statue gli ricordava quello di colleghi provenienti dagli ultimi quattro secoli. Solo una cosa non cambiava mai: l’espressione di intenso dolore ed estremo terrore scolpita sui loro volti.

Giunto ormai al centro dell’edificio, i nervi già provati dell’esploratore furono scossi da un altro avvenimento: il pavimento sotto di lui incominciò a muoversi.

Temendo un cedimento strutturale, l’esploratore si precipitò verso l’uscita ma, dopo pochi passi, si rese conto che, almeno dove si trovava in quel momento, il pavimento era stabile.

Voltata la testa verso il luogo da dove era così precipitosamente fuggito, notò che ora vi risplendeva una strana colonna di luce.

Che fare? Continuare verso l’uscita e non parlare mai con nessuno delle meraviglie, e degli orrori, che aveva visto qui dentro, o tornare indietro per analizzare quel raggio dorato?

Alla fine curiosità ed avidità vinsero, portando quell’omino a scoprire che il raggio giallo proveniva da una botola circolare che si era aperta esattamente dove, pochi attimi fa, si trovavano i suoi piedi, e dava verso quella che appariva come una gigantesca, enorme fornace piena d’oro fuso.

Alla vista di quel mare giallo, il cuore dell’esploratore ebbe un sussulto. Milioni e milioni di litri bollenti scorrevano sotto di lui, pronti eventualmente ad essere trasformati in liquidità. Se non fosse stato letale, probabilmente vi si sarebbe gettato dentro per farci una nuotata.

Purtroppo per lui, però, qualcuno doveva aver ascoltato la sua involontaria preghiera, perché improvvisamente l’esploratore si trovò a mezz’aria, pronto a schiantarsi in quel mare d’oro che fin dall’inizio aveva voluto raggiungere.

Mentre precipitava, all’omuncolo sembrò di scorgere una mano. Che qualcuno l’avesse spinto?

Ormai non aveva più importanza.

Come non aveva più importanza che avesse capito come e perché fossero state fatte tutte quelle statue di esploratori all’ingresso.

Finì i suoi giorni con un urlo, mentre un mare di giallo lo sommergeva e tutto, intorno a lui, diventava nero.

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