di Gianluca Berno

Castello Sforzesco

Terzo capitolo delle poesie su Milano, è composta da terzine dantesche (strofe di tre endecasillabi a rima incatenata, ABA-BCB-CDC…) e chiusa, come faceva il Sommo Poeta, con una quartina. Buona lettura.

Intorno al grande edificio quadrato,

che un tale circondò con il suo Foro

neoclassico, pure ancora un fossato

argina del tempo il lento lavoro,

come a voler proteggere i mattoni

da quell’incessante e molesto coro

della modernità, che già i bastioni

passando come esercito distrusse,

e seppellì i navigli senza buoni

motivi, da ché il mal traffico addusse

delle automobili rombanti, neri

facendo il Duomo e le case. Concusse

Giunte, non avrete anche i merli fieri

di quel Castello che Visconti e Sforza

ricorda ancor, e che Beltrami e i veri

amici di quest’urbe con gran forza

di volontà rifecero splendente!

Giammai non sia, come chi il lume smorza,

che voi spegniate quella fiamma ardente

della bellezza che qua giù permane

e mitiga non poco l’indecente

oltraggio che Milan subisce; e vane

mai non saranno cotali faville:

dopo ch’i barbari e le acute scane

de’ bombardieri l’han ferita e mille

altri accidenti ancora l’han colpita,

essa comunque si rialza, con stille

del suo sudore torna presto in vita.

Dall’asfalto fioriranno gl’alberi,

e la città scuoterà il giogo, e senza

più lamentarsi, dalle sue ceneri

risorgerà con gran magnificenza.

Perché, tra tutti dell’arte i generi,

v’è, in cui più grandi siam, la Resistenza.

Annunci