di Filippo Mairani

leonardo on the boat

NOTA: so che i pinguini vivono solo nell’Emisfero Australe, ma prendetela come una licenza poetica – F.M.

L’iceberg scorreva silenzioso sull’immensa superficie dell’Oceano Atlantico. Il suo gigantesco candore quasi non si notava in quella silenziosa notte senza luna.

Sopra di esso, decine e decine tra pinguini e foche si godevano la loro inaspettata crociera tra chiacchierate, scorpacciate di pesci e nuotate notturne noncuranti; anzi, erano quasi eccitati all’idea di stare andando senza alcun controllo alla deriva su di un blocco di ghiaccio da oltre 100.000 tonnellate.

La maggior parte degli abitanti dell’isola ghiacciata si trovava in basso, vicino all’acqua, dove era più facile abbandonarsi alla pesca e ai bagni, ma un giovane pinguino, amante della solitudine, aveva deciso di avventurarsi fino alla cima della montagna ghiacciata.

Sdraiato con la faccia rivolta verso il cielo, il pinguino osservava con attenzione le stelle.

All’improvviso arrivò sulla cima un suo simile.

«Finalmente ti ho trovato Leonardo!».

Come se non fosse mai stato chiamato, l’osservatore stellare  non si mosse di un millimetro. L’altro pinguino decise di avvicinarsi.

«Che stai facendo quassù?» chiese, sporgendo la testa in modo da ostruirgli la visuale.

«Osservo le stelle e cerco di ricordarmi le costellazioni. Penso tu abbia appena coperto  quella del cigno».

«Ma che cigno d’Egitto. Che ne dici piuttosto di scendere a conoscere qualche pinguina? Ti stai perdendo tutto il divertimento».

«Divertimento? Quale tipo di divertimento terreno potrà mai battere il piacere di guardare uno degli spettacoli più celestiali di tutto il creato… Inoltre richiede decisamente meno impegno di qualunque pinguina, che secondo me è un punto a favore». Rispose Leonardo, ancora senza muovere nulla del proprio corpo se non il becco.

«Sono abbastanza sicuro che nessuno ti porterà via il cielo, sai? Invece non sono sicuro di quanto ancora potremo goderci questa specie di crociera. È quasi un mese che navighiamo ormai».

«Vero amico mio, ci stavo giusto pensando poco prima di salire quassù. È incredibile come, da quella notte in cui questo blocco di ghiaccio si è staccato dal circolo polare artico con noi sopra, nessuno si sia mai veramente fermato a pensare al futuro che ci attende. La prima cosa che abbiamo fatto è stato pensare a divertirci ed ora eccoci qui, eterni naufraghi dello spasso, prigionieri della nostra stessa…».

«Nave».

«Nave? Beh, sì tecnicamente è un buon paragone, ma io avrei usato il termine “accidia”… Proprio non hai il senso della poesia».

«No, no, no! – Disse l’altro pinguino, puntando con la pinna l’oceano davanti a loro – Intendevo dire che c’è una nave davanti a noi, e le stiamo andando incontro!» Leonardo si alzò in piedi con un salto, e subito scrutò l’oscurità davanti a lui. Per un attimo sperò che l’amico si fosse sbagliato, o gli avesse fatto semplicemente un brutto scherzo ma, purtroppo,  apparve: iniziò come un piccolo bagliore simile ad una stella, ma ben presto si allargò, fino a diventare un’immensa costellazione di finestre di quello che doveva essere un mastodontico transatlantico.

I due pinguini si misero sulle loro pance e scivolarono verso la base dell’Iceberg più velocemente che poterono, urlando a chiunque gli capitasse nelle vicinanze: «Ci stiamo schiantando contro una nave, passaparola, Ci stiamo schiantando contro una nave!».

Improvvisamente tutto l’iceberg rimbombò di urla di terrore. La festa era stata improvvisamente pugnalata e, dalle sue ferite stavano nascendo solo caos e terrore.

Alcuni urlavano di gettarsi in acqua, alcuni correvano a destra e a sinistra mentre altri cercavano di ricongiungersi coi loro cari.

Non si capì esattamente da chi partì l’idea ma, ad un certo punto, qualcuno urlò: «Tutti a sinistra!» nella speranza che, concentrando tutto il peso in un sol punto, sarebbero riusciti a deviare la montagna di ghiaccio dalla rotta della nave.

Il piano sembrò funzionare. Se prima l’iceberg appariva pronto a schiantarsi frontalmente col vascello, forse ora gli sarebbe semplicemente passato di fianco senza problemi.

Ma il destino aveva altro in mente.

Il silenzio della notte fu improvvisamente squarciato da un orribile, prolungato scricchiolio proveniente dal fondo del mare, come su uno di quei mostri che popolano le storie dei marinai si fosse improvvisamente svegliato, e di pessimo umore.

Se gli animali erano riusciti ad impedire che la parte superficiale della montagna ghiacciata colpisse la nave, la parte sommersa l’aveva invece centrata in pieno, ed una sporgenza laterale dell’Iceberg era ormai andata in frantumi.

I naviganti iniziarono a chiedersi cosa sarebbe successo. Forse la montagna sarebbe collassata su sé stessa, forse si sarebbe spaccata a metà, o forse sarebbe semplicemente scomparsa tra i flutti.

In silenzio, aspettarono.

Passò mezz’ora, poi un’ora, poi un’ora e mezza.

Nulla.

Finalmente, qualcuno incominciò a parlare per consolare il proprio vicino, poi i discorsi si fecero sempre più calorosi, poi gioviali, finché, dopo quasi tre ore dalla collisione, la situazione era ritornata alla sua solita goliardia, e l’incidente era diventato l’ennesimo aneddoto da raccontarsi davanti ad un abbondante pasto d’aringhe.

«Complimenti Galileo! – disse Leonardo all’amico, dandogli un caloroso abbraccio – Se non fosse stato per te, forse non avremmo mai visto quella nave».

Galileo Arrossì. Non era abituato ai complimenti, ma per questa volta avrebbe lasciato che tutti, a bordo, gliene facessero. Se li era proprio meritati.

L’unico che dopo l’iniziale calore sembrò spegnersi subito fu proprio quello che per primo glieli aveva fatti. Leonardo, infatti, fece subito capire che aveva ben altri posti in cui stare.

«Dove stai andando?» Gli chiese Galileo.

«Naturalmente sto tornando a guardare le stelle. Abbiamo appena sventato un tragedia, e ho tutta l’intenzione di memorizzare il cielo sotto il quale, in questo 14 Aprile 1912, si è compiuto il miracolo».

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