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rogo

Alessandro Goldoni

Storia della locandiera infame

Si racconta, riguardo una locanda che sorge tutt’ora in Venezia, al fondo d’una calle appartata, che molti anni orsono fosse gestita da una certa signora Mirandolina. Costei aveva fama d’essere, non diremo una pettegola, ma l’incarnazione stessa della maldicenza. Quando d’improvviso assurse all’onore delle cronache per i fatti che ci accingiamo a ricostruire, alcuni scrittori dell’epoca riportarono immediatamente le peggiori sue malefatte a titolo d’esempio, perché fosse chiaro a tutti che quel che le fecero, in fondo, se l’era cercato. Noi oggi, non possiamo che guardar a quei fatti come ad aberrazioni, le peggiori che si possano escogitare a questo mondo; e proprio acciò che mai più riaccadano, intendiamo qui riportarli alla luce, come un saggio di ciò cui possono arrivare gli uomini, quando la paura di quello che non conoscono li spinge sino ad ignorare la voce della ragione.

Nel 1630, la peste infuriava nell’Italia Settentrionale: scoppiò nello Stato di Milano, allora sotto il dominio Spagnolo, e dilagò facilmente oltre l’inefficace barriera dell’Adda, colpendo ferocemente anche la repubblica di San Marco. Come a Milano, anche a Venezia la paura d’un morbo ignoto, d’un nemico inafferrabile ed invincibile generò presto la terribile idea del malefizio: la nostra locandiera, già invisa ai più, fu la prima vittima della cieca furia di quanti, non sapendo darsi ragione del contagio, l’avevano attribuito a uomini malvagi, detti untori, che si credeva spalmassero unguenti velenosi ovunque, per spargere il morbo tra la popolazione.

In che cosa consistessero le colpe di questa Mirandolina è presto detto: innumerevoli, stando alle cronache, furono gli adulteri smascherati, i segreti rivelati, gli inganni portati alla luce dalla locandiera. Costei pareva incapace di lasciarsi entrare una confidenza nelle orecchie senza farla subito riuscir dalla bocca, inoltre aveva una spiccata propensione ad origliare e, pare, uno spirito d’osservazione tale, che nulla le sfuggiva. Il risultato di queste caratteristiche congiunte, il lettore potrà facilmente immaginarselo; né ci pare difficile figurarsi per quale motivo ella fosse ormai per tutti «la locandiera infame».

Accusata presso le autorità di preparare quegli unguenti di code di rospo, ragni tritati e via discorrendo, la sua casa venne perquisita: vi trovarono quei prodotti che allora si usavano per lavare coperte e lenzuola, e la follia collettiva finì per dimostrare che fossero la base del filtro mortale. La locandiera venne arrestata e torturata; interrogata e ancor sottoposta a orrendi supplizi, che per pietà vi risparmiamo. Tra gli insulti e i lanci d’oggetti della folla, tenuta a bada a stento dalle guardie civiche, fu trascinata in catene davanti ai giudici: questi le fecero intendere che avrebbe ancora potuto sperare in un trattamento men duro, se avesse confessato. Dopo tutto quell’orrore, ella non riuscì a resistere: pur di evitare peggiori sorti, confessò le colpe che non aveva commesso, ma che ormai le avevano appiccicato addosso e volevano ad ogni costo sentirle ammettere. Fu condannata al supplizio definitivo, ossia al rogo, dopo ulteriori torture.

La folla aveva avuto i colpevoli che voleva, non quelli che erano i veri: oggi sappiamo che la peste è una malattia e si trasmette senza colpa d’uomini. Quella fu in ogni caso l’ultima epidemia del morbo, oggi scomparso dall’Europa intera; ma dobbiamo ricordare che, quando dovesse sorgere un’altra malattia terribile come quella, capace d’uccidere e senza cure, mai più si dovrà credere che qualcuno l’abbia sparsa, e mai più si dovrà cercare quel qualcuno con la volontà di trovarlo, colpevole o meno, e darlo in pasto alla massa inferocita. Ma questo valga per ogni contingenza grave: mai più si cerchi qualcuno cui addossare le colpe dei mali che capitano; mai più se ne voglia trovare anche senza prove, come troppe volte s’è fatto e si continua a fare, anche tra coloro che si definiscono uomini civili.

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