di Gianluca Berno

Duomo di Milano

Il nuovo capitolo della nostra “Sinfonia Urbana”, il ciclo di poesie dedicato a Milano, si sposta ora, dopo il Castello Sforzesco, all’altro capo di via Dante, cioè al Duomo, il primo e più bel simbolo della nostra città. La poesia è in ottave (cfr. Satire/2, La Coda).

Le guglie e gli scultor, marmi e begli ori,

gli artisti, le alte vetrate ïo canto,

che furo al tempo che grandi lavori

in mezzo al centro durarono tanto,

per compiacer della città i signori

e specie il Visconti, che si die’ vanto

di migliorare la città, e non vano

fu il suo regalo alla grande Milano.

Sotto di lui la fabbrica s’apriva

nell’anno milletrecento-ottantasei,

intorno al vecchio Duomo, quasi a riva

del naviglio da cu’ arrivavano i bei

marmi che il tagliapietre rifiniva.

E quante forme descrivere potrei

ch’assunse la pietra con lo scalpello

plasmata con un puro amor del bello;

ma poi fin troppo durerebbe l’ode

e forse voi cadreste addormentati,

perché non bastano, pure di lode

degne, le parole. Sono passati

secoli di fatica più che prode,

ed i pilastri si sono innalzati

dritti verso il cielo, poi le vetrate

e gli ornamenti, e gl’archi e le capriate.

Poi furo guerre, e carestie, e le pesti,

poi le invasioni e prìncipi stranieri;

pur continuava, nei gravi contesti

sopra accennati, il lavoro ai cantieri.

Napoleone volle che più lesti

si procedesse, chiamando ingegneri,

per completare almeno la facciata

per l’incoronazione programmata.

Nel milleottocento-settantacinque

venne infine posata, tutta d’oro

la Madonnina, a suggellare dunque

la fine d’un secolare lavoro.

E infondo è questa l’anima, comunque

che la città cantò con questo coro:

ch’anche la fatica santifica l’uom,

seppur long come la fabrica del Dom.

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