Eccoci, ancora in ritardo: purtroppo non è mai facile conciliare gli impegni con gli imprevisti e l’ispirazione… Ma eccoci qui, comunque. Ed oggi ci cimentiamo sul verde, il colore della speranza, della natura, dei dollari. Due poesie ed un racconto vi mostearenno quel che tale colore ci ha ispirato.

Gianluca Berno Stefania Ferrazzi Filippo Mairani
Al verde, vaga per la via

[affollata,

cercando di non pensare al

[proprio stato,

e neppure allo Stato, quello

[là fuori,

che pare non ascoltare

il suo grido di dolore

e quello del portafoglio,

e quello del logoro cappotto

[verde,

tarmato, liso.

Prosegue per la via, gettando

distratte occhiate a insegne

[e manifesti:

“Frutta e Verdura da Gino”;

“Vendesi appartamento di

[tre locali

più servizi, ristrutturato,

in condominio immerso nel

[verde.

Prezzo interessante!”;

i cartelloni fuori dalla Scala,

“La Traviata – Giuseppe

[Verdi”.

“Verdini è in maggioranza?”

si chiede scandalizzato

l’editoriale d’un giornale

visto di sfuggita all’edicola;

un giovanotto trasandato al

[semaforo

reca in mano un pezzo di

[cartone

che con grafia incerta

[implora:

«Sono al verde, aiutatemi».

“Pure tu?”, pensa l’uomo

stringendosi nel cappotto

[verde,

tarmato, liso.

Ma il semaforo è già scattato

e il verde effimero impedisce

qualunque ulteriore

[riflessione.

Ne vengo avvolta.

Ci faccio l’amore.

Mi ci perdo,

mi ci abbandono.

Ci entro dentro,

mi lascio decifrare.

Ne assaporo la leggerezza.

Suono per lui.

Lo creo sulle tele più grandi,

sul bordo dei tovaglioli di un

[fast-food.

Cerco di sedurlo,

lo analizzo,

lo sfuggo,

lo inseguo,

cerco di emularlo,

ne sento la presenza quando

[suono Chopin,

quando studio

quando sto per

[addormentarmi e mi

[chiedono: «A cosa pensi

[prima di sognare?».

Sempre lì, pieno di scaglie di

[luce dorata

ed io,

colpevole di questa mia

[dipendenza

che nella notte mi rassicura,

e che di giorno mi scalda il

[cuore e i polmoni.

È Il verde.

Nei suoi occhi.

Quel verde che racchiude una

[scienza esatta,

calcoli univoci,

lo scoppio tra due comete,

una vita insieme,

un caffè e un altro caffè per

[temporeggiare,

le guerre di Alessandro Magno

e i calcoli quantistici

di probabilità e percentuali

dei «se…» e dei «ma…».

 

Quel verde che ha il profumo

[di casa e che quando sorride

dentro di me è Londra,

Parigi, Oslo. Venezia. E poi?

E poi è suonare il vìolino nelle

[cittadelle Provenzali

davanti a centinaia di

[persone.

Che io mi sento a disagio, al

[centro dell’attenzione, ma

con lui

è un’altra storia… Una storia

[d’amore

e di amicizia,

e di migliore amicizia

[sussurrata,

e di centinaia di altre

[definizioni che

sarebbero illegali

per la loro capacità di limitare

tutto questo cosmo

verde,

d’un verde così mio,

così introvabile

e rumoroso

che è il verde dell’impero di

[smeraldi,

che porta lui in volto.

Su di una collina non troppo lontano dalla città, crescevano un tempo rigogliose querce, noci, betulle e addirittura qualche ciliegio. Tutti questi maestosi alberi erano la residenza di tanti piccoli insetti e roditori, soprattutto scoiattoli, che amavano avventurarsi sopra la tenera erbetta che ricopriva tutta la collina alla ricerca di bacche e noci precipitate dai rami, quando gli alberi non davano loro sufficiente sostentamento.

O semplicemente quando si sentivano particolarmente golosi.

Era un luogo splendido, un piccolo angolo di natura rimasto incontaminato.

Almeno finché una fabbrica alla periferia della città non cambiò gestione.

Alcuni incolparono il comune, altri direttamente la fabbrica, ci fu anche chi andò più nello specifico, incolpando chi il vecchio, chi il nuovo proprietario della fabbrica.

Un solo, curioso tipo che abitava in uno scantinato diede la colpa agli alieni.

Comunque fosse, la collina cambiò inevitabilmente d’aspetto. Terra battuta ed alberi morti erano ormai gli unici ad occuparla.

Di vita animale, nemmeno l’ombra.

Col passare del tempo, le persone si dimenticarono di quanto era stato bello quel posto, e coloro a cui avevano tanto profusamente dato tutte le colpe.

La città si ingrandì, la fabbrica cambiò ancora padrone due o tre volte, e tutti andarono avanti con la propria vita.

Anche la collina.

Perché un giorno, senza che nessuno, né animale né umano fosse presente per osservarlo, dalla grigia terra spuntò un piccolo germoglio.

Forse la collina aveva ancora qualcosa da dire.

Forse c’era ancora speranza.

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