di Gianluca Berno

Omero II sec. d. C.
Omero (copia romana, II sec. d.C., di originale greco, II sec. a.C., Parigi, Museo del Louvre).

Sembrerà incredibile, ma anche l’arte ha regole, sopratutto la poesia – per quanto ci affanniamo a negare che sia vero. Molti poeti, negli ultimi due secoli, hanno rifiutato queste regole per consapevole protesta; oggi nessun poeta, per quanto bravo, le conosce più, e questa è una sorta di mutilazione. Per questo ho deciso di imbrigliare l’Italiano in una gabbia di esametri: l’esametro è il verso principe delle letterature greca e latina (Iliade, Odissea, Eneide…) ed ha una struttura complicatissima; vi basti notare che ha un ritmo cantilenante e in base ad esso si può dividere in sei parti, donde il nome.

Vedo scrittori poetare con versi a casaccio, così
come scrivendo lor vengono, senza badare se mai
fosse più consono dare una forma ai pensieri ‒ ma che!

Leggo e le trovo senz’altro un lavoro laudabile, è vero,
queste poetiche cose, di tanta emozione molto
pregne; ma dopo, pensando mi viene alla fine da dire:
«Pure, non è forse vero che persa è la metrica? Dimmi,
Musa, se in fondo non è un dispiacere sapere ch’ormai
tutti poeti son, senza sapere poetare?». Sì,
so bene che di sentimento c’è quanto ne vuoi, ma poi
manca il sostegno adeguato, vien anzi scacciato proprio
come se fosse un demonio, un’orribile mostro, sì!
morte di vera Poesia, ch’uccide la spontaneità,
tutto imbalsamando con affettazione. Perché?
Quale ragione è mai giusta per mettere a morte quel dono,
quel che da Omero a Leopardi per secoli grande è fluito?
Dove la prova che sia tradizione un delitto? Chi
dirmi potrà con ragione che i tempi non siano ora più
fatti per fare poemi alla vecchia maniera? Oh no,
creder non posso che morta sia tutta, e per giusta ragione
Metrica, quella di tutte le muse che impegna di più:
forse è pigrizia, o mancanza di preparazione? M’allora,
tizio che scrivi dei versi, ripassa o t’astieni [1]; se no
devi mostrarmi che tu sapresti la forma e l’amore
rendere un’unica cosa: che, solo, non vuoi tu, perché
altri obiettivi persegui. Allora ti stringo la mano,
posso capirti, s’è libera scelta; ma agli altri dirò:
«Sappi, mio amico, che Dante contava le sillabe, poi
quando arrivava ad undici sillabe quello era sempre
giusto momento d’andare a capo. Ch’Omero così
come ora faccio pur io scriveva, contando i piedi
‒ strano, lontano sistema, che i Greci e i Latini non hanno
mai consegnato ad i popoli nostri moderni, ch’allora
n’hanno inventati di nuovi, con base l’accento, non più
lunghe oppur brevi vocali alternate». Così, detto questo,
piaccia voi versi sentire non più familiari; però
resti la metrica aere perennius [2] com’era allora.

Note

[1]: “astieniti”, imperativo tragico. Nelle tragedie, per esempio quelle di Alfieri, per dare un tono aulico, si solea anteporre la particella pronominale al verbo all’imperativo.

[2]: letteralmente, “più perenne del bronzo”, in riferimento al monumento poetico appena finito: v. Orazio, Odi III, xxx, 1 (lì con altro schema metrico).

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