di Gianluca Berno

Aerei da guerra

A volte, soprattutto quando sono in completa solitudine, mi sovviene l’insopportabile pensiero che, se avessi agito, nulla di terribile sarebbe accaduto. Mi rendo conto che è una cosa ridicola, che non dovrebbe nemmeno passarmi per la testa un rimpianto simile: che cosa mai avrei potuto fare, dopo tutto, nelle condizioni in cui ero in quel momento? Cionondimeno, il mio raziocinio si rifiuta di collaborare, così continuo a pensare che se avessi potuto…

Col senno di poi, rivivo chiaramente quegli istanti, attimo per attimo, tutto nella mia mente si ricollega; e già questa è una condanna. Per di più mi accuso ancora adesso di non aver fatto nulla, mentre una di quelle creature infernali lasciava cadere una delle sue uova nere sul paesello, mentre era in volo. Noi tutti abbiamo imparato a conoscere quegli esseri enormi, che sin da principio ci facevano un po’ paura, anche quando non avevano ancora preso quella strana abitudine di deporre uova mentre volano… Non sapevamo bene dove avessero il nido, né perché nessuno di loro rispondesse ai nostri richiami, quando ne incrociavamo uno di lontano. Mio zio, che è parecchio attempato, ricorda i primi uccelli di quella specie: racconta che erano bianchi e magrissimi; non erano grandi come quelli di oggi, ma riuscivano a reggere il peso di un uomo. Questa parte della storia aveva dell’incredibile: come potevano quei volatili così grandi essere così servili da lasciarsi cavalcare dagli uomini? Era un insulto all’intera categoria, peggio di quando i nostri avi scoprirono che alcuni loro fratelli venivano imprigionati in gabbie o mangiati da quell’orribile bipede spiumato!

Eppure, così era. Il primo che vidi era gigantesco, grigio; il suo piumaggio era qualcosa di mai visto, perfettamente liscio, una roba da far schiattare d’invidia le anatre, che si vantano sempre con spocchia dei loro impermeabili. Questo uccello, addirittura, aveva tutto il corpo lucido, tanto che rifletteva il sole; ma erano altri tempi. Da alcuni anni, vedo volarne solo di piccoli, grigi, verdi o marroni. Hanno strane macchie sulle ali, filano velocissimi; e a volte lasciano cadere quelle strane, grandi uova oblunghe, di solito nere… quando toccano terra si schiudono e… non so descrivere quel che accade: improvvisamente tutto, intorno al luogo in cui l’uovo si è schiuso, sembra prendere fuoco e incenerirsi ad una velocità incredibile, come capita a certi alberi colpiti da un fulmine.

Una sera, mi passò di fianco, vicinissimo, uno di questi esseri immondi. Si muoveva a stormo con altri, velocissimo, nel crepuscolo, puntando dritto su una piccola cittadina di provincia, non lontano dai campi in cui vivo con la mia famiglia. Capii subito che questa era in pericolo, ma non sapevo che fare; a ben guardare, anzi, non avrei potuto fare proprio nulla. Eppure, quell’immagine così viva, di quella grande cosa a pochi metri da me, a portata di becco… ma che cosa avrei potuto fare? Fossi stato un’aquila, magari… ma sono solo un passero, e quell’uccello scuro è troppo più grande di me, troppo più veloce. Forse, non si accorgerebbe nemmeno di un mio attacco. Perciò, se oggi Guernica è un cumulo di rovine, non ne ho colpa. Ma comunque mi ritrovo a pensare che forse, se avessi fatto qualcosa, qualunque cosa…

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