2 giugno

di Gianluca Berno

Versi sulla Festa della Repubblica che volge al termine (decidete voi a che cosa concordare la subordinata relativa…). Sono distici elegiaci, un metro antico che si compone di due versi, un esametro e un pentametro. Senza dilungarmi troppo sulla struttura, noterete il ritmo dei versi, essenziale al gusto di allora; aggiungo qui che, in ambito latino, l’elegia era diventata il genere dell’amore infelice…

Sotto ad un cielo piovoso ed incongruo nel proprio grigiore,

    pendono tre bei color, come dei panni a asciugar:

son la bandiera diletta, quel simbolo della nazione

   ch’oggi fa festa. Quel dì ricorda nel quale finì

d’essere schiava d’un re e d’un regime tiranno ch’in guerra

   ci ha trascinato, ahimè. Taccio del resto, perché

noto dovrebbe ormai essere a tutti… Però mi pare

   che la lezione d’un dì non abbia avuto un granché

nella rinascita d’una nazione. Se mai capitasse

   – dico per dire, lettor – ch’un uomo con l’ansia d’aver

tutto il potere a portata di mano, facendo promesse,

dando a chi vota, che so?, ottanta Euro e un bacion,

vivo sarebbe il ricordo nell’itale genti di quando

fummo sub duce in quei dì? Se una riforma l’orror

rigenerasse d’un tratto, sarebbero svegli sul serio?

Forse, Repubblica, tu male sei nata, però

meglio proteggere un bimbo un po’ brutto che serpi tenere

dentro la culla. Perciò quest’oggi io temo per te,

ché non son certo che tutti capiscano il danno che viene:

festa che ha fatto davver questo Governo del mal

alla Repubblica un po’ bistrattata, malferma e malata,

ma che non merita ciò; non questa eutanasia.

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