Ehilà, da quanto tempo! Purtroppo gli esami si fan sentire, danneggiando talvolta persino l’ispirazione. Ad ogni, modo, questa volta trattiamo il viola: nemesi degli attori di teatro, rarissimo in natura (ricordiamo solo l’ametista, pietra comunque elegantissima, e il cortinarius violaceus, un fungo dall’aspetto a dir poco spettacolare) il viola non sembra aver molta fortuna… Ma, nonostante non goda di buona fama neppure presso uno di noi, abbiamo messo da parte ogni pregiudizio e difficoltà, solo per voi.

Gianluca Berno Stefania Ferrazzi Filippo Mairani
«Non ho l’età / non ho l’età per amarti / non ho l’età…» gracchiava l’autoradio mentre il suo conducente cercava invano un paio di metri quadri d’asfalto liberi nella piazza sovraffollata d’auto, assembrate tutt’intorno alla statua annerita di Leonardo. Il signor Armando ricordava con un velo di tristezza negli occhi i bei tempi in cui, quand’era ancora uno sbarbatello, piazza della Scala era ancora un’ordinata geometria d’aiuole ben tenute, stretta tra il Comune, la Banca Commerciale, l’archivio di Stato e il superbo frontone neoclassico del teatro, colle tre arcate davanti all’ingresso. Suo padre gli raccontava che un tempo le carrozze sostavano lì sotto per far scendere dame e signori che entravano a vedere gli spettacoli, mentre il popolino si arrampicava su per scale secondarie, comprando i biglietti per il loggione. Poi era venuta la guerra e aveva distrutto mezza città, la modernità s’era impadronita dei buchi lasciati dalle bombe e le auto maledette avevano invaso il resto; compresa la piazza.

«Armando, Armando, di là! Guarda, ci stai giusto giusto! Gira a destra!» gli strillò nell’orecchio la moglie, indicando tutta concitata un rettangolo di strisce bianche per terra, miracolosamente sgombro.

«L’avevo visto, sta’ buona: se anche non ti metti a gridare, non è che mi dai un dispiacere, eh?». La signora Viola avrebbe voluto rispondere per le rime, ma le sovvenne che, se avessero cominciato una sana litigata, di quelle che si concedevano almeno una volta al giorno prima dei pasti, la cosa sarebbe andata troppo per le lunghe: ed ella aveva ben altre priorità, in quel momento. Ancora non si capacitava di come fosse riuscita a convincere Armando a portarla al cinema, non le pareva vero. L’ultima volta… quand’era stata l’ultima volta? Scorrendo l’indice del gran libro della memoria, vi trovò il giorno, il mese e l’anno, i perché e i percome: a braccetto, in un assolato 2 settembre 1936, attraversavano la piazza tra i piccioni e i tram, che si avvicendavano sotto le guglie del Duomo in quella sorta di capolinea assoluto. Quella volta era stata un’idea d’Armando, per festeggiare il fidanzamento appena ufficializzato: ridavano Cabiria [1], sonorizzato ‒ che poi significava semplicemente che la musica era registrata sulla pellicola e non servivano più coro e orchestra dal vivo… e a parte i sottotitoli difficilissimi di D’Annunzio, non era stato niente male.

Poi era arrivata la guerra, quella brutta, che ti entra in casa: Armando col fucile in spalla e il berretto in testa, l’uniforme impeccabile, incorniciato dal finestrino del treno, che la salutava alla Stazione Centrale… l’apprensione e i timori per le notizie sempre peggiori dal fronte… le bombe sulla città, dopo quello sciagurato armistizio coi Tedeschi dentro casa, gente che spariva e nessuno sapeva più nulla, tutte le donne raccolte in Sant’Antonio, mentre fuori tutto scoppiava, a pregare che finisse, o che finissero loro prima di vedere il peggio… Armando era tornato, infine, segnato dal conflitto; taciturno, un po’ freddo ‒ buono, per carità, com’era sempre stato anche prima, ma non era più lo stesso. Di cinema, non si parlò più, e quella sera le pareva incredibile che la cosa si stesse ripetendo. Tanto per cambiare, il film stavolta era Cleopatra; ma questo arrivava dall’America e gli attori parlavano. Aveva letto qualcosa sulle riviste, tutti che parlavano di questa Litz Taylor… pare avesse gli occhi viola, che strana cosa. Beh, voleva proprio vedere di persona, tanto più che era tutto a colori.

Lasciata la macchina, costeggiarono il Comune, superarono piazza S. Fedele e proseguirono lungo via S. Radegonda, fino all’Odeon: lì c’era già la coda, lunga ma neanche tanto. Tra coloro che potevano permettersi d’andare al cinema, qualcuno doveva aver disertato per l’impressione ricavata dai dati sugli spettatori oltreoceano; non era un fallimento, ma erano meno numerosi di quanto i produttori si aspettassero.

In sala, a bassa voce per non disturbare gli altri, la signora Viola cominciò ben presto a disturbare il marito, con domande, con osservazioni: «Beh, ma non si vede se ha gli occhi viola, io volevo vedere se aveva gli occhi viola… Ma chi ha fatto il colore a questo film, è tutto sbiadito… allora tanto valeva tenerci il bianco e nero, o no, Armando? …Armando? Armando, non mi dire che stai dormendo, eh?».

Ma questi già era mille miglia lontano, sprofondato tra le braccia di Morfeo, cullato dalla cantilena di sua moglie e dalle musiche del film, di cui in fondo non gl’importava. Se avesse potuto parlare in quel momento, avrebbe detto alla moglie, dal mondo dei sogni, che Litz Taylor aveva davvero gli occhi viola, ché li stava vedendo; ma raramente il mondo dei dormienti e quello degli svegli entrano in contatto.

Mi sono tinta i capelli di Viola perché in realtà li volevo azzurri. No, non sto scherzando.

È successo nove giorni fa. Nove giorni fa e qualche ora, credo.

Che poi non è uscito nemmeno così viola come pensavo. È fuxia. Anche se c’era scritto “Ciclamino” sulla confezione che mi ha porto la commessa. Che era grassa tra l’altro. Grassa, bionda e con un rossetto fuoco. Però aveva un bel sorriso eh… Niente di eccezionale ma in ogni caso, carino.

Un tipo di “carino” adattabile alle situazioni di ogni tipo. Come dire “simpatico”.

Ecco, il mio è un viola simpatico. Non che parli molto, anzi. Sta sempre sulle sue, si limita solo a riflettere e non sorride mai. O forse sorride ma non a me.

Durante un’epoca ormai remota, esisteva un regno governato da un re buono e saggio. Tutti i suoi sudditi lo amavano, ed il suo regno prosperava, ma il re purtroppo, non era felice.

Da diverso tempo ormai le sue notti erano maledette da una veglia perenne. Inizialmente al re non era dispiaciuto così tanto: le sfumature oscure del cielo notturno erano meravigliose ed ora aveva molto più tempo a disposizione per leggere.

Ma il cielo era diventato presto troppo statico per i suoi gusti, mentre leggere a lume di candela stava incominciando a rovinargli la vista.

Come se non bastasse, la sempre maggior stanchezza gli impediva di pensare lucidamente e l’amministrazione del regno peggiorava sempre più.

Un bel giorno, però, il re scoprì finalmente qualcosa che riusciva a conciliargli il sonno: il suono di una viola.

Solo ascoltare il suono di quello strumento, e null’altro, era in grado di farlo addormentare; ma ben presto i vari musici del regno si stancarono di dover suonare tutta la notte.

Così il re, deciso a non abbandonare mai più il suo giusto sonno, ordinò al mago di corte di fare in modo che la viola potesse suonare da sola.

Ma il mago lanciò un incantesimo troppo potente: la viola suonava sì da sola, ma ormai era così potente che chiunque, nel raggio di dieci miglia, si addormentò.

Nessuno sa cosa sia accaduto al regno, se sia andato distrutto o se l’incantesimo sia mai stato spezzato.

L’unica cosa che si sa è che nessuno riuscì mai più ad identificarlo, ma la leggenda vuole che si trovi ancora al suo posto, intatto ma immerso in un sonno magico ed eterno, aspettando solo che qualcuno riesca a risvegliarlo.

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