di Gianluca Berno

Galleria Vittorio Emanuele II

In endecasillabi sciolti, canto oggi il salotto buono di Milano, la Galleria dedicata dai milanesi a Vittorio Emanuele II di Savoia, unificatore della nazione. Essa, come è noto, congiunge piazza del Duomo a piazza della Scala, vero tripudio della bella architettura tardottocentesca che decora vari punti della città.

A Giuseppe Mengoni consacrata,

una lapide ricorda la fine

che fece il giorno prima che il lavoro

suo fosse coronato dal trïonfo:

l’architetto cadendo dal ponteggio

‒ così suppongo ‒ alla vigilia morì

dell’inaugurazione dell’opera

a Vittorio Emanuele dedicata.

Svetta comunque il colosso, a memoria

anche del suo autore: tutta la luce

del cielo sopra Milano esso accoglie,

dalla pioggia riparandosi, scaltra,

col moderno artificio dell’acciaio

e dei vetri ingentiliti dall’arte.

Sotto freme il salotto buono della

operosa città settentrionale,

girano i turisti sul pavimento

lucido e policromo, mentre sotto

le verande, ai tavolini, signori

sorseggiano il cappuccino con brïoche

‒ che costa qui quanto i diamanti in mostra

delle vetrine in tutte l’altre strade,

ma tutti sanno quel che stan pagando:

arredi in legni nobili del primo

Novecento, camerieri ossequiosi,

lo storico palazzo ch’ospita il bar;

non ultima la vista sulla piazza

dove biancheggia il Duomo, o sulla Scala.

E tutta la città vi passa sotto,

e vede i Continenti sulle arcate

che segnano gl’angoli dell’incrocio

sotto la gran cupola risplendente;

eppur l’Umanità non pare pronta

a coglier le bellezze su nel cielo,

bensì lo sguardo abbassa a cose vili:

e d’un mosaico calca quella parte,

che è ben non nominare per pudore,

d’un toro, come fosse un dio pagano;

perché superstizione vuol che farlo

rechi fortuna al turista un po’ ingenuo.

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