di Gianluca Berno

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Talvolta, un corso universitario può dare un’idea; pazza, ma può darla. Per cantare la Stazione Centrale di Milano, donde partirò per le ferie anch’io, ho deciso di comporre ottave di ottonari capfinidas, come dicevano i poeti provenzali del Medioevo: una parola del verso finale d’ogni strofa è infatti ripresa nel primo della successiva; in più le strofe sono unissonans perché le rime si ripetono uguali in ogni strofa, secondo lo schema ABBA-CDDC. Nessuna parola-rima, però, viene mai ripetuta. Alla fine c’è il congedo, una strofetta più corta che ripronpone le rime finali delle ottave… Che fatica!

La piazza enorme, assolata,

non dista dal Pirellone.

Troneggia lì la Stazione

Centrale, così affollata

quando il sole ringhia estivo

e spinge via i cittadini,

che siano grandi o piccini,

verso i monti o il mare vivo.

 

Vivo anche il treno, ferrata

belva appare, già in tensione.

Pare al punto di fusione

la folla ben caricata

di borse e valigie, privo

di vento il clima; bambini

si lagnano, dei facchini

sgobbano. Un treno è in arrivo.

 

Un treno che l’accaldata

gente, già con il magone,

scarica, e lor ripropone

Milan, ché al mar è già stata.

Si consola con furtivo

ghigno chi quei signorini

agiati vede da alpini

soggiorni tornar. Giulivo

 

tornar li guarda, contata

la durata che propone

per sé, come guiderdone

per il lavoro: l’amata

vacanza. Tempo cattivo

non cura, dai finestrini

guarda ancor i damerini

l’impiegato, mentre scrivo.

 

Già, scrivo, con non corrivo

stile; m’ora che dei vini

torna tempo, i versi fini

capirete, che descrivo.

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