di Gianluca Berno

Sestina manzoniana. È una strofa di sei settenari, dei quali: sdruccioli quelli dispari, piani ed in rima il secondo ed il quarto, tronco il sesto, in rima a coppie col sesto della successiva sestina.

.

Se pure l’uomo libero

sempre ricerca il mare,[1]

sinceramente dubito

si vada a procacciare,

con il suo spirto lirico,[2]

queste profondità.

.

Gentili Muse siatemi,

nel dar versi alla luce,

voi minimi corpuscoli

che dove il sole tace[3]

vivete organizzandovi

da tanti in unità;[4]

 .

voi pesci indescrivibili

ch’illuminar sapete,

meduse che invisibili

uguali consistete

all’elemento mobile,

piovre che fan tremar:

 .

di voi s’ignora il numero

né spesso vi si vede,

comunque a voi rivolgomi,

e predatori e prede

di forme tanto insolite,

che non saprei rifar.

 .

Dite le eterne tenebre

che infestano l’abisso

e che l’oceano gravano,

voi ch’il paesaggio fisso

rendete men monotono

col dramma d’ogni dì:

 .

qual sulla terra i miseri[5]

più deboli animali

tra gl’artigli soccombono

de’ predator ferali;[6]

tali per sempre lottano,

e peggio di così,

 .

quegli esseri che orribile

destino qui incatena,

scartati d’ogn’altr’habitat

e messi in quarantena.

Qui solo i sommergibili

più duri san viaggiar.

 .

Allor, speranza futile

prende murene e squali,

ch’il capodoglio nobile

sotto chi sa che strali

caduto sia, ed in ultimo

si vada a inabissar.

 .

Se una carcassa pallida

di quelle tocca il fondo,

fan festa i mostri sadici

com’avvoltoi nel mondo

di sopra, e tosto accorrono:

banchetto ci sarà!

 .

Quattromila anni servono

di solito in quel regno

perché qual manna scendano

tante cibarie;[7] un segno

divino par lor simile

omaggio dall’aldilà,

 .

dal mondo in cui s’illumina

l’acqua pel biondo sole,

dove le alghe fioriscono

e la natura suole

al massimo del fascino

mostrare il ben che può.

 .

Talvolta pure gl’uomini

scendono non protetti,

ma sono ormai cadaveri

da pressione costretti,

come Sibilla piccoli

– com’Eliot la citò.[8]

 .

Più che di loro, chiacchiera

la stirpe giù vivente

dei lor grandi sarcofagi,

le navi ch’incidente

o fato o errore stupido

ha fatto naufragar.

 .

E in quest’inferno immobile

di gelo e di pressione,

dov’è silenzio e tenebre,[9]

stupisce la tensione

che Vita ha pur di vivere,

comunque continuar.

.

[1] Cfr. C. de Baudelaire, I fiori del male: «Uomo libero, sempre tu cercherai il mare».

[2] Allusione alla poesia lirica, romantica, che verte sulla interiorità dell’io–poetante.

[3] Cfr. Dante, Inferno I, 60: [la lupa] «mi ripigneva là dove ‘l sol tace». È una sinestesi, figura retorica che consiste nell’attribuire a cose legate ad uno dei cinque sensi caratteristiche legate ad un altro.

[4] Riferimento alle colonie di microorganismi tipiche dell’ambiente abissale, che da lontano hanno l’aspetto di un unico invertebrato. Notare che l’ultimo verso traduce liberamente il motto degli Stati Uniti d’America, e pluribus unum.

[5] Cfr. A. Manzoni, Il cinque maggio, vv. 61–64: «Come sul capo al naufrago / l’onda s’avvolve e pesa, / l’onda su cui del misero, / alta pur dianzi e tesa…».

[6] «feral» è la peste inviata da Apollo nel campo acheo, per punire la tracotanza d’Agamennone, nella celebre versione neoclassica dell’Iliade composta da V. Monti.

[7] La carcassa inabissata di una balena fornisce in un sol colpo alle creature degli abissi tanto cibo, quanto ne piove abitualmente dalla parte più ricca e illuminata del mare in quattromila anni.

[8] Come preludio della sua Terra desolata, T.S. Eliot cita Petronio, Satyricon 48: «Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: Σίβυλλα, τί θέλεις; respondebat illa: ἀποθανεῖν θέλω», ossia: “Infatti vidi coi miei occhi una volta la Sibilla di Cuma pendere in un’ampolla, e come dei ragazzi dicevano: Sibilla, che cosa vuoi? quella rispondeva: Voglio morire”.

L’immagine presuppone il famoso mito della Sibilla Cumana, la quale un tempo era stata corteggiata da Apollo, che le aveva concesso d’esprimere un desiderio: ella chiese di vivere in eterno, ma si scordò d’aggiungere che non voleva invecchiare. Così si sarebbe raggrinzita nel corso dei secoli, senza poter morire, fino ad avere le dimensioni di una cicala.

[9] Verso di A. Manzoni, Il cinque maggio, v. 95.

Annunci