Ciao a tutti, cari lettori. Finalmente riprendono i Trittici, o almeno: speriamo che per qualcuno di voi sia un “finalmente”… Dopo i colori primari e secondari, la serie dovrebbe proseguire con gli eventuali terziari, ma chiunque di voi compia l’esperimento don delle tempere scoprirà che le combinazioni di colori primari e secondari portano tutte a “cinquanta sfumature di marrone”, che non è proprio il massimo. Abbiamo aggiunto due colori, allora, che sono sfumature ma cariche di significato: il rosa e l’azzurro; e siccome siamo galanti, prima le signore.

Gianluca Berno Stefania Ferrazzi Filippo Mairani
Quando la vide per la prima volta, così in distanza, senza neppure conoscerne il nome, senza nulla saper di lei, provò una sensazione della quale non riusciva a rendersi conto: sentì che i suoi occhi, ora che solo per un istante l’avevano contemplata, non avrebbero sopportato di vedere altro; che la sua mente non sarebbe riuscita a pensare più nulla se non lei; che il suo cuore aveva smesso di battere spontaneamente e si muoveva solo per amor di lei.

Ma come, come attaccar bottone? Presentarsi a tanta superba eleganza con una improbabile scusa, o, peggio, senza alcuna valida motivazione pararsi davanti a lei e dichiararsi direttamente – giacché la sua mente non sarebbe riuscita a pensare più nulla se non lei, quindi neppure una scusa per avvicinarsi così di colpo… Non è chi non vedrebbe in un simile approccio un triste esempio di cafonaggine senza eguali. E allora come accostarsi a tal visione, tal sogno? Ronzarle intorno, dapprima senza darle a vedere il proprio interesse, e poi ridurre l’ampiezza dei giri fino a trovarsi così vicini, che sarebbe lei a parlar per prima? Già, ma funzionerebbe bene solo se ogni avvicinamento seguisse ad un segnale, uno qualunque lanciato da lei, di poterlo fare… Insomma, basterebbe pochissimo, anche solo una rapida occhiata da dietro il suo roseo ventaglio, e sarebbe un piccolo «sì», una autorizzazione a procedere nella manovra…

Ma come, come essere certi ch’ella intenda proprio significare questo? E se invece i suoi messaggi subliminali fossero di segno opposto, qual tragedia potrebbe scaturire da un’interpretazione erronea! Il dubbio lo attanagliava e lo dilaniava con la violenza delle peggiori belve affamate, eppure la brama almeno di sapere se e quanto fosse possibile avvicinare costei era più forte ancora dei suoi timori: e più la mente, sconfortata, poneva ostacoli insormontabili, più il desiderio d’incontrarla si faceva bisogno, e il bisogno si tramutava in lacerante supplica.

Ecco. Si stava avvicinando, lentamente, per evitare allarmi: non fosse mai che la gentile creatura avesse a temere qualcosa, che si agitasse in quel suo splendido abito rosa, una sinfonia di veli che accentuava tanta bellezza. I circoli si facevano via via più stretti, presto sarebbe stato così vicino, che sarebbe stata lei a parlar per prima… ancora pochi metri… centimetri… un sospiro…

* * *

L’ape si posò sui bei petali della rosa, fece incetta del nettare e se ne volò via senza neanche un «grazie». E la rosa constatò che sarebbe stato tanto bello avere una borsetta, da riempir di mattoni per evenienze come questa.

Il rosa è talmente rosa da non essere altrimenti definito se non rosa. Ma il problema dell’essere rosa, d’un rosa troppo rosa, è il non poter essere scritto da null’altro che non sia perfettamente, superbamente, astiosamente rosa.

E così, quando si parla del rosa, si diventa rosa per mimesi, confondendosi.

In un mondo rosa.

Schifosamente rosa.

Rosatamente rosa.

Rosissimo.

Rosam tua Risa mia.

Il piccolo appartamento del quarto piano al civico 10 di via delle magnolie non era mai stato un posto particolarmente tranquillo, ma quel sabato pomeriggio era stato testimone di un’improvvisa deflagrazione di urla e rumore come non se ne erano mai viste che, dopo aver sconvolto con la loro immediatezza almeno due vite, sparirono lasciando spazio ad un silenzio carico di dubbio.

Melissa, al momento unica abitante della casa, si sedette compostamente sul divano e, dopo una breve ricerca, prese il telecomando per accendere la televisione, senza mai però realmente fermarsi a guardarla.

La sua mente sentiva il bisogno di soffermarsi su di un avvenimento, un dettaglio che una vocina dal fondo del suo cervello le diceva essere importantissimo, ma che la maggioranza della sua mente sembrava divertirsi a tenerle fuori portata.

Dopo qualche momento passato a tentennare nella sua nebbia mentale, Melissa decise di tentare un approccio diverso.

Era successo qualcosa di speciale durante quella giornata? Per essere un Sabato, era stato piuttosto ordinario.

Si era alzata.

Aveva preparato la colazione per lei ed il suo ragazzo.

Avevano mangiato assieme e lui si era lamentato per come aveva cotto le uova.

Dopodiché erano andati a fare la spesa, questo se lo ricordava bene! Dopo aver comperato l’essenziale, avevano fatto un giro per le vetrine e lei aveva visto una bellissima camicetta rosa.

Il suo ragazzo, purtroppo, non aveva però dimostrato lo stesso entusiasmo. Aveva approfittato del colore per apostrofarla in malo modo e ricordarle come solo le bambine indossassero il rosa.

«Cavolo, indossi un maglione di quel colore pure ora!» le aveva detto prima di spingerla via dalla vetrina.

Ma che ci poteva fare lei, se il rosa era il suo colore preferito? Nonostante i commenti le piaceva uscire con lui. Almeno quando erano fuori si conteneva con gli insulti.

Cosa che, puntualmente, smetteva di fare non appena rientravano a casa.

Era genuinamente stupita di quanti diversi modi esistessero per dare della stupida ad una persona, e dentro di lei sentiva che avrebbe dovuto protestare con foga maggiore, ma le sberle facevano male, e non le piaceva dover guardare quelle macchie viola sulla sua pelle.

Dopo l’ennesimo litigio, lui andò a farsi una doccia mentre lei preparava il pranzo.

Lo avrebbe dovuto lasciare, pensava mentre tagliava delle verdure, lo avrebbe dovuto lasciare già da tanto tempo ma, da quando erano andati a vivere assieme, lei era diventata economicamente dipendente da lui, del tutto.

Chissà, forse sarebbe cambiato, forse l’avrebbe sorpresa con qualcosa di bello.

Fu proprio in quel momento che dalla porta del bagno arrivò un urlo: «Sbrigati  a portarmi un asciugamano!».

Da quel momento in poi i ricordi si facevano frammentati, confusi e sfocati, come se stesse cercando di guardare uno dei suoi amati film in bianco e nero su di una pellicola d’epoca conservata malissimo.

Nonostante questo, almeno rispetto a prima era in grado di riconoscere qualche immagine… ma non sembravano suoi ricordi, sembravano piuttosto scene di un film.

La tendina della doccia, un urlo, le coltellate, la polvere di cacao che veniva scaricata nel lavello.

Perché quella nel film era in realtà polvere di cacao. La pellicola non avrebbe reso in maniera soddisfacente del vero…

Improvvisamente, Melissa si rese conto di cosa aveva fatto. si voltò lentamente in direzione della porta del bagno, dalla quale sgorgava una chiazza rossa sempre più grande. Da quella pozzanghera cremisi partivano delle impronte, che terminavano esattamente sotto i suoi piedi.

Gli occhi strabuzzati le corsero alla mano destra, nella quale teneva ancora il coltello, stretto così forte che le nocche le erano ormai diventate bianche. Il suo maglioncino rosa, inoltre, era completamente imbrattato di chiazze rosse.

E fu in quel momento che Melissa si sentì finalmente libera. Lui le aveva sempre dato della bambina, della stupida, non la credeva capace di fare nulla da sola, ed invece lei era riuscita a fare quello che pochissime persone avrebbero osato fare nel corso della loro intera esistenza.

“Niente male – pensò lei – per una ragazza il cui colore preferito è il rosa”.

Poi, dopo aver ridato un’occhiata al suo maglioncino imbrattato, continuò: “Ma in fondo, cos’è il rosa se non il rosso diluito con una goccia di bianco?”.

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