Tachemmes al Trump![1]

di Gianluca Berno

In quel tempo.

Vennero al popolo scienziati, matematici, informatici; esperti di statistica e di psicologia delle masse, e politologi insigni, e preclari intellettuali; dotti, medici e sapienti. Quando furono dinanzi al popolo, essi dissero: «Ascolta, America! Ecco, dopo anni di lavoro e sudore delle nostre fronti, abbiamo costruito il modello matematico di tutti i modelli matematici, l’algoritmo che può prevedere i risultati delle Elezioni Presidenziali senza alcun margine d’errore. Proclamiamo per mezzo di esso che il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America sarà Hillary Clinton». Mormorii si levarono dal popolo ammirato di tanta sapienza e certezza.

Ma un uomo, rimasto in silenzio, s’alzò e chiese la parola, e così parlò: «Perdonate se dirò cosa che possa contristarvi. Ecco, io insegno Storia contemporanea e ho esaminato le serie storiche degli ultimi cento anni per calcolare la probabilità ch’un partito lungamente stato all’opposizione vinca alle elezioni successive; da quel che ho calcolato con carta e penna, sono convinto che vinca Donald Trump». Sentito questo, i dotti gli domandavano: «Sei forse tu più grande di tutti noi messi insieme, e il tuo lavoro su carta e penna val quanto i nostri prodigiosi sforzi? Come puoi tu dire: “Sono convinto che vinca Trump”, se sei solo uno storico senza competenze di statistica e politologia?». Rispose il professore: «Io non son meglio d’alcuno. So solo che la Storia non dice quello che voi dite, e che potreste anche aver sbagliato. Infatti, nessun uomo è perfetto e a nessuno è dato conoscere l’avvenire con sicurezza». Allora i dotti lo insultarono, e raccolsero pietre per lapidarlo; ma quegli si nascose e fuggì dal luogo in cui si trovavano riuniti.

* * *

L’esercizio di stile, in questo caso biblico, non è fine a sé stesso: l’intento è farsi beffe, non della Scrittura – Dio liberi! – ma dei sondaggisti. Infatti, per coloro che non avessero saputo nulla di questa notiziola passata completamente in sordina, Donald Trump è il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America dalla prima mattinata del 9 novembre 2016 – ora italiana.

Il mondo intero è, per dir così, caduto dal pero esattamente come i sondaggisti inglesi quando videro vincere, contro ogni loro previsione, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Sorvolerò sul tentato suicidio di massa delle borse mondiali, che si sono dimenticate di aggiungere il sodio al Veronal, come Guido Speier ne La coscienza di Zeno; simili pantomime non fanno onore a chi le tenta ma neppur poi tanto a chi ne parla a lungo. Quel che mi premeva era un possibile confronto tra le tre consultazioni che si sono inanellate negli ultimi mesi di questo turbolentissimo anno 2016, non contando le Presidenziali austriache: non sono un irredentista arrivato in ritardo, non voglio di certo discriminare gli amici che per puro caso capitassero qui da oltre le Alpi orientali. Semplicemente il loro voto è andato in una direzione differente rispetto a quella presa dai sudditi di S.M. Britannica, dai grandi elettori degli Stati Uniti e dal 59,11% degli Italiani andati alle urne, perciò chiunque tentasse di spiegare gli altri tre voti potrebbe servirsi di questo solo come di un’eccezione.

Per prima cosa intendo esprimere il mio più profondo ribrezzo per certe posizioni prese da certa stampa all’indomani del voto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti: certe penne prezzolate hanno avuto la faccia tosta di accusare gli elettori vecchi o ignoranti d’aver prodotto una catastrofe senza precedenti, della quale si pentiranno amaramente, eccetera eccetera. Il suffragio universale, per quanto mi riguarda, è una conquista che non ammetterà mai più eccezioni o deroghe: il popolo è sovrano, ciò che ha deciso è legge. Se il loro voto è stato un errore, come cittadini adulti e responsabili, ne accetteranno le conseguenze, perché questa è la democrazia; ma non si argomenti mai davanti a me che il voto del popolo sovrano sia sbagliato perché diverso da quello consigliato dal cosiddetto establishment. Al di là del mio personale pensiero – secondo il quale quando il Governo, le banche, la Confederazione degli Industriali, le borse, i giornalisti e le massime Autorità degli altri Paesi consigliano di votare in una certa maniera, la miglior cosa che il popolo possa fare è votare al contrario – il popolo non è tenuto in ogni caso a seguire indicazioni. Si va alle urne e si vota secondo coscienza, senza condizionamenti se non le proprie convinzioni e il proprio interesse. Questa volta il popolo di tre Stati ha voluto lanciare un chiarissimo messaggio all’establishment: che può andare a farsi friggere.

Non giriamoci intorno, è questo quel che tre popoli hanno detto: constatato che i poteri, forti o deboli che siano, negli ultimi trent’anni non hanno dato esattamente l’idea di volersi occupare delle necessità dei cittadini che dovrebbero tutelare e rappresentare, essi cittadini hanno voluto esprimere un’opinione ben precisa, inequivocabile. Hanno accusato chi li ha finora diretti di tradimento. Prima del voto del 4 dicembre, qualcuno aveva già osservato quanto ampio fosse stato il fallimento dei sondaggi sulla Brexit e sulle Presidenziali Americane: ne aveva tratto la conclusione che anche sul voto degl’Italiani i sondaggisti avrebbero preso una sconvolgente cantonata e sostenuto che, alla fine, avrebbe vinto il SÌ. Non è andata così, ora si può dire con ragionevole certezza, perché il ragionamento contiene una falla; della quale mi accorsi subito, ma ho preferito non parlarne prima. Andiamo per ordine.

I sondaggisti inglesi a americani devono essere andati incontro a quel che potremmo definire “effetto-Popper”. Il metodo scientifico galileiano su cui, coi dovuti aggiustamenti, la Scienza tutt’ora si basa, consiste nelle ben note fasi descritte già dai sussidiari ad uso della scuola elementare: prima lo scienziato osserva un fenomeno; poi formula una teoria che ne spieghi il funzionamento; allora mette alla prova la propria teoria attraverso un esperimento; infine, quando scopre che la sua teoria funziona, ne trae una legge generale. Per i sondaggisti anglofoni sulle due sponde dell’Atlantico, il fenomeno erano le campagne elettorali di due consultazioni popolari, un referendum e una tornata elettorale di risonanza mondiale; la teoria era che dovessero per forza vincere, in entrambi i casi, le opzioni caldeggiate da chi detiene il potere economico – che è purtroppo il solo che esista realmente, di questi tempi – e, di conseguenza, dalla parte di mondo politico che deteneva il potere in quel momento; l’esperimento è stato il voto.

Ebbene, i sondaggisti erano così convinti della propria teoria, che – se ne rendessero conto o meno – alterarono i risultati dei sondaggi, o consultando un campione non realmente rappresentativo o commettendo qualche errore nei conteggi: Freud parlerebbe d’atto mancato. Quando il popolo ha smentito quei dati, il commento più carino fu quello di qualche giornalista americano: «Non credevamo di conoscere così poco il nostro Paese». No, signori: voi lo avete sempre conosciuto benissimo e non avete voluto ascoltarlo. Se Trump o l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea – ma quando mai c’è entrata? – siano stati un errore, si saprà solo col tempo. Nel caso inglese, i dati sull’economia paiono confermare la correttezza delle analisi, borsellino alla mano, della “vecchia sdentata di Bristol”, come ha detto qualche ignobile pennivendolo: il Regno Unito sta avendo una ripresa sulla quale, in campagna elettorale, la maggior parte degli economisti non avrebbe scommesso un pence. Nel caso americano, sapremo se eleggere Trump sia stato un danno solo dopo il suo insediamento ufficiale, il quale avverrà soltanto a gennaio prossimo; e anche allora, qualunque giudizio espresso prima di vederlo agire davvero sarà per me null’altro che aria fritta. Sul caso italiano, non sorprende che certi cartocci da pesce come quotidiano di Confindustria o “L’Unità” vomitino sul popolo sovrano tutto il livore della propria sconfitta; gli altri giornali sono stati degni d’un Paese civilizzato e hanno preferito concentrarsi subito sul prossimo problema trentennale, il governo Gentiloni.

Ora veniamo alla nostra questione: i sondaggisti italiani, secondo il mio modestissimo parere, han semplicemente osservato come stanno andando le cose al livello dell’opinione pubblica, che in fondo è il solo che conti sul serio in una democrazia. Il sessanta percento degli Italiani si sente tradito da una classe politica che forma governi senza elezioni e pertanto non rappresenta gli Italiani (mi chiedo allora chi…); che ha portato avanti politiche che, per educazione, mi limiterò a definire “discutibili” e che non rientravano in nessuno dei programmi presentati dai partiti nel 2013, ultime elezioni politiche. I nostri sondaggisti hanno avuto l’onestà e la bravura di fotografare con una certa precisione l’umore della maggioranza, quella vera e non quella di Palazzo Chigi. Questo è ciò che i cittadini, con ogni probabilità, hanno pensato andando a votare: non è giusto né sbagliato, è solo ciò che hanno scelto e voluto. I sondaggi che davano vincente il NO hanno avuto ragione perché i cittadini hanno automaticamente sovrapposto il «Remain» inglese, Hillary Clinton e il SÌ alle riforme costituzionali, identificando queste tre cose con “quello che chi ci affama vorrebbe che votassimo”. In quale altro modo sarebbe potuta andare con queste premesse? E ripeto, al di là delle mie personali opinioni non si parla né di torto né di ragione: si parla di una libera scelta i cui effetti non sono in alcun modo predeterminabili. È giusta perché libera, fino a prova contraria. Quindi, in attesa dell’evolversi degli eventi, tachemmes al Trump.

Note:

[1] Il titolo è in dialetto milanese e rappresenta un gioco linguistico tra Donald Trump e un’espressione che, tradotta in italiano, varrebbe “attacchiamoci al tram”, sprezzante invito ad arrangiarsi.

Annunci