di Gianluca Berno

Ciao a tutti, cari lettori,

   abbiamo lasciato il Titanic mentre procede spedito sulla vitrea superficie del più calmo Oceano Atlantico che si fosse mai visto fino ad allora; prima di ripremere il tasto “play” e vedere come prosegue la storia – cioè come ho raccontato io un séguito noto più o meno a tutti – mi pareva carino aggiungere anche alla seconda parte una conclusione simile a quella della prima.Tra i personaggi di cui varrebbe la pena dir qualcosa in più non può certamente mancare il capitano Edward John Smith, commodoro della White Star e all’epoca l’ufficiale di marina mercantila più pagato del mondo: v’erano passeggeri che prenotavano il viaggio solo dopo essersi accertati che fosse lui il Comandante. L’aspetto pittoresco del lupo di mare, la gran convivialità, la rinomata  cortesia ne facevano una garanzia. Mai un incidente in tanti anni di carriera, se si eccettuano un paio di spiacevoli inconvenienti non letali, accaduti di recente sull’Olympic: il grande transatlantico, entrando nel porto di New York, stritolò contro la banchina e quasi affondò il rimorchiatore O.L. Halembeck – fatto che dimostrò che una grande nave non dovrebbe mai compiere certe manovre in spazi ristretti usando le proprie macchine; e la già citata collisione con l’incrociatore di S.M. Hawke, avvenuto il 20 settembre 1911 nel canale di accesso a Southampton, dove il Titanic rischiò di ripetere la storia con il piroscafo New York, anch’esso già citato. Il Comandante Smith era certo che questi nuovi piroscafi fossero inaffondabili e non ritenne opportuno prendere alcun provvedimento utile ad evitare gli iceberg; anzi, la sola manovra prudenziale che ordinò fu una leggera accostata, la quale avrebbe dovuto portare la nave più a sud della zona pericolosa. In realtà quell’ordine puntò la prua del Titanic proprio sui ghiacci da evitare.

Tra i membri dell’equipaggio si ricorda in quest’occasione anche un’hostess della prima classe, tale Violet Jessop, che compare per la prima volta alla fine del Primo Tempo e riapparirà nella prossima puntata. Di origini argentine, per mantenere la famiglia in grave crisi si risolse a imbarcarsi sulle navi della White Star, sapendo che per la sua condizione di straniera non avrebbe ottenuto nulla di meglio nonostante il diploma. Era sull’Olympic al momento della collisione con l’Hawke e si sarebbe trovata sul Britannic, la terza gemella, nel viaggio del 1916 in cui la sventurata nave ospedale saltò su una mina subacquea – o fu silurata: non si pervenne mai a una versione ufficiale dei fatti. Raggiunse una scialuppa e vi salì con altri passeggeri in preda al panico, ma il comandante non aveva ancora dato il permesso di calarla quando essa scese in  mare: il motivo era che il transatlantico danneggiato si stava ancora muovendo, quantunque fortemente inclinato in avanti, spinto dalle sue gigantesche eliche, le quali cominciavano ad affiorare. Le prime due scialuppe vi furono risucchiate dentro causando una trentina di morti, le sole vittime del naufragio; ma Violet se la cavò miracolosamente, battendo violentemente la testa su un relitto affiorante e, prima che annegasse, una mano la trasse in salvo su un’altra scialuppa. Solo anni dopo, grazie a una radiografia, la donna scoprì di aver riportata in quell’occasione una frattura cranica che si era in qualche modo rimarginata nel corso del tempo.

Tra i passeggeri aggiungiamo qualche altro nome. Harry Harris, noto impresario teatrale di Broadway, era a bordo con la moglie Irene, detta Renée, di ritorno dalle vacanze in Europa. Fu lei a proseguire l’attività del marito dopo la sua morte nel disastro; tra l’altro scoprì alcuni talenti, tra cui Barbara Stanwick, la quale sarebbe passata al cinema e avrebbe recitato al fianco di Clifton Webb… in Titanic (U.S.A. 1953). Tanto per non farci mancare niente, di questo film, che avevano appena visto, chiacchieravano un prete e qualche seminarista mentre giocavano a carte, la sera del 25 luglio 1956, in un salone del magnifico transatlantico italiano Andrea Doria, poco prima che la motonave svedese Stockholm lo speronasse…

Coloro che sulla lista dei passeggeri di prima classe comparivano come gli anonimi «sig. Morgan e signora» in realtà, come spiegato nelle prime due pagine del Secondo Tempo, erano Sir Cosmo e Lady Lucile Duff-Gordon: baronetto scozzese e medaglia d’argento nella scherma alle precedenti olimpiadi lui, «povera sarta di talento» divenuta «una stilista di fama mondiale» dopo il matrimonio lei (v. p. 14). La professione della signora, la prima inglese che riuscì ad aprire una boutique a Parigi, era il motivo per cui i due viaggiavano in incognito. Nella quarta puntata accadrà il qui pro quo che rovinò per un certo tempo la loro reputazione.

Aggiugiamo poi Frank Millet, artista, e il maggiore Archibald Butt, aiutante di campo del Presidente degli Stati Uniti – sia di Theodore Roosevelt, sia del suo successore Taft. Su di loro, che intrattenevano stretti rapporti d’amicizia, Lady Lucile pronuncia una battuta che permette a me d’aprire una parentesi di costume e società e che deriva direttamente da una delle mie letture. Nel suo romanzo[1] il Brewster avanza seriamente l’ipotesi che i due fossero omosessuali, portando una serie d’indizi. Non trovando la sua tesi altri sostenitori ed essendo il suo resoconto della tragedia, per quanto accurato, un romanzo, ho deciso di alludere alla sua ipotesi anche nel fumetto, ma trasformandola nella battuta di una passeggera e nulla più.

Che altro aggiungere? Il Secondo Tempo è stato costellato da un clima forse esagerato di profezia ed umorismo nero, culminante nell’ultima frase riportata, quella del signor Hays, presidente della canadese Grand Trunk Rail Company, il quale passò la serata a pontificare sulla vanità della corsa agli arredamenti in atto fra compagnie concorrenti. Al generale senso di destino incombente, cui fa da contrappeso la spensieratezza dei passeggeri più abbienti, contribuisce non poco la processione d’avvisi sui ghiacci galleggianti, che il Titanic ricevette sin dalla sera del 12 aprile per mezzo della sua potente stazione radiotelegrafica, cui lavoravano Jack Phillips, venticenque anni, e Harold Bride, vent’anni, i quali erano dipendenti della Società Marconi. Alcuni dettagli contribuiscono a impedire che il Comandante abbia una visione d’insieme, il solo modo d’intendere l’importanza di quegli avvertimenti. Il destino sarà segnato.

Ciò detto, anche a nome di tutto il resto della Redazione, ossia dei miei due colleghi e dei due collaboratori esterni, vi auguro non solo una buona lettura del terzo tempo, che a breve comincierò a pubblicare, ma soprattutto, visto che al momento in cui scrivo siamo ancora in tempo, i più sinceri auguri di un buon 2017 a chiunque capiterà qui anche per caso e giunga a leggere sin qui – ma anche agli altri auguriamo buon anno, appena avremo messo a punto un sistema per comunicare telepaticamente! A presto, e grazie di cuore per ogni minuto speso sulle sudate pagine on-line

[1] H. Brewster, Le luci del Titanic, Piemme, Milano 2012.

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