di Gianluca Berno

Trovate qui la prima parte; questa seconda è anche l’ultima.

«Amici vicini e lontani», diceva Nunzio Filogamo, primo conduttore di Sanremo – ma anche secondo, terzo, quarto e settimo; così apro la seconda parte delle mie personalissime riflessioni intorno al LXVII Festival della Canzone Italiana. Questa volta non procederò puntata per puntata ma per temi.

Le nuove proposte

Divise tra la seconda e la terza puntata, le esibizioni hanno portato a dimezzare i giovani concorrenti della gara parallela in vista della proclamazione durante la quarta serata. I primi quattro, apparsi l’8 febbraio:

  1. Francesco Guasti, Universo: passa in barba ad un’afonia quasi completa, senza nulla togliere al testo.
  2. Leonardo Lamacchia, Ciò che resta: è vero e meritatamente, ha una bella voce e passa in finale con un brano piacevole.
  3. Marianne Mirage, Le canzoni fanno male: per la precisione, «quando sono troppo emozionanti». Invece questa cara ragazza non ha voluto urtarci, bontà sua: non passa, ma in fondo non ha delle vere e proprie colpe.
  4. Braschi, Nel mare ci sono i coccodrilli, che mi pare sia il titolo di un libro: i cantanti che si ispirano al dramma dei migranti, come ci insegna Irene Fornaciari, non vincono, ed è finita così anche per questo giovanotto. A me viene in mente sempre la logica atroce dello scoop, ma osservo che è stato discreto, perché se non avessi letto prima una sinossi della canzone non avrei capito di che cosa parlasse. Comunque, per la precisione dice «checchedrille», forse per imitare Mengoni pure lui… non lo avrei fatto passare neanche io.

Gli altri quattro, del 9 febbraio:

  1. Maldestro, Canzone per Federica: mi è sembrata buona, ma lo stile è un po’ sofferente, trascinato. Voleva alludere ad Endrigo (primo posto nel 1968 con Canzone per te)? No, perché è un livello che non si raggiunge; comunque passa.
  2. Tommaso Pini, Cose che danno ansia: il mio primo giudizio è stato che fosse una cosa abbastanza folle da poter funzionare; poi non ha funzionato, forse era troppo folle… Però mi ha messo allegria.
  3. Valeria Farinacci, Insieme: grande vocalità al servizio di una canzone dimenticabile, un po’ come Elodie ma peggio, infatti è eliminata: «È come aprire un panificio / che ogni mattina panificherà». Ma perché?
  4. Lele, Ora mai: prima che iniziasse a cantare la prima volta, qualcuno del pubblico urlava “Dai ché hai già vinto!”. Ho sottoscritto già quella sera e non solo è passato, ma è il vincitore della gara delle Nuove Proposte del 2017. Bella, energica, di grande impatto.

Le cover della terza serata • 9 febbraio

Ancora farò ricorso all’ordine in cui gli artisti sono apparsi in gara, dato che ho segnato le mie impressioni in diretta. Nota sul regolamento: interpretavano un pezzo altrui solo i cantanti non a rischio di eliminazione; per gli altri era in corso in piccolo torneo di ripescaggio.

  1. Chiara, Diamante (Zucchero, 19…): nel complesso l’interpretazione mi è piaciuta più della canzone con cui la cantante è effettivamente in gara.
  2. Ermal Meta, Amara terra mia (Domenico Modugno, 1962): tanto sentimento, notevole la doppia voce che riesce a fare, come se cantassero un uomo e una donna. È un’interpretazione che meritava il fragoroso applauso che l’ha seguita ma non so se anche la vittoria del premio alla miglior cover.
  3. Lodovica Comello, Le mille bolle blu (Mina, 1961): versione rock ma non snaturata, frizzante come la stessa Comello, che porta a termine con onore la difficile impresa.
  4. Al Bano, Pregherò (Adriano Celentano, 1965): mi è perso avere più voce della prima serata, buona versione.
  5. Fiorella Mannoia, Sempre e per sempre (Francesco De Gregori, 19…): le è venuta benissimo, ma ho saputo che l’interpretazione del brano da parte sua è già collaudata. Ottimo lavoro.
  6. Alessio Bernabei, Un giorno credi (Edoardo Bennato, 19…): prima debole, poi in sostanza troppo poco empatico. Sapete già che se fosse stato per me avrebbe passata quella sera a cantare per salvarsi dal baratro.
  7. Paola Turci, Un’emozione da poco (Anna Oxa, 19…): chiudendo gli occhi, lo sforzo per credere che a cantare fosse proprio la Oxa era ridotto al minimo. E così il Festival diventò una puntata di Tale e quale show…
  8. Gigi D’Alessio, L’immensità (Don Baki, 19…): intanto è fuori tempo, il che mi dispiace in primo luogo per la canzone; poi ha poco coraggio con gli acuti e commette anche un errore testuale. La parte migliore? Un assolo al pianoforte, che sa suonare, in cui lascia parlare lo strumento.
  9. Francesco Gabbani, Susanna (Adriano Celentano, 19…): poco fedele ma non tragicamente; bello il pezzo aggiunto da lui, anche se un po’ troppo veloce.
  10. Marco Masini, Signor Tenente (Giorgio Faletti, 1994): quando ho letto che avrebbe cantanto questa, ho pensato che non fosse possibile: Masini ha bisogno di gridare in un ritornello, come fa con una canzone quasi parlata? E invece ci è riuscito, ha trovato il modo di cantarla. Bella prova, non c’è che dire.
  11. Michele Zarrillo, Se tu non torni (Miguel Bosé, 19…): per quanto mi riguarda è stata tra le migliori interpretazioni della serata, anche se per lunga parte del brano ha evitato gli acuti per concentrare la potenza alla fine.
  12. Elodie, Quando finisce un amore (Riccardo Cocciante, 19…): si avvicina all’autore di uno più famosi musical del mondo anche a livello di voce, con una grinta che conferma la prima impressione di bravura.
  13. Samuel, Ho difeso il mio amore (I Nomadi, 19…): non conoscendo nemmeno in parte l’originale, ho chiesto una consulenza esterna a mio padre, il quale si è limitato a un laconico “poteva restare a casa”. In effetti, mi ha annoiato.
  14. Sergio Sylvestre, Vorrei la pelle nera (Nino Ferrer, 19…): non si vede la necessità dell’inserto rap, tra l’altro realizzato chiamando apposta un artista estero per duettare, e quindi completamente evitabile; a parte questo apprezziamo l’autoironia e la voce.
  15. Fabrizio Moro, La leva calcistica della classe ’68 (Francesco De Gregori, 19…): si scorge un paio di errori testuali, ma tutto sommato non è un brutto rifacimento; il vero problema è la parte strumentale alla fine, che è stata riarrangiata in modo da sembrare Non mollare mai di Gigi D’Alessio…
  16. Michele Bravi, La stagione dell’amore (Franco Battiato, 19…): non è male, ma mi servirebbe un confronto con l’originale. Bello l’acuto finale.

Considerazioni sulla classifica

Mi è dispiaciuto per l’eliminazione della canzone di Al Bano, che meritava altro trattamento, ma capisco che la poca voce e in generale la superbia di voler cantare nonostante gli ordini del medico siano dei capi d’accusa pesanti; l’età non conta per me, conta la bravura.

Qualcuno ha definito quella di Giusi Ferreri “la più radiofonica delle canzoni” concorrenti. Non so se sia così, ma forse non l’avrei eliminata: non quando c’era lì a disposizione Clementino… discorso simile per Ron, che al secondo ascolto mi ha dato modo di ricredermi parzialmente almeno sul testo: «C’è una strada nel ‘sempre’ che vorrei fare insieme a te» è poesia pura (spero di aver citato giusto, sono andato a memoria).

Gli ultimi due posti definitivi sono stati meritatamente assegnati a due tra i concorrenti, cui è stato concesso di rimanere anche troppo a lungo su quel palco. Ciò mi aveva restituito una certa speranza nell’Umanità, ma poi ho visto Masini, Zarrillo e Bianca Atzei arrivare troppo in basso rispetto a Michele Bravi e Samuel. Non dico che dovessero avere il podio – la Atzei sì, però – ma almeno più in alto di quei due avrebbero dovuto arrivare.

Terzo classificato: Ermal Meta, Vietato morire • Si era notato che l’anno passato gli Stadio si sono portati a casa il premio alla miglior cover e il primo posto; non è accaduto di nuovo ma ci siamo andati vicino, e in effetti riascoltando la canzone posso capire il perché.

Secondo classificato: Fiorella Mannoia, Che sia benedetta • Benedetta lo è stata, in effetti – la Mannoia, dico. Già si era fatto strada il sospetto che il televoto fosse completamente in mano ai ragazzini, perciò questo piazzamento smentisce i timori: non è l’età a decretare chi passa e chi no. Rimane il sospetto, vecchio quasi come il festival stesso, della cricca di discografici…

Vince la LXVII Edizione del Festival della Canzone Italiana…

…Francesco Gabbani???

Ok, ammetto di non aver calcolato il giovanotto che aveva vinto la gara delle Nuove Proposte l’anno scorso: non mi si fraintenda, la canzone in fin dei conti è carina, per quanto caotica nel testo, ed è comunque una sorta di satira sul modo che hanno gli occidentali di accostarsi ai culti orientali per moda, in cerca – e questa è una questione seria, invece – di una spiritualità perduta. Quello che non mi aveva convinto era la somiglianza, sotto molti punti di vista, proprio con il brano Amen che gli aveva fatto vincere la gara delle Nuove Proposte; e sì che è una tendenza abbastanza ricorrente quella di premiare a breve distanza col primo posto nella gara dei Campioni chi era già emerso in quella dei Giovani, magari una o due edizioni prima… beh, la prossima volta ci starò attento, se dovesse concorrere Lele.

Bene, abbiamo finito qui. Per ogni altra considerazione, vi esorto a commentare.

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