di Gianluca Berno

Cari lettori,

  siamo quindi alla fine della terza parte di questo viaggio fatale sulla scia del più famoso relitto di tutti i tempi; la quarta parte sarà la conclusiva.

La puntata si apre sulla collisione con il famoso iceberg: anni di lenta deriva su e giù per il Mar Glaciale Artico per arrivare a questo momento. Forse vi aspettavate che tutta questa tensione si riverberasse su questo momento. Mi spiace deludervi ma ricordate, a differenza di quanto fece Cameron, che:

a) l’equipaggio si aspettava di avvistare un iceberg, quindi non aveva motivo di farsi prendere dal panico come sapendo già il finale;

b) se anche le vedette non fossero state avvertite del rischio di avvistare ghiacci galleggianti, faceva parte del loro lavoro segnalare ostacoli sul percorso, quindi la situazione di specie non fu per loro che ordinaria amministrazione;

c) a maggior ragione, il contegno degli addetti alle macchine non poteva essere diverso da quello delle vedette, dato che non potevano vedere fuori e tutto quello che potevano sapere era che la plancia chiedeva loro di fermare le macchine e invertirle. Perché rovesciare la minestra per strillare in preda a crisi isterica un ordine che al limite poteva suscitare una certa perplessità?

Lasciamo perdere e proseguiamo. In un ordine non particolarmente ragionato e seguendo soprattutto i film, descrivo una serie di episodi dell’evacuazione, fino all’ultimo messaggio che il Carpathia ricevette dal Titanic. Nella prima scena è protagonista il primo ufficiale William M. Murdoch, che era al comando quando si verificò la collisione: i suoi ordini, oggi lo sappiamo, furono la principale causa dello scontro, ma a sua difesa va detto che non lo sapeva; anzi, si era limitato ad applicare quello che prescrivevano i manuali di nautica su cui aveva studiato per diventare ufficiale, manovre che forse sarebbero state la salvezza di una nave più piccola, col timone adeguato alle sue dimensioni.

Il Comandante, credendo che il danno subìto non potesse essere grave, diede il fatale ordine di procedere a mezza forza, forse sperando di raggiungere qualche porto vicino. Vi invito a fare un piccolo esperimento: riempite d’acqua un catino e prendete un contenitore galleggiante, tipo il fondo d’un cartone del latte; fate un bel buco nel cartone e mettetelo nel catino, misurando il tempo che impiega a riempirsi; poi svuotatelo, rimettelo nel catino e fatelo muovere avanti e indietro, badando di non premerlo verso il basso e misurando quanto tempo impieghi ad allagarsi questa volta. Fatto? Quali sono i risultati? Che un transatlantico con una falla affonda più lentamente quando è fermo, piuttosto che quando si muove.

Altri personaggi notevoli: il signore e la signora Straus, Americani di origine ebraica e ricchissimi comproprietari dei grandi magazzini Macy’s, passarono alla storia come esempio d’amor sponsale, dato che l’anziana donna non volle separarsi dal marito a costo della vita; il sig. Quigg Baxter, che si era portato dietro, oltre alla madre e alla sorella, anche un’amante sotto falso nome, attrice di teatro; signore e la signora Allison, americani anch’essi, che tornavano a casa dalle vacanze con la figlia Loraine, di circa due anni, e il neonato Trevor, per il quale avevano assunto una bambinaia. Costei era Alice Catherine Cleaver, che si salvò con il piccolo: in séguito la stampa la confuse con Alice Mary Cleaver, condannata anni prima per aver ucciso il proprio bambino, così che nacque la leggenda della cameriera psicopatica che avrebbe rapito il piccolo Trevor, facendo vagare i genitori per tutta la nave alla sua ricerca e provocando così la loro morte e quella di Loraine. Tutto falso: Alice Mary Cleaver, in quel momento, era ancora in carcere e la povera Alice Catherine si era limitata ad obbedire agli ordini degli Allison, che speravano di affidarle entrambi i figli, in attesa che fosse il turno degli uomini, per poi salire in coppia su una scialuppa. Verosimilmente le cose andarono come le descrivo io, prendendo spunto dalla serie televisiva del 2012 che ho tante volte citato; peccato che, in un momento di schizofrenia, essa paia sostenere sia questa tesi, sia quella che gli Allison avessero perso di vista Alice – sana di mente o meno – e il bambino.

Si aggiunga infine un dettaglio: in una vignetta di p. 35, mostro dei bulloni che schizzano fuori dalle lamiere dello scafo, inquadrato nella sua parte sommersa. Da esami compiuti sul relitto e in base alle testimonianze dei superstiti, che su questo punto si contraddicono, siamo arrivati a concludere che ancora una volta Cameron esagerava per esigenze di botteghino. Posto infatti che la nave si spezzò affondando:

a) se l’avesse fatto come lo descrive lui nel suo film, nessuno avrebbe potuto mai negarlo, come invece fece la maggior parte dei superstiti, il che significa che la cosa avvenne in modo poco evidente;

b) se fosse andata come nel film, la poppa della nave, schiantandosi in mare, avrebbe sollevato onde tali da ribaltare le scialuppe nelle vicinanze, riducendo ulteriormente il numero dei passeggeri rimasti in vita;

c) se fosse andata così, la scansione condotta sul relitto dai ricercatori avrebbe evidenziato una piegatura della chiglia compatibile a quel movimento, di cui invece non c’è traccia. La nave non si spezzò come se due mani gigantesche ne avessero premuto verso il basso prua e poppa, come faremmo per spazzare un legnetto, ma con la prua che si raddrizzava, la poppa che si alzava e la chiglia che cedeva in mezzo, come la classica asse spezzata con un colpo da un maestro d’arti marziali; il tutto, naturalmente, al rallentatore.

Direi di aver concluso, per ora. Alla prossima con l’epilogo della storia, che, conformemente alla situazione, sarà più serio. Come sempre, grazie per tutti i commenti e i complimenti, sono di grande utilità e supporto. Buon proseguimento!

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