Del populismo

di Gianluca Berno, 19 marzo 2017

Ieri sera[1] tutt’Europa si trovava col fiato sospeso ad osservare uno spettacolo dal cui finale pareva dipendesse la sua stessa esistenza come unione di Stati.

Era infatti il momento di scoprire se l’ondata populista che, dopo aver trascinata al largo la Gran Bretagna, s’era impossessata degli Stati Uniti e, di ritorno sul Vecchio Continente, alzava fiera le insegne del Senatus PopulusQue Italianus – il che, mi sia lecito osservare, avrebbe in sé ben poco di populista – potesse essere in qualche modo arginata. In gioco v’era il Regno d’Olanda, non certo la minore tra le Nazioni che hanno giornalmente a che vedere con Bruxelles; il quale regno era chiamato ad Elezioni Politiche in cui il partito con le maggiori possibilità di scalzare il presidente uscente era quello d’un certo Wilders: costui, a parte sfoggiare una capigliatura degna del signor Fredersen dittatore di Metropolis (Germania 1927, di F. Lang), contestualmente era anche il candidato presidente di un partito d’estrema destra che ha verso l’Islam lo stesso amabile atteggiamento di Frollo verso gli zingari – chi ha almeno visto il cartone Il Gobbo di Notre Dame sa di che cosa parlo.

Secondo il sito del «Corriere della Sera» lo scrutinio è ancora in corso, perciò i dati che lì forniscono e qui riporto sono da prendersi con beneficio d’inventario. Premetto che il sistema di voto olandese è un proporzionale puro con sbarramento inferiore all’1%, democraticissimo ma produttore di farraginose coalizioni come il nostro vecchio sistema, abolito per referendum nel 1993 dopo ch’era stato sistematicamente impiegato, tutto sommato senza immensi danni, dal 1948. E quando si afferma che ci stiamo ritornando, io rispondo che è vero solo in parte, considerando che abbiamo ancora i capilista bloccati – un affronto alla sovranità popolare – e attualmente abbiamo due leggi elettorali, una per ogni Camera. Ardisco premettere anche che l’affluenza ha raggiunto l’81% degli aventi diritto, un dato su cui mi riservo di fare una sola osservazione: si dice che la scarsa affluenza sia fisiologica nelle democrazie avanzate; io, invece, sostengo che sia fisiologica nelle democrazie malate, come la tosse in chi ha la tubercolosi. Se la popolazione si disamora tanto della politica da permettere che una minoranza anche sparuta di irriducibili decida per tutti, non è mai un buon segno: ben venga l’altissima affluenza in quel di Amsterdam, quindi; non so quale fosse la media olandese per gli anni precedenti ma, se questo dato è abbastanza superiore al normale, significa che qualcosa si sta muovendo nelle coscienze.

Ora, questi i risultati riportati dal quotidiano milanese, a 365 sezioni scrutinate sulle 388 totali: i Liberali di Rutte vincono con il 21,2%, una cifra corrispondente a trentatré seggi; al secondo posto c’è Wilders con il 13,1%, che vale venti seggi; solo uno in meno ne hanno i Democristiani[2] (12,4%) e la stessa cifra, diciannove seggi, è andata ai Democratici66 (12,1%); seguono i Verdi, col 9% e quattordici seggi – dieci in più delle elezioni del 2012, in cui s’erano accaparrati solo il 2,3% – e gli antirazzisti del Denk, che entrano per la prima volta in Parlamento con il 2,1% e tre seggi. Ripeto che i dati sono ancora provvisori, per quanto non ci si possa più ragionevolmente aspettare colpi di scena. Ai fatti, però, dovrà seguire qualche considerazione, poiché questo è un editoriale; per altro non pochi analisti e politici di varia provenienza hanno già avuto modo di pontificare su questi dati, senza neppure la creanza d’aspettare che fossero definitivi; ma poiché è molto inverosimile che la classifica cambi di tanto, procedo anch’io con le mie considerazioni.

Chi ha già letto l’editoriale che avevo scritto sulle elezioni americane ha potuto intuire alcune delle mie idee su certe questioni internazionali; e qualcuno di voi, che magari non è d’accordo, sarà curioso di sapere che cos’abbia io da dire sulla battuta d’arresto dei cosiddetti populisti, che davo per inevitabili vincitori delle successive elezioni.

Io, quando scrissi quell’editoriale a dicembre del passato anno, non sapevo minimamente che vi sarebbero state elezioni in Olanda; ma anche di fronte a questi risultati la mia analisi d’allora regge e spiega anche la mancata vittoria di Wilders; per il quale, sia chiaro, non parteggio, ma del quale riesco a comprendere l’avanzata, che comunque è avvenuta. Qualcuno, già ieri sera in televisione, ha detto che in Olanda non si è verificata l’ondata populista perché, grazie al Cielo, i suoi cittadini sono aperti e civili. Chiacchiere da bar: non mi parvero civili i cosiddetti tifosi del Feyenord, quando misero Roma a ferro e fuoco, né mi parve civile il governo olandese quando si rifiutò di pagare quei danni. Ricordo questi fatti solo per lanciare un appello: ogni Nazione ha i suoi elementi da sbattere in cella quanto prima, non mitizziamo gli altri popoli con la nostra facile esterofilia da provinciali. Il vero e solo motivo per cui in Olanda Wilders non ha – ancora – vinto è che gli Olandesi non stanno – ancora – economicamente male come i Francesi o come noi; e della Grecia, sventrata e dissanguata con teutonico ed ingiustificabile sadismo, semplicemente mi taccio. Ciò detto, le dichiarazioni rilasciate ieri sera dall’illustriss. et eccellentiss. signor Conte Paolo Gentiloni lo relegano senza appello all’ancien regime di cui è un residuato: solo chi non ha capito nulla della situazione può gioire della “sconfitta delle forze populiste” e aggiungere che ora vada rilanciata l’Unione Europea. Si provi, si provi a rilanciare un morto!

Ieri sera in televisione, giustamente Antonio Padellaro ha affermato – e non mi pare un estremista – che le classi dirigenti dovrebbero apprendere una lezione dal fatto che quello di Wilders sia divenuto il secondo partito d’Olanda; e se non lo faranno, aggiungeva, la prossima volta stravincerà. È pienamente vero: dopo oltre quarant’anni in cui la cosiddetta sinistra, in tutto il mondo e pure da noi, ha adottato ad ogni suo governo provvedimenti che in confronto Mussolini era marxista, debbo io prestarmi a recitare l’ignobile pantomima dell’intellettuale che, sconvolto, cade dal pero a sentire che gli operai votano Salvini, Trump, la Le Pen? C’è chi dice che ormai i cittadini siano andati oltre la vetusta concezione politica che voleva una destra e una sinistra, che non ci credano più: ed io ripeto che son chiacchiere da bar. I cittadini pagherebbero per riavere due schieramenti nettamente distinti com’erano don Camillo e Peppone: s’è vero, come si dice, che alle elezioni locali Milano detta la linea che tutt’Italia seguirà alle successive politiche, v’invito a ricordare che il ballottaggio delle comunali fu tra l’attuale sindaco Sala, candidato da Renzi, e lo sfidante Parisi per Forza Italia. Il problema non è che i cittadini non vogliano più una destra e una sinistra: è che la destra e la sinistra si sono scambiate di posto; o meglio, che la sinistra sta governando come la peggiore delle destre, cercando di nascondersi dietro il comodo paravento dei diritti civili – gran bella cosa, per una forza progressista, ma mi sia concesso l’appunto che consentire i matrimoni tra persone dello stesso sesso, mentre la disoccupazione giovanile sale senza freni,[3] è come riempire un soggiorno di soprammobili per non far notare che ci piove dentro – mentre la destra estrema promette cose di sinistra.

Mandando l’articolo ai colleghi per la revisione, Filippo mi ha fatto notare una sorta di doppiopesismo da parte mia: sembra che io mi lamenti solo se la sinistra fa la destra, non per il caso contrario; in realtà quel che ho voluto fare è addentrarmi nel ragionamento di un elettore del popolo, cosa che non mi è neppure così difficile, dato che lo sono già. Un cittadino di classe media o bassa, soprattutto se è precario o disoccupato, o se ha già perso ogni illusione d’un avanzamento di carriera e classifica la pensione sotto la voce “fantascienza”, in linea di principio voterebbe a sinistra, credendo di trovare in quell’area i rappresentanti delle sue istanze; la qual cosa ha semplicemente cessato di essere vera, ammesso che lo sia mai stato in precedenza. Qual meraviglia, se di subito cambia casacca? Ora, il grave problema è che la destra promette cose di sinistra; ma la storia insegna che, come alle elezioni tedesche del 1932, non c’è garanzia che le mantenga – debbo anche ammettere che tuttavia Trump stia dimostrando un’enorme coerenza, nel bene e, ahimè, nel male. Ciò non toglie che gli elettori, frustrati da anni di mancata corrispondenza tra le necessità reali e le agende dei governi, ricorrano agli estremi rimedi senza chiedersi se siano rimedi; o magari questi partiti estremisti risolveranno un certo tipo di problemi, presentando però un salatissimo conto su altri fronti.

Ciò detto, sono ancora dell’idea che i Francesi si sentano così vilipesi e oppressi da un governo dal quale sarebbe stato logico aspettarsi tutto, fuor che il programma effettivamente portato a termine, da recarsi in massa alle urne per consegnare la loro terra alla signora Le Pen. Nel caso invece alcuni degli elettori, che avevano entusiasticamente aderito all’idea dell’idea della rivoluzione, all’ultimo istante faccia come Carlo Alberto, che disconobbe il moto del 1820, credo che in ogni caso il Fronte Nazionale possa diventare un’opposizione potente quanto agguerrita, con un distacco irrisorio dal primo partito. Ciò è valido per i Paesi esteri; in Italia, mi si fa notare con ragione, l’estrema destra è così debole, che non otterrebbe comunque un simile risultato, per quanto il partito di governo si stia impegnando anima e corpo per dar la vittoria a Salvini. Comunque vada, io non credo ci vorrà molto, prima che uno Stato di gran peso abbandoni la nave europeista che affonda, sotto spinte come quella ancora non realizzatasi in Olanda; e per allora, faremmo meglio a prendere esempio e uscire anche noi, perché abbiamo da sempre un biglietto di terza classe. Chi ha orecchi ascolti.

[1] S’intende al momento della stesura di questo pezzo, giovedì 16 marzo. Il ritardo nella pubblicazione è stato causato della necessaria revisione finale.

[2] Non è il nome esatto del partito, ma vedo che anche i giornali tendono ad indicarlo con un’espressione familiare ai lettori italiani.

[3] Oggi siamo ormai intorno al 40%; all’epoca della Legge Cirinnà il dato era inferiore, ma non per questo meno allarmante.

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