Ehilà! Dopo aver preso per il col… ehm… gentilmente richiamato i miei colleghi alla necessità di continuare ogni tanto le care vecchie rubriche, finalmente vede la luce una nuova puntata del Trittico. Dal momento che, millenni or sono, ci eravamo cimentati con il colore rosa, ora tocca all’azzurro, il quale ha dato spunto a immagini molto varie. Alla fine di queste poche righe, vorrei solo pregarvi di commentare: quando avremo finiti i colori, ci servirà un nuovo tema e si accettano suggerimenti.

Gianluca Berno Stefania Ferrazzi Filippo Mairani
[Metro: quartine di endecasillabi doppie, con schema di rime ABBA-BAAB; distico di congedo a rima baciata].

Il ciel si specchia senza voglia

[alcuna

sull’acqua che trascorre sotto il

[ponte

pigramente – tant’è lontano il

[monte!

– m’ancor non vede dov’è la

[laguna.

.

Molte cascate fece dalla fonte

per scendere al piano senza più

[duna,

né le rimane or velleità veruna

d’andar veloce sotto chiglie

[pronte

.

al partir, che l’arruffino convulse

le eliche d’un bastimento

[fumoso.

Quanto meglio stagnar nel

[melmoso

meandro morto, specchio ove

[rifulse

.

la volta, almeno, lieta d’un

[ventoso

dì di settembre, con nuvole

[avulse

d’ogni sporcizia e da fumate

[insulse,

su ne’ campi, con il canto

[armonioso

.

degli uccelletti e i fiori colorati!

Ma gran dolore è rimembrar le

[belle

ore nel momento triste: ché

[quelle

lasciate son perse, mentre i

[murati

.

argini di città paiono celle,

e intrappolano i rivoli bloccati

in un sol fiume, in cui son

[assembrati

ma mai felici, anelando procelle

.

che li portino fuor della prigione.

È allora che s’adempie quanto il

[vate*

aveva scritto circa certe ondate

d’orrenda piena, tremenda

[alluvione,

.

che tutto travolge, e case

[squassate

dietro sé lascia, e gran

[disperazione

e bei discorsi di ricostruzione

e vie lordate e macchine

[sfondate.

.

Il fiume allor, sciolti borghi qual

[burro

anela al mar, alla pace d’azzurro.

-=0=-

* Machiavelli, De principatibus (Il principe), cap. XXV: «E assimiglio quella [la fortuna] a uno di questi fiumi rovinosi che, quando si adirano, allagano e’ piani, rovinano li arbori e li edifizi, lievano da questa parte terreno, pongono da quella altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all’impeto loro sanza potervi in alcuna parte ostare. E benché sieno così fatti, non resta però che gli uomini, quando sono tempi queti, non vi potessino fare provedimento e con ripari e con argini: in modo che, crescendo poi, eglino andrebbono per uno canale o l’impeto loro non sarebbe né sì dannoso né sì licenzioso».

 

A passo svelto, una

[via dopo l’altra

la Signora del Niente

[fluiva.

Superba

l’agosto inoltrato

un po’ sgualcito

lasciava dietro sé.

.

A passo svelto, la

[Signora del Niente

cantava,

tra pittori e

[musicisti

senza più tempere

e re.

.

profumava di jazz,

la Signora del Niente

in un reticolato di

[seta,

mentre avanzava.

.

Bella

e dimenticata

la mia Signora del

[Niente,

nell’azzurro

impolverato.

L’ombra stava iniziando a ricoprire, lenta ma inesorabile, la piccola cittadina affacciata sul lago. L’aria della sera invernale, già di per sé frizzante, andava facendosi sempre più fredda mentre le persone sgomberavano le strade ed entravano negli edifici della città, chi per andare a riposarsi al calduccio del proprio focolare e chi per prepararsi a soddisfare tutte le esigenze serali dei pochi turisti che arrivavano là fuori stagione.

Le strade sempre più buie si accendevano delle luci dei lampioni comunali e delle rosse luci dei fanalini posteriori di chi, dopo una giornata trascorsa al lago, se ne tornava a casa.

Pochissimi invece i fanali delle macchine che, dalle altre città più popolate, si dirigevano a quell’ora verso la zona lacustre.

Un macchina, in particolare, sfrecciava apparentemente sprezzante dei limiti di velocità. All’interno di quella piccola city-car si trovava Francesco che, partito quasi due ore prima, si era concesso, come unico lusso di quel viaggio, le sigarette che continuava a consumare fin dalla partenza.

Come le sue compagne prima di lei, la sigaretta che teneva in bocca si spense. compiendo quello che per lui era ormai diventato un gesto meccanico, Francesco prese la sigaretta consumata con la mano destra, la schiacciò nel piccolo ed ormai stracolmo scompartimento davanti alla leva del cambio che da quasi due ore gli faceva da posacenere, ed allungò la stessa mano in direzione del cruscotto per afferrare un pacchetto aperto di sigarette.

Vuoto.

Francesco spostò leggermente il braccio, afferrò un pacchetto ancora plastificato e, come aveva già fatto altre volte nel corso del viaggio, staccò anche la mano sinistra dal volante per aiutarsi ad aprirlo.

La macchina incominciò lentamente a sbandare, andando ad invadere, dopo poco, la corsia parallela. Quando ormai la Panda aveva quasi completato il cambio di corsia, dall’uscita della curva che aveva appena imboccato a tutta velocità uscì una macchina che, a meno di un intervento immediato, lo avrebbe colpito in pieno.

Francesco lanciò il pacchetto sul sedile del passeggero e, con una velocità di cui non si credeva capace, girò il volante con entrambe le mani verso destra, premendo contemporaneamente il freno.

Le gomme della piccola city car lasciarono una spessa linea nera scricchiolando sull’asfalto e riempirono l’aria con un l’acre odore della gomma bruciata. Se non altro lo scontro era stato evitato.

L’assenza di altre macchine sulla carreggiata di destra aveva impedito che l’improvvisa frenata desse vita ad altri incidenti e l’altra macchina era comunque riuscita a passare, non senza lasciarsi dietro un lungo assolo di clacson e forse qualche parola scurrile che comunque Francesco, ancora pervaso dall’adrenalina per lo sventato incidente, non era riuscito a sentire.

Dopo qualche istante passato a sospirare profondamente all’interno della propria vettura, il giovane uomo guardò sul sedile che aveva di fianco. Il pacchetto di sigarette, ancora intonso, era andato ad appoggiarsi di fianco al pacchetto blu che si portava dietro da quasi due ore.

Francesco lo afferrò. La scatola era plastificata e sopra quel rettangolo azzurro erano stampate in color oro le parole “Pasticceria Visconti” e, subito sotto, questa volta in una calligrafia più elegante, “dolci delizie dal 1885”.

Romina aveva sempre amato quei biscotti proprio come, per quasi sei anni, aveva amato lui.

Oramai erano quasi due mesi che lei aveva confessato di non amarlo più, ma Francesco sperava che almeno  i suoi gusti in fatto di dolci non fossero cambiati.

Se voleva davvero continuare con quel viaggio, una pausa era più che necessaria.

Dieci minuti dopo Francesco scese dalla macchina e si diresse verso una piccola balaustra che dava sul lago. Di fronte  a lui la frastagliata silhouette delle montagne stava iniziando ad illuminarsi di un numero sempre maggiori di luci, le case dall’altro lato del lago. Oltre le montagne, un cielo di un azzurro che tendeva a diventare sempre più scuro. Sembrava quasi che il cielo stellato notturno avesse strappato la coltre azzurra che aveva avvolto la terra per tutta la giornata, impaziente di farsi vedere agli occhi degli umani.

Francesco si accese una sigaretta ed iniziò a prendere ampie boccate di fumo.

Lei adorava quel cielo ed ancora di più adorava questo paesino in cui abitavano ancora i suoi nonni, per questo ci tornava praticamente ogni inverno. Diceva che quel posto le metteva serenità come nessun’altro, e che era anche un ottimo luogo dove studiare in vista degli esami dell’anno nuovo.

Molte volte erano stati lì assieme, quindi non avrebbe avuto nessun problema a raggiungere la casa dove lei si trovava in questo momento.

I problemi sarebbero incominciati dopo.

Dopo quasi sei anni di fidanzamento, mille avventure trascorse assieme ed un numero ancora maggiore di progetti per il futuro, non riusciva a capacitarsi che la loro storia d’amore fosse finita.

Eppure, un giorno di ormai quasi due mesi fa era successo. Erano usciti assieme, avevano mangiato in un ristorante e poi, nell’intimità di un piccolo caffè del centro lei gli aveva spiegato che aveva bisogno di esperienze diverse, che quei sei anni erano stati magnifici ma che non se la sentiva di continuare, e tante altre cose che lentamente stavano sfumando, nella mente di Francesco, in dozzine di ricordi un tempo felici che la vista di quelle montagne gli avevano richiamato alla mente.

Sarebbe riuscito a convincerla a tornare con lui?

Francesco si girò in direzione della macchina, la sigaretta era ormai praticamente esaurita.

Quei biscotti lo avrebbero davvero aiutato a riavvicinarsi al suo cuore?

Quello che stava facendo aveva almeno un minimo di senso logico?

Probabilmente no.

Francesco buttò via il mozzicone e, voltate le spalle al lago, fece per tornare verso la propria macchina per continuare la sua missione. A metà del marciapiede però fu bloccato dall’improvviso avvicinarsi di una      giovane donna avvolta in un pesante cappotto rosso scuro e coronata da un cappello blu con in cima un pompon giallo.

“Ciao. Scusa il disturbo, ma posso chiederti una sigaretta?”

“Certo” rispose Francesco, sfoderando il sorriso più amichevole che gli riusciva e, dopo averle dato ed acceso una sigaretta, risalì in macchina e ripartì.

La ragazza col pompon rimase ferma qualche secondo ad assaporare il fumo che lentamente le invadeva la bocca, e ad osservare la macchina di Francesco ridursi a due puntolini rossi nella notte. “Chissà dove stava andando per avere così tanta fretta. E ad un’ora del genere, poi!” pensò, sbuffando fuori un’ampia nuvola di fumo grigio, per poi voltarsi a guadare il lago.

Le diverse montagne che sovrastavano lo specchio d’acqua erano state ormai completamente invase dalle luci della città. La maggior parte erano piccole capocchie di spillo gialle, ma qua e là non mancavano luci bianche, verdi e rosse. Alcune insegne poi, benché non leggibili, sembravano quasi supernove. Il cielo vero e proprio al momento no poteva nulla contro tanto sfoggio di brillio, ma era chiaro che stava solo aspettando il momento giusto per mettere giù la mano che gli avrebbe fatto vincere la partita, e l’azzurro che andava via via scurendosi e l’apparizione di alcune timide lucine bianche ne erano la prova.

Paola però non era interessata alle meraviglie naturali della zona e, con la stessa espressione malinconica di chi si affacci alla finestra sperando di trovare un paesaggio mozzafiato e si ritrovi a guardare un muro di mattoni, prese un’altra boccata di fumo dalla sigaretta, si diresse verso la panchina che si trovava diritta in fronte a lei, e si sedette.

 Sicuramente lui non se lo ricordava nemmeno, ma quella era la panchina dove si erano incontrati per la prima volta.

Quella era stata una mattina simile a tante altre. Si era svegliata, aveva fatto colazione, si era messa la cartella in spalla ed era uscita di casa per prendere l’autobus che l’avrebbe portata fino al liceo.

La prima anormalità fu il fatto che, per qualche inimmaginabile congiunzione astrale, l’autobus aveva deciso di evitare di farle aspettare la solita mezz’ora alla fermata, ed era invece arrivato, e quindi naturalmente ripartito, in anticipo.

La seconda anormalità fu che, anziché rassegnarsi ad aspettare la prossima corsa, o addirittura approfittare dell’accaduto per tornarsene a casa, decise ad inseguire freneticamente l’autobus.

L’unica conseguenza fu che, dieci minuti e trecento metri dopo si trovava seduta, sudata ed ansimante, sopra quella panchina che dava sul lago.

La terza, ed unica positiva, anormalità fu questo ragazzo, di un anno più grande di lei, che si fermò di fianco a lei per chiederle se andasse tutto bene.

Durante una giornata qualunque Paola si sarebbe imbarazzata per il suo aspetto e, dopo una risposta sbrigativa, se la sarebbe data a gambe, ma quella aveva già dato prova di non essere una giornata qualunque, così, fosse perché non aveva più voglia di correre, fosse un movimento del destino, decise di reagire in un altro modo.

“Sisì, tutto bene. Peccato che l’autobus abbia deciso di abbandonarmi. Figlio di…”

L’ultima frase, in particolare, le era uscita come se fosse un’unica parola. Non amava particolarmente le parolacce, ma questa le sembrava un’occasione adatta per utilizzarle.

Il ragazzo, se non altro, non sembrava dispiacersene.

“Giusto. Proprio uno stronzo” le aveva risposto con un ghigno.

“Stavi andando al Rotondi?”

Paola annuì.

“Allora direi che ci possiamo andare assieme. Sempre che tu riesca ancora a camminare.”

“ci vuole molto più che una breve corsetta del genere per mettermi K.O… ehi aspettami!”

Ed eccola di nuovo a correre, questa volta per raggiungere il ragazzo misterioso che aveva già rincominciato il suo cammino.

Durante il tragitto aveva scoperto che il nome del suo accompagnatore era Giulio, che aveva un anno in più di lei e che oltre a frequentare lo steso liceo avevano anche in comune una profonda antipatia per quel maledetto autobus.

Anzi, quella di Giulio era decisamente più profonda della sua, considerando che preferiva alzarsi ogni giorno un’ora prima del dovuto e si incamminava, solo, verso la scuola. Quel giorno, però, la sveglia non era suonata anzi, era proprio morta in qualche momento durante la notte. Entrambi concordarono che era davvero una situazione improbabile ma se non altro, pensò Paola, questa ennesima bizzarria della giornata si era rivelata positiva per lei. Ed anche il suo pensiero non doveva essere troppo diverso, se le aveva chiesto di rivedersi durante l’intervallo.

Invito che lei, naturalmente, accettò.

La scoperta, durante quel momento di pausa dalle lezioni, che condividevano il vizio del fumo, non fece che aumentare la simpatia che provava nei suoi confronti.

E da allora divennero inseparabili.

Paola interruppe un attimo il flusso dei suo pensieri, chinò leggermente la teta verso il basso e, con la mano sinistra, spostò leggermente la manica della mano destra per rivelare il piccolo Casio blu che teneva al polso dopodiché, con la stessa mano, prese la sigaretta tra il pollice e l’indice e se la tolse di bocca per osservarla. Avrebbe dovuto aspettarlo ancora per un po’ di tempo, ma le rimaneva solo metà sigaretta: sarebbe stato meglio prendere boccate meno ampie.

Del resto quella sigaretta, oltre al riflettere sulla sua situazione, era l’unico passatempo che aveva a disposizione.

Quella brutta giornata era iniziata, a differenza del loro primo incontro, in maniera assolutamente normale: si era svegliata; aveva camminato, cosa che ora faceva tutti i giorni, con Giulio fino a scuola; era stata più o meno attenta alle lezioni; avevano chiacchierato e fumato assieme durante l’intervallo e, al termine della giornata scolastica i due si erano rincontrati per fare la strada del ritorno assieme.

Durante la passeggiata, però, capì che qualche cosa non andava. Certo, stavano conversando più o meno come sempre, ma le era chiaro che, sotto sotto, Giulio stava pensando a qualcos’altro. A qualcosa di triste.

Dopo un po’ lei decise di chiedergli se andasse tutto bene e lui, dopo un maldestro tentativo di minimizzare la faccenda, si fermò, si sedette su di una panchina lì vicino e le fece segno di mettersi di fianco a lui.

“Innanzitutto sappi che non è successo niente di brutto, quindi non serve che ti preoccupi. Anzi, hanno dato un aumento di stipendio a mio papà.” Esordì Giulio.

“Beh, è magnifico!” rispose Paola, sperando che la situazione si potesse rallegrare.

“Già, non è male. Però vuol dire che per qualche anno dovrà trasferirsi in Cina.”

“Oh. Quindi sei triste perché non lo vedrai per un po’?”

“Non proprio” rispose giulio, dopo un attimo di silenzio “Abbiamo deciso che tutta la famiglia si trasferirà con lui”.

Il cervello di Paola aveva iniziato una serie di deduzioni che lo avevano portato ad intuire quale sarebbe stato l’esito ultimo di quel discorso, ma il cuore, non disposto neppure a considerare quella teoria, fece di tutto per distrarla. Quella non era forse la panchina dove si erano incontrati per la prima volta?

 “Questi mesi sono stati bellissimi, e tu sei fantastica, ma che senso ha continuare a stare assieme se sappiamo che presto non ci rivedremo più?”.

“Quindi… mi stai lasciando?”.

“Sì”.

Dopo tante parole spese per conoscersi e cercare di comprendersi, erano bastate due semplici lettere perché ogni cosa finisse in una bolla di sapone.

O almeno, così lei continuava a ripetersi. In realtà la situazione, per morire del tutto, aveva richiesto una certa dose d’impegno da parte sua. Si sentiva offesa dal fatto che lui avesse semplicemente deciso di lasciarla senza neanche cercare di spiegarle la situazione, e così aveva incominciato ad evitarlo attivamente. Questo non si era rivelato un grande problema nel corso della giornata scolastica, considerando soprattutto che lui stava in una classe diversa dalla sua; ben più difficile fu trovare un posto dove potesse andare a fumare senza incontrarlo.

Alla fine, dopo aver girato ogni angolo del cortile ed ogni bagno scolastico, decise di provare ad andare sul tetto, e quella si rivelò la scelta vincente.

La scuola era infatti costruita in cima ad un’altura e da lassù poteva godersi ogni volta una visione completa della città sottostante, piena di piccole persone alle prese con la loro vita.

Tutto sembrava piccolo dal tetto, anche la sua tristezza.

Questi momenti di sicurezza l’avevano aiutata a riflettere: si sentiva ancora offesa, vero, ma valeva davvero la pena di stare al suo gioco e lasciare semplicemente che finisse tutto in questo modo?

Ormai l’anno stava per finire, così come il tempo che Giulio sarebbe rimasto in questo Stato, così decise di inviargli un messaggio in cui lo invitava, quella sera, alla panchina dove si erano conosciuti.

La scelta poteva sembrare inusuale, ma aveva paura di fare una scenata se gli avesse parlato a scuola e, in fondo, sentiva che la sua storia meritava un pizzico di romanticismo: fosse rincominciata o finita per sempre, voleva che ciò accadesse sulla stessa panchina dove lei e Giulio si erano incontrati per la prima volta.

Paola  guardò nuovamente il suo orologio da polso. Ormai mancava poco.

Prese un’ultima boccata di fumo da ciò che rimaneva della sigaretta e poi prese la cicca e la schiacciò, per spegnerla, contro la parte superiore del cestino che sorgeva di fianco alla panchina.

Il fumo bianco che lentamente le uscì dalla bocca e dalle narici salì pigro sopra di lei, verso un’immensa distesa blu scura traboccante di minuscole luci bianche, le quali andavano via via a confondersi con le luci delle finestre in lontananza, le quali a loro volta si riflettevano nell’acqua del lago che le si trovava davanti, creando un ininterrotta cascata di lucine, cascanti da un blu all’altro.

Un’improvvisa folata di vento portò via il mozzicone della sigaretta dal cestino e la gettò in mare, rompendo quell’unità in diversi cerchi concentrici.

Paola strinse a sé il colletto del rosso cappotto e continuò la sua attesa mentre la cicca, catturata dall’acqua, iniziava lentamente il suo viaggio verso il fondo del lago.

L’acqua che l’aveva inizialmente accolta era di un azzurro chiaro e brillante, color del ghiaccio, ma man mano che si avvicinava al fondo, si arricchiva di sfumature sempre più scure. Prima era diventata di un’avvolgente blu elettrico, poi un minaccioso e denso blu che si faceva sempre più scuro finché quel piccolo pezzo di spazzatura, amato ed allo stesso tempo abusato dai suoi due proprietari, non si ritrovò finalmente sul fondo del lago, dove tutto era nero.

Ed immerso in quel nero sarebbe rimasto ancora per molto tempo finché, prima o poi, non sarebbe spuntata una nuova alba.

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