di Gianluca Berno

Ciao a tutti cari lettori,

  in questa seconda parte delle considerazioni finali su L’Inaffondabile, come avevo scritto nel precedente articolo, mi soffermerò sui film, per la precisione solo quelli che hanno cercato di raccontare questa specie di mito moderno che è ormai il naufragio del Titanic; se infatti considerassi anche tutti quelli che contengono accenni o anche solo allusioni [1], finirei di scrivere fra trent’anni. Quindi, limitiamoci a quelli strettamente legati al tema e facciamo questa gradevole carrellata; o almeno, spero che gradevole risulti. Buona visione.

Filmografia

Le pellicole verranno citate in ordine di uscita con tutti i dati che mi è riuscito di reperire; ne verrà riassunta la trama e non lesinerò i miei personali giudizi, che sono forse la parte che più mi diverte.

Saved from the Titanic, Stati Uniti 1912, con D. Gibson; durata 10-15 min; muto, bianco e nero con inizio e fine colorati a mano | Preciso immediatamente che di questo film esisteva una sola copia, andata distrutta quando, nel 1914, un incendio devastò gli studi dell’Éclair, la casa di produzione, dove la pellicola era conservata. Tutto quello che so del film è stato ricostruito per mezzo di documenti superstiti, fotografie scattate sul set e recensioni. La povera Dorothy Gibson aveva appena fatto in tempo a strizzarsi la salsedine dal vestito che indossava la notte del disastro, quando il suo amante, il sig. Brulatour che gestiva la casa di produzione su mentovata e l’aveva portata dai teatri di terza visione al rutilante mondo del cinematografo, le riferì che la gente faceva la coda davanti alle sale per rivedere i cinegiornali con le immagini della nave maledetta; seguì immediatamente la proposta indecente di fare un film sul naufragio, la parte che nessuno, a parte lei e gli altri settecentoquattro superstiti, aveva potuto raccontare. Dopo non pochi e certamente comprensibili tentennamenti, l’attrice accettò di rievocare quelle ore drammatiche nella recitazione, con indosso lo stesso abito, e di firmare anche la sceneggiatura. In sostanza, l’appena sopravvissuta Dorothy, mostrata a colori, riabbracciava i genitori e cominciava a raccontare la propria avventura: da allora il bianco e nero simboleggiava l’analessi, per poi ritornare al colore per la conclusione del racconto nel presente. Girato in una settimana, il film durava più o meno un quarto d’ora, com’era ancora normale all’epoca, e uscì nelle sale ventinove giorni dopo l’affondamento del vero Titanic. Fu un successo.

In Nacht und Eis, Germania 1912; durata 35 min circa; muto, bianco e nero e viraggi in tre colori | Anche in Europa si pensò presto a girare un film che raccontasse la storia nel modo più efficace, ossia per immagini. Vi pensò un cineasta tedesco, che si basò sui resoconti dei giornali – panzane comprese – e mantenne uno stile in qualche modo cronachistico. Il film era stato considerato perduto, finché nel 1989 un collezionista tedesco scoprì d’averne una copia in cantina: restaurata e sonorizzata – nel senso che vi hanno registrato sopra la melodia di un pianoforte – è visibile interamente su YouTube in sei clip. Con una durata tre volte superiore alla maggior parte delle pellicole dell’epoca, il film è stato girato in parte filmando la partenza del transatlantico Deutschland, in parte ricostruendo un salone, una cabina di prima classe, il ponte di comando, la sala Marconi e un pezzo di sala caldaie in studio, in parte nel Baltico – le scene con le scialuppe – e in parte servendosi dei potenti mezzi tecnologici dell’epoca: un palese modellino che naviga sulla birra, perché veniva meglio in video. Con lo stile espressionistico dei film di allora, gli attori rimettono in scena lo scontro con l’iceberg, l’eroismo del marconista che rimane al suo posto, l’evacuazione della nave e la morte del capitano per annegamento, su cui si chiude il film con un laconico «Ende». Una piccola finezza è stata, nell’impossibilità di regolare le luci sul set, di rendere la differenza di luoghi con diverse colorazioni della pellicola: la partenza, avvenuta di giorno, è in normale bianco e nero; le scene in interni con la luce elettrica sono virate in giallo; le scene in esterni di notte sono rese col viraggio in blu; un pezzetto girato in sala caldaie, per significare l’alta temperatura, è reso in rosso, così come la scena in cui esplodono le caldaie (sic). Fondamentalmente, i protagonisti sono il capitano e il primo marconista.

Atlantic, Stati Uniti-Gran Bretagna 1929, di E.A. Dupont; durata 90 min (versione americana), 87 min (versione europea); sonoro, bianco e nero | Per la prima volta, il Titanic sarebbe affondato anche al cinema con voci e musica, se non che i miserabili resti dell’ormai fallita White Star, attraverso la nuova proprietaria Royal Mail Line, chiesero espressamente che fosse rimosso ogni riferimento esplicito alla tragedia reale. Fu così che il sig. Dupont dovette cambiare titolo del film e nome della nave in Atlantic, nonché camuffare i nomi dei personaggi. Una notizia da dare subito è che esistono cinque versioni della pellicola: una fu girata negli Stati Uniti per il pubblico americano, le altre quattro furono girate in Gran Bretagna nelle lingue europee di destinazione: inglese, francese, tedesco e danese. Il caso della Danimarca è particolare perché quella nazione è tutt’ora troppo esigua per giustificare le spese di un doppiaggio, pratica in ogni caso mai radicatasi. Perciò la versione danese è muta con didascalie e pare, stando a Wikipedia, che differisca dalle altre. Io ho visto solo la versione britannica, pertanto di quella sola parlerò.

Il film è basato su un’opera teatrale di Ernest Raymond, citata nei brevissimi titoli di testa come The Berg, e si nota la presenza di un impianto teatrale anche nella trasposizione cinematografica, poiché vengono più o meno seguìte le unità aristoteliche: il luogo dell’azione è presso che uno solo, un salone in prima classe dove avviene la maggior parte dell’azione; anch’essa è praticamente una, perché su tutte le piccole vicende dei singoli personaggi grava lo spettro dell’imminente tragedia; il tempo è limitato alla sola notte fatale. Trama: un piroscafo urta un iceberg e comincia ad affondare; l’ufficiale di turno si lascia scappare, parlando con un anziano passeggero paraplegico che sta in salone sulla sua sedia a rotelle, che la nave ha ancora tre ore di vita. Da quel momento tutte le azioni e decisioni dei passeggeri che verranno in contatto con il burbero vecchietto saranno scandite da un conto alla rovescia verso la morte. Ma questa situazione non provoca un clima funereo,  perché alle reazioni patetiche fa da controaltare qualche momento più leggero. Cito solo, traducendolo alla bell’e meglio, un dialogo tra il nostro vecchietto e un passeggero che ha tradito la moglie, una scena che ho adorato per il suo umorismo:

Vecchio: «Se amate ancora vostra moglie e vostra figlia, vi consiglio di imbarcarle sùbito su una scialuppa».

Passeggero: «Perché? La nave è del tutto sicura».

Vecchio: «Sì… per un paio d’ore».

Atlantic è il primo film sul più famoso dei naufragi in cui l’orchestra abbia una parte di qualche importanza. Per la prima volta il pubblico la sente suonare Nearer My God to Thee – una scelta di regia nata dai resoconti della stampa, che però riaccese la polemica sul vero ultimo brano di quei musicisti, una disputa sul sesso degli angeli in cui ho già espresso un parere.

Oltre alle pressioni dell’armatore per cambiare i nomi, regista si fece una autocensura tagliando la scena in cui la nave affondava: si temette di urtare la sensibilità del pubblico; così nel finale i passeggeri ancora a bordo, finite le scialuppe, recitano il Padre Nostro nel salone, mentre l’acqua arriva loro alle ginocchia; poi nero, con un po’ di rumori di sottofondo, e l’alba del giorno dopo. Fine.

La tragedia del Titanic [Titanic], Germania 1943, di H. Selpin, con H. Nielsen, F.E. Furbringer, S. Schmitz; durata 85 min; bianco e nero | Tutti i regimi dittatoriali hanno ben chiari i vantaggi di controllare i mezzi di comunicazione di massa. Hitler, tramite il suo ministro Goebbels, aveva reso la cinematografia tedesca un ente statale e la usava per fare propaganda: Herbert Selpin ottenne i fondi per girare un film colla consegna che fosse antibritannico, così gli venne in mente di romanzare in maniera quasi involontariamente comica la vicenda del Titanic, in modo che fosse tutta colpa di quei cattivoni degli Inglesi. In realtà, lo stesso Slepin non doveva credere troppo nella propaganda, o meglio ancora nello Stato che gliela chiedeva: fu accusato di alto tradimento e costretto a impiccarsi nella cella in cui era detenuto; il film fu completato dal collega Werner Klinger e poi bocciato dal regime perché non era abbastanza incisivo; per altro le bombe avevano già impedito di proiettare la prima. Censurato e poi restaurato, è visibile in lingua originale coi sottotitoli.

Trama: la White Star Line ha esaurito tutto il proprio capitale nella costruzione del Titanic e sta fallendo (sic); il presidente Ismay ha però un piano diabolico per salvare la ditta e, contestualmente, arricchirsi parecchio, ossia ricomprare per un tozzo di pane le azioni ai minimi e, durante il viaggio inaugurale della nuova nave, fare un annuncio che riporterà il loro valore alle stelle. A bordo con la fidanzata (sic), egli fa sapere al capitano Smith che gli spetterà un goloso premio in busta paga proporzionato alla velocità della nave (sic!) e poi annuncia che il Titanic può raggiungere la velocità record di 26,5 nodi – nella realtà 23, piuttosto normale – e che la nave concorre ufficialmente per il Nastro Azzurro.

Il primo ufficiale Petersen (chi?) è tedesco, quindi l’unico buono di tutta la storia, e si rende sùbito conto di quanto questo gioco sia pericoloso; ma nessuno lo ascolta, nemmeno quando arrivano i primi avvisi sugli iceberg. Nel tentativo di far rinsavire il sig. Ismay, Herr Petersen è disposto a far violenza a sé stesso e ai propri principî, pregando la milionaria russa Sigried Olynsky, che si trova a bordo, di corteggiare Ismay con i suoi milioni e convincerlo a cambiare piani; ma la signora ha appena ricevuto un telegramma in cui veniva a sapere che quegli altri cattivoni dei Russi – ma non c’era ancora lo zar? – le avevano appena confiscato tutto. Quindi non può esaudire alla richiesta, ma non osa dire la vera ragione, limitandosi a qualche battuta cinica; è qui che Petersen si lascia andare alla dichiarazione più anaffettiva della storia del cinema:

Petersen (con tono piatto): «Pensavo che foste una donna che un uomo potesse amare. Perdonatemi» (exit).

Alla fine, sciolta da cotanta passione – e come resistere? – la signora Olynsky si accinge ugualmente alla missione millantando d’avete ancora le sue favolose ricchezze, ma senza successo. Nel frattempo, un altro passeggero con in corpo lo stesso demonio che possiede Ismay, il milionario americano J.J. Astor, tenta la scalata alla White Star, forte delle sue azioni, ma per qualche errore di calcolo che non ho capito si ritrova con un pugno di mosche; e vi risparmio le altre quattro o cinque sotto-trame…

Giunge la notte fatale: il transatlantico viaggia velocissimo tra i ghiacci e si guasta il riflettore che servirebbe a vedere i banchi sommersi – riflettore che il vero Titanic non aveva, così abbiamo perso un minuto per far sapere al pubblico che il pericolo vero è sotto la superficie. Ciò ha però un senso, considerando che, se badiamo solo a quel che si vede in superficie, in questo film la nave urterà contro poco più che un cubetto di ghiaccio. Dopodiché la nave resterà lievemente inclinata per una mezz’oretta, finché il capitano non ordinerà l’abbandono della nave: allora il panico avrà il sopravvento e lo scafo comincerà visibilmente ad affondare.

Ci sarà spazio per scene d’azione, come quella in cui un passeggero di terza classe salva un amico intrappolato in una cabina sfondando la porta con un’accetta – a chi ha visto il film di Cameron, per il quale rimando a più sotto, verrà in mente qualcosa – o quella in cui una scialuppa si sgancia dalle gru e precipita in acqua; oppure per scene più toccanti, come quella in cui Petersen fa salire Sigried su una lancia e si salutano mentre questa cala – anche qui chi ha visto il film di Cameron, potrebbe ricordare qualcosa – o quella in cui il marconista, intento al lavoro, decide di liberare un canarino in gabbia, mentre in sottofondo si sente l’orchestra che suona Nearer My God to Thee (tra l’altro quest’orchestra di prima classe pare la Filarmonica della Scala, sono tantissimi!). L’intento era di suscitare tenerezza, ma la scena ha un dettaglio inquietante, a pensarci bene: che utilità ha liberare in mezzo all’Oceano Atlantico un uccellino che è oltretutto abituato a vivere in gabbia?

Nel corso del naufragio, Petersen riesce a salvare, oltre a Sigried, il presidente Ismay – perché compaia in tribunale, imputato nell’inchiesta sul naufragio – e una bambina, che porta a nuoto fino alla scialuppa su cui si trova Sigried e su cui poi sale anche lui: giusto in tempo per vedere la nave inclinarsi all’ultimo secondo e fiondarsi a razzo sotto la superficie del mare (sic!!!). Il film finisce con l’inchiesta, in cui Ismay viene naturalmente assolto, perché gli Inglesi sono brutti a cattivi e in più si salvano tra loro alla facciaccia di tutti gli altri.

Titanic, Stati Uniti 1953, di J. Negulesco, con C. Webb, B. Stanwick, R. Wagner; durata 98 min; bianco e nero | Finalmente Hollywood! Insolito per un film di questo genere il regista, uno che in curriculum può vantar la direzione di Marilyn Monroe in Come sposare un milionario, ma svolge onestamente il mestiere. La sua idea originaria – o degli sceneggiatori, non so – era d’intitolare il colossal “Mio Dio, più vicino a Te”, con riferimento al famoso inno che si voleva suonato per ultimo dall’orchestra e che sarà la colonna sonora del finale. L’idea fu scartata dai produttori, preoccupati che il pubblico non capisse subito l’argomento del film.

Due curiosità: la prima è che Barbara Stanwick cominciò dal teatro e fu scoperta da Irene Harris, la passeggera, moglie dell’impresario di Broadway Henry Harris, che si ruppe un braccio cadendo dalle scale in prima classe. La seconda è che proprio di questo film chiacchieravano, il 25 luglio 1956, un prete e alcuni seminaristi in un salone dell’Andrea Doria, poco prima della collisione che avrebbe affondata la bella nave italiana.

Trama: prima dei titoli di testa una sola nota degli archi, tenuta a oltranza, accompagna il capovolgimento di un iceberg che parrebbe di polistirolo; seguono i titoli e la precisazione che ciò che il pubblico vedrà proviene dai verbali delle inchieste sul naufragio. Io vorrei che ricordaste questa frase, mentre vi racconto la storia… La prima scena propriamente del film è lo scalo che il transatlantico fece a Cherbourg, in Francia, che per certi dettagli è anche ricostruito bene – per altro è questo il solo film in cui si veda questa parte del viaggio. Julia Stergiss (la Stanwick) una genuina Americana del Michigan, si sta imbarcando sul Titanic con i figli – Norman, che avrà al massimo undici anni, e Annette, che è circa in età da marito, come si diceva allora – con la scusa d’andare a trovare i nonni; in verità ella aborrisce ormai la vita agiata cui il ricchissimo marito Richard li sottopone da anni – e tutti noi qui ci chiediamo come abbia fatto a resistere fino adesso…

Ma Richard è riuscito a scoprir la trama grazie a una non meglio determinata telefonata, così li ha raggiunti in taxi. Il problema è che non ci sono più biglietti, tutto prenotato (sic); perciò egli acquista un biglietto di terza classe dal padre di una famigliola di Baschi per una somma sufficiente a comprare duecento acri di terra quando questi raggiungerà moglie e figli in America; fino ad allora, sarà il gentiluomo a proteggere la donna e i bambini. Tempo complessivo di presenza in scena della famigliola: sette minuti a dir tanto. Non sappiamo se Richard si occupi davvero di loro finché non li caricherà su una scialuppa con l’epica frase «Ho pagato un debito sociale». Quindi la forzatura evidente della mancanza di posto a bordo è servita solo a farci sapere che i poveri esistono? Grazie tante.

Intanto, al Comamdante Smith viene recapitato un pacco da un anziano capitano – forse morto nel frattempo – in cui c’è una logora bandiera inglese, che il capitano riconosce subito: era di una nave su cui Smith aveva lavorato come mozzo, affondata quarant’anni prima. In ricordo dei bei vecchi tempi la fa issare sul pennone: ecco qui un bel presagio di morte, confezionato ad arte a onta di tanti veri segnali che sarebbe stato interessante citare. Va beh.

Sera: la nave parte e Richard raggiunge il ponte di prima classe a dispetto delle barriere – qui ridotte a una catenella cui è appeso un cartello di divieto d’accesso – e, fattosi prestare un vestito buono da John Astor, irrompe a cena. Di fronte alla faccia della Stanwick quando lo vede arrivare, si capisce che Brooke di Beautiful non ha inventato niente.

Sùbito comincia la schermaglia, appena i figli si sono allontanati un momento, ed emerge il regista delle commedie brillanti e graffianti. La cosa va sempre peggiorando, coinvolgendo infine anche i ragazzi, che scoprono i piani della madre. La reazione di Annette è degna di essere menzionata:

«Mamma, ti voglio bene; ma il mio domicilio è a Parigi» (exit sdegnata).

Ma la signora Stergiss riesce almeno a trovare per la figlia un fidanzato come piace a lei, per di più senza impor nulla: dà un paio di dritte a uno studente americano perché sia lui a farsi avanti e la cosa riuscirà. Se non può impedire ad Annette di tornare in Europa col padre, Julia spera almeno di recuperare il giovanissimo Norman alla semplicità degli avi, ma su questo punto il marito è ancor più fermo, finché vien fuori il coup de teatre: Norman non è figlio di Richard, il quale la prende con filosofia – dirà a Julia poco dopo: «Entrambi sarete mantenuti dignitosamente. Ma non voglio piu vederlo, né sentir parlare di lui».

Notte. 14 aprile 1912. Mentre la nave fila rapida nonostante gli avvisi sugli iceberg, una nota degli archi tenuta a oltranza ci preannuncia quello che sta per accadere – ah, le finezze del cinema vecchia maniera!, e le sto elogiando sul serio – ed ecco emergere dalla foschia (sic) un iceberg per il quale è stata usata tutta la massa che mancava all’iceberg del film tedesco di dieci anni prima. È un mostro immane, alto due volte la nave (sic!). La manovra viene eseguita, ma non funziona: un attimo prima si vede il piroscafo passare davanti al muro di ghiaccio dandogli il fianco destro; un attimo dopo, quando agli archi si sostituisce lo stridio dell’urto, un’inquadratura sott’acqua mostra uno sperone di ghiaccio trafiggere a morte lo scafo… dal lato sinistro. Come massacrare una buona scena di tensione. Io vi giuro, se non ci credete leggete su Wikipedia: il Premio Oscar vinto dal film nel 1954 era per la miglior sceneggiatura originale…

Naturalmente la scoperta della gravità del danno, confessatagli dal capitano, fa scattare in Richard l’istinto del padre di famiglia, al di là di tutto, e alla fine tutti faranno la pace: Julia scoprirà anche lei la verità e capirà quanto lo ama ancora, ecc. ecc. Saliranno a bordo della lancia lei, Annette e Norman, il quale è ancora all’oscuro di tutta la questione che lo riguarda e non vuole lasciar solo il padre: appena possibile, il ragazzino torna a bordo della nave da una finestra e va a cercare Richard; quando Julia se ne accorge, è troppo tardi. Intanto il giovanotto che spasima per Annette – i due si sono anche baciati poco prima, nella penombra – tentando di districare le cime che legano la scialuppa alle gru e si sono impigliate, cade in acqua e viene recuperato. Intanto scoppiano le caldaie (sic!!), il che è un richiamo simbolico alle guerre e alle bombe, altre distruttrici di mariti e figli: solo allora il transatlantico comincia ad affondare e in quel contesto padre e figlio si ritrovano. Mentre tutti cantano il famoso inno, la nave si inclina, poi un altro scoppio interrompe la musica e la nave sprofonda in mare scoppiando definitivamente (sic!!!).

Una voce narrante conclude la storia con le ultime considerazioni, in parte non dppiate – non so perché. L’ultima inquadratura mostra i sopravvissuti sulle lance mentre remano, la mattina dopo, in mezzo ai ghiacci, verso un punto fuori dall’inquadratura, forse il Carpathia, e vengono cantate le ultime note dell’inno. Fine.

Titanic: latitudine 41 Nord [A Night to Remember], Gran Bretagna 1958, di R. Baker, con K. Moore; durata 123 min; bianco e nero | Walter Lord, visto il successo del suo libro (v. Bibliografia, ad vocem “Titanic: la vera storia”) fu sùbito contattato dalla B.B.C. per trasformarlo in uno sceneggiato di due puntate (1955) e poi da William McQuitty, un produttore cinematografico indipendente. Questi ricordava ancora di quando, da bambino, aveva assistito al varo della nave naufragata; come Lord era stato trascinato negli abissi dell’immaginario, incantato come dalle Sirene.

Affidato al regista Roy Baker, il film fu realizzato senza badare a spese, ricostruendo gli ambienti in studio con la stessa maniacale precisione che dopo quarant’anni avrebbe caratterizzato anche Cameron, ma senza avere alle spalle Hollywood né la possibilità degli effetti digitali. La cosa è evidente non tanto per il modellino, così preciso che pare una nave vera, ma per il fatto che la quasi totalità delle scene è ambientata in quella notte fatale o in interni. Che cosa c’entri, vi chiederete: è un trucco per rendere credibile il modellino e non far vedere che le scene del naufragio sono girate tutte dentro un capannone; con le luci accese, sul suo bel mare ricostruito in vasca, pare proprio il Titanic diretto al suo terribile appuntamento con la Storia. Ciò non ostante, è possibile vedere anche un paio di scene diurne, in parte ricreate con immagini d’epoca e in soli due casi rubate al film tedesco del ’43 – immagino il solo per cui nessuno avrebbe reclamato diritti – in cui si vede per un attimo la nave in viaggio sotto il sole; i due tratti di pellicola sono stati però montati al contrario, in modo che la nave andasse da destra a sinistra e non da sinistra a destra.

Trama: prima dei titoli di testa, vediamo il caro del transatlantico, nel quale è stata inserita la più grossa inesattezza del film, ossia la cerimonia con rottura di una bottiglia di champagne che nella realtà non venne fatta. Nonostante MacQuitty avesse visto quel momento, si decise di alterare i fatti, ma possiamo perdonare gli sceneggiatori – Lord compreso, che fece da consulente storico – per due ragioni: la prima è che nel cinema classico lo spezzone precedente i titoli è tradizionalmente un momento in cui le regole possono essere infrante; la seconda è la battuta stupenda che viene messa in bocca a un’agghindata signora pronta a lanciar la bottiglia, la sola prima dei titoli, che riassume perfettamente tutto il film:

«Battezzo questa nave “Titanic”. Che Dio la benedica e l’assista nei suoi lunghi viaggi».

Le immagini dello scafo che scivola giù dalla rampa verso il mare sono quelle vere; oggi hanno centosei anni. Su di esse già comincia la musica che accompagnerà i titoli, i quali scorrono scritti in bianco su immagini del mare riprese da un’instabilissima e veloce imbarcazione; unite al ritmo solenne del brano, quasi un avanti-indietro continuo, danno una lieve sensazione di mal di mare; ma il vero difetto è che per la maggior parte del tempo lo sfondo è rappresentato dal cielo più che dal mare, col risultato che i titoli sono quasi invisibili…

Le vere pecche del film, nella sostanza, qui finiscono, ed è meritato l’appellativo di “miglior film sul mare” tributatogli ai tempi. Dopo i titoli di testa, alcune scene emblematiche dipingono efficacemente lo sfondo storico del viaggio fatale: ciò che si pensava e credeva, la divisione in classi, gli entusiasmi e le speranze. Nella cornice spiccatamente corale, che vede quasi tutti i passeggeri vivere sulla scena senza che venga mai fatto il loro nome – per il quale forse si rimanda al libro di Lord, oso malignare – emergono alcuni uomini che muovono il dramma, i primi attori del film e anche un po’ del fatto vero: il capitano E.J. Smith, il capo-ingegnere Andrews, il «consigliere delegato» Ismay e il secondo ufficiale C.H. Leightoller, il quale è praticamente un protagonista, secondo gli standard del film. Mostrata la partenza, che è una occasione di presentare bene i primi tre – Leightoller è già apparso da un po’ – si passa sùbito a domenica 14 aprile, e da lì alla famosa notte. In un tempo tutto sommato breve lo spettatore esplora la nave attraverso i frammenti di vita a bordo, per poi essere gradualmente immerso nell’atmosfera di quiete prima della tempesta. L’iceberg appare solo in due inquadrature, un figurante e nulla più, mentre tutta la scena dell’incidente è concentrata sulle persone e su quello che fanno, restituendo ad oggi la più verisimile delle ricostruzioni.

Metà film è occupata da quel che segue, evacuazione, affondamento, cronaca di come i naufraghi giunsero alla mattina dopo. Alle vicissitudini a bordo fanno da contrappunto quelle sul Carpathia, la nave soccorritrice a dispetto del pericolo rappresentato per essa stessa dai ghiacci fatali al Titanic, e quelle sul Californian, il transatlantico che si riteneva non avesse tentato di raggiungere la nave in panne pur potendolo: la sola attenuante che il film concede al povero capitano Lord – stesso cognome dell’autore del libro – il quale solo noi oggi sappiamo incolpevole, è d’aver commesso un tragico errore scambiando per segnali convenzionali i razzi di soccorso del Titanic. Questo, come alcuni altri errori nella ricostruzione, non può essere addebitato a Walter Lord o ai realizzatori del film: erano sbagliate direttamente le informazioni di base. A parte il problema della fedeltà alla vera storia, che segnò in tutti i sensi una discontinuità con ogni pellicola precedente e rimane il principale punto di forza del film, bisogna anche riconoscere una certa attenzione alla ricostruzione dell’ambiente, una sorta di brevitas virgiliana – non nella durata ma nella quantità d’informazioni comunicate nelle singole scene – e uno sbalorditivo realismo nel rendere certe scene senza avere a disposizione chi sa quali effetti speciali. All’attenzione ai dettagli si aggiungono anche la capacità di dare una psicologia credibile ai personaggi, un’attenzione maggiore prestata agli emigranti rispetto alla maggior parte dei precedenti film e una certa sensibilità anche per il lato più umano e drammatico senza scadere nella troppa retorica. Non si cerca di dare giudizi su coloro che prendono parte alla tragedia; come disse Manzoni: «ci basta d’avere dei fatti da raccontare».

Una curiosità: alcuni sopravvissuti, tra i quali Millvina Dean, che sopravvisse più a lungo di tutti gli altri e passò a miglior vita nel 2008, videro quel film al cinema; sopportata con una certa facilità la prima parte, non poterono trattenere le lacrime quando arrivarono alla seconda. Troppo realismo. Giurarono di non veder più un film sul Titanic e, sino alla fine, mantennero la promessa.

S.O.S. Titanic, film per la televisione, Stati Uniti/Gran Bretagna 1979, di W. Hale, con H. Andrews, I. Holm; durata 144 min (ed. televisiva), 102 min (ed. cinematografica europea); colore | Per la prima volta a colori, la tragedia del Titanic torna sugli schermi, questa volta di casa. La vicenda di questa produzione è piuttosto particolare in quanto il film venne scritto e girato per la televisione, ma successivamente anche riadattato per la proiezione cinematografica in Europa: per “adattato” s’intende che il film venne tagliato, rimontato e doppiato in più lingue, compresa la nostra. Avendolo io visto in ambedue le versioni, ho deciso di parlare di quella originale televisiva, per poi dire qualcosa su come la successiva versione cinematografica si discosti dalla precedente

Trama: tre storie d’amore si distribuiscono equamente tra le tre classi a bordo della nave del destino. Lo spettatore, però, assisterà prima a una sequenza introduttiva: le immagini in bianco e nero di un cinegiornale vengono commentate da una voce fuoricampo di tipo documentaristico, la quale c’informa, tra le altre cose, che il Titanic si trovò nel caso di dover lanciare il primo messaggio di S.O.S. della Storia. Non è vero, per quanto quello del Titanic sia di sicuro il più famoso della categoria; ma è la ragione del titolo, quindi siate comprensivi e porgete l’altro orecchio[2]. Il cinegiornale sfuma nei titoli di testa, a colori, che scorrono a nastro su riprese di iceberg accompagnate da una musica cupa. Alla fine di essa, siamo sul Carpathia la notte tra il 14 e il 15 aprile 1912: il marconista capta per caso la richiesta d’aiuto e sveglia il capitano Rostron, il quale calcola che ci vorranno ben quattro ore per raggiungere il transatlantico in panne. Tra i preparativi per il recupero dei superstiti, il tempo scorre e la nave soccorritrice giunge sul posto, dove trova solo le scialuppe con i sopravvissuti. Una serie d’inquadrature strategiche presenta senza alcun commento un certo numero di personaggi mentre vengono salvati; l’attenzione si sposta su uno solo di loro, che si scopre essere Ismay. Sarà lui a rievocare tutta la storia, come succede nel mio fumetto – mi sembrava una buona idea narrativa, vecchia come Omero ma ancora di grande effetto.

Le tre storie: in prima classe l’amore eccessivamente bersagliato dai giornalisti del signor Astor e della sua fin troppo giovane moglie, concluso in tragedia dalla morte di lui. Oltre ai fastidi derivati dalla reazione scandalizzata e insieme morbosamente curiosa del bel mondo, sulla coppia aleggia anche lo spettro della prima moglie del colonnello, da cui ha recentemente divorziato, controbilanciato dal sincero affetto di amici veri come Molly Brown – la quale qui costringe tutti, specie la vedova Bucknell di cui si segnala l’unica apparizione filmica, a chiamarla col celebre nomignolo indipendentemente dalla realtà storica – e dall’attesa dell’erede della coppia.

In seconda classe, il vedovo professor Lawrence Beesley, il più intervistato passeggero del suo settore e autore de La perdita della S.S. “Titanic“, viene colpito da una cotta per un’immaginaria insegnate americana con cui chiacchiera sovente e passeggia sul ponte. Oltre all’improvvisa scoperta che esisteva una seconda classe, di cui rendiamo merito ai realizzatori della miniserie, la caratteristica peculiare di questa parte della trama è la timidezza incredibile dei due innamorati, che si trovano a combattere ciascuno con sé stesso, tra la mancanza di coraggio di lui nell’ammettere i propri sentimenti e la ritrosia di lei, che non si sente di valicare i limiti imposti dalla società: «Le amicizie di bordo, come gli amori di bordo, terminano con il viaggio, e non è buon gusto continuarle a terra»; e poi, di fronte alla proposta molto indiretta di lui, quasi cavatagli di bocca parola per parola: «Mi perdoni, ma sto aspettando un’offesa migliore». I due personaggi si salvano entrambi per vie diverse, per poi ritrovarsi a bordo; non ci viene mostrato come, li vediamo solamente appoggiati al parapetto del ponte di seconda classe del Carpathia, come li avevamo già visti sul Titanic, a parlare dell’accaduto e di come abbia cambiato la loro visione del mondo; si metteranno insieme? Agli spettatori l’ardua sentenza.

In terza classe seguiamo un gruppo di giovani emigranti irlandesi, rigorosamente divisi tra uomini a prua e donne a poppa, che possono incontrarsi solo nella sala comune per ballare. Tra le ragazze spicca, nonostante parli pochissimo, una ragazza che subito attira l’attenzione dell’operatore della telecamera: nel senso che sembra davvero che passi di lì per caso, senza essere prevista dalla sceneggiatura; pare avvolta da un ineffabile fascino, e subito attira l’attenzione del giovanotto che, nel gruppo, parla di meno. Basta che si vedano, dai due capi del salone, la prima sera: cercano un contatto ma nel caos delle danze la giovane senza nome fa in tempo a scomparire; quando si rincontreranno, non sarà necessario parlare, infatti non si dicono mai niente per tutto il film. Cominciano a ballare su una canzone lenta e un po’ malinconica, che è un po’ la loro colonna sonora. Al momento di salire in un piccolo gruppetto verso i ponti superiori per evacuare la nave, la coppietta dovrà separarsi: infatti il commissario di bordo, preoccupato di eventuali saccheggi, sbarra loro la strada quando entrano nella sala da pranzo di prima classe; la sua sola concessione è che passino le donne, così i due si guardano intensamente negli occhi e, pian piano, si lasciano le mani. Non si rivedranno mai più: lei salva, lui annegato.

In tutto questo si inseriscono le vicende di altri personaggi, dai coniugi Harris – unico film in cui la signora Irene viene mostrata mentre cade dalle scale rompendosi un braccio, ma solo nella versione televisiva estesa: questa scena, che ho un po’ riprodotto nel fumetto, è stata tagliata nell’edizione cinematografica europea: così la gag, che pure è rimasta, in cui la donna, col braccio fasciato, si lamenta di dover fare le scale, sia pure per un piano, perde completamente di significato – ad alcune cameriere; dal signor Ismay al capo ingegnere Andrews; dal capitano Smith ai fuochisti. Nel film, per non perdere tempo, l’inno Ethernal Father Strong to Save, che alcuni passeggeri cantarono in salone la sera del 14 aprile, viene inserito come canto finale della messa di quella mattina, con una inquietante sovrapposizione di questa scena a un’immagine di ghiacci alla deriva. La stessa mossa, senza ghiacci, viene eseguita da Cameron nel suo colossal.

Per girare il film, considerato il budget piuttosto limitato delle produzioni televisive, si fece ricorso ad alcuni trucchetti che è interessante ricordare: la maggior parte delle scene è stata girata a bordo del transatlantico Queen Mary, celeberrimo residuato degli anni Trenta ancor oggi visitabile in un porto californiano dove è stabilmente ormeggiato dal 1967, anno in cui venne ritirato dal servizio per sopraggiunti limiti d’età. La nave, ben più grande del Titanic, non vi somiglia per niente, ed ho potuto riconoscerla da certi segni distintivi; poiché non era ammissibile affondarla per girare una serie televisiva, si decise di allagare sezioni di nave ricostruite in studio, inclinare telecamere e rovesciare finti mobili tra la gente in fuga e infine rubare impunemente e colorare in qualche modo alcuni spezzoni da Titanic: latitudine 41 Nord, ingegnosamente sovrapposti e integrati al resto del film.

Un’ultima curiosità è che questa è la sola versione in cui gli orchestrali si piazzano sul ponte inclinato del transatlantico accompagnati anche dal pianista, e non solo con gli archi; naturalmente il pianoforte è di quelli a muro e ha le rotelle, così che il nostro eroico e baffuto musicista deve trattenerlo con una gamba cercando di suonare alla meno peggio man mano che l’inclinazione aumenta. Il destino degli otto uomini verrà simbolicamente rappresentato, mentre suonano l’ultimo brano – qui un inno religioso dal titolo Autunno, già indicato come tale nello sceneggiato del ’55, da una voce narrante che qui non c’è – dal pianoforte che, sfuggito alla presa del suo suonatore, scivola fino al ponte di comando, rovesciandosi rumorosamente nell’acqua che lo sta invadendo.

Blitz nell’Oceano [Rise the Titanic!], Stati Uniti 1980, di J. Jameson, con J. Robards, R. Jordan; durata 115 min; colore | Questo film è un caso limite che però mi pareva di un certo interesse: non tratta infatti l’affondamento del Titanic, ma il suo recupero, che si lega a una vicenda di spionaggio nella quale non mi intrometterò, non avendo mai visto tutta la pellicola. Tratto dal romanzo Recuperate il Titanic! di Clive Cussler – che non si capisce perché come libro abbia conservato il titolo originale in semplice traduzione mentre come film l’abbia perso – parte dal presupposto che a bordo della famosa nave viaggiasse una misteriosa valigia contenente un minerale radioattivo immaginario, il bizanio, grazie al quale si potrebbe costruire un’arma micidiale. Non chiedetemi perché, una squadra americana è convinta che non potrebbe trovare al mondo un po’ di quella roba, se non nella stiva del Titanic; peccato che anche i sovietici vogliano il minerale, così parte la gara a chi ripesca l’augusta carcassa per primo. Alla fine non trovano niente, neanche gli incassi al botteghino; risultato un fiasco, il film fece sbottare al produttore qualcosa come: «Sarebbe costato di meno prosciugare l’oceano!». In ogni caso, cinque anni dopo il biologo marino Robert Ballard scovò il relitto, la cui posizione corretta era fino ad allora rimasta un mistero, dimostrandone impossibile il recupero, sia per la profondità a cui si trova, sia perché è talmente corroso da batteri che vanno matti per il metallo, che se si provasse a tirarlo su si sbriciolerebbe lungo il percorso.

Titanic [Last Trip – Ultimo viaggio], film per la televisione, Canada/Stati Uniti 1996, di R. Lieberman, con P. Gallagher, G.C. Scott, C. Zeta-Jones; durata 137 min in due puntate; colore | Questo film è adeguatamente definibile attraverso una battuta che il ragionier Ugo Fantozzi dedicò a La corazzata Potiëmkin, un po’ perché la fretta di farlo uscire prima del colossal di Cameron impose tempi contingentati a danno della qualità, e un po’ perché chi lavora alle fiction tende un po’ a lasciarsi prendere la mano. L’esito di tutto ciò è un’opera parecchio raffazzonata, inutilmente cruda e fosca dove non c’era bisogno e priva d’accuratezza per le altre parti, con notevoli punti deboli nella sceneggiatura. Ho vista la miniserie solo in inglese, con sottotitoli in non saprei dir quale lingua al di sopra di Amburgo: pertanto non ho capito proprio tutto ma cercherò di dare almeno le linee generali del pasticcio.

Trama: una psicopatica infanticida di Londra, tormentata da incubi ricorrenti di cui abbiamo subito un saggio più che bastevole, viene assunta in tutta fretta come bambinaia dalla ricca famiglia Allison, che sta preparando il ritorno in America con il Titanic; la bambinaia, che all’ignara famiglia sembra solo un tantino strana e molto protettiva verso il neonato Trevor, cui dovrà badare, nel momento dell’emergenza salverà l’infante senza prima avvisare i datori di lavoro dei suoi piani, così che gli Allison perderanno tutte le scialuppe perché impegnati a cercare bambinaia e secondo figlio, con in braccio la piccola Loraine di due anni e annegheranno tutti e tre. Questa storia completamente falsa si basa su un tragico scambio d’identità tra la bambinaia dei signori Allison, Alice Catherine Cleaver, e una certa Alice Mary Cleaver, pazza e in carcere per infanticidio: l’equivoco era però stato scoperto da tempo, poiché la Cleaver matta era regolarmente detenuta ancora all’epoca del viaggio del Titanic, né era mai uscita di cella per tutto quel tempo. La fretta, a volte, non fa leggere per intero le biografie, a quanto pare. Nel frattempo, un’aristocratica s’imbarca in prima classe, dove incontra un «giovin signore» [3] che pare conoscere bene e odiare a morte, non chiedetemi perché; seguono frecciate e piccoli screzi, ma vi invito a scrivere qui sotto, secondo voi, quanto tempo impiegheranno per finire a letto. Nel frattempo, un ladruncolo di periferia inseguito dai gendarmi s’imbarca al séguito di una famigliola d’emigranti con la quale ignoro quali legami abbia; ma non importa, s’innamorerà della depressa figlia maggiore, salvandola dal suo leopardiano carattere, e cambierà vita, non prima d’aver accettato di prender parte al diabolico piano di saccheggio delle cabine di prima classe architettato da uno steward molto corrotto e molto cattivo, e aver mandato poi tutto a monte rendendosi conto di quanto la sua vita sia stata fino a quel punto sbagliata. Nel frattempo il capitano Smith commetterà i suoi gravissimi errori decidendo di punirsi con la morte in mare, lo steward cattivo approfitterà della depressa ragazza di terza classe in una delle docce – mai esistite – dei bagni in comune di terza classe, poi saccheggerà una lussuosa cabina durante l’affondamento anche senza l’aiuto del giovane ladruncolo convertito, salirà su una scialuppa fingendosi una donna con scialle in testa, cercherà d’assumere il comando di questa con la minaccia della pistola e cadrà in mare tramortito dall’ufficiale, come era destino essendo egli il cattivo. Se nel frattempo succedesse ancora qualcosa, o son cose di poco conto, o non le rimembro, per cui abbiate pazienza.

Fondamentalmente non c’è molto altro da dire del film, se non che la scena del naufragio è stata in parte gonfiata di pathos e in parte fin troppo accorciata per un film che, fino a prova contraria, s’intitola Titanic. In particolare, dopo il ritrovamento del relitto nel 1985 ciò che il pubblico sarebbe forse stato curioso di vedere è lo scafo che si spezza a metà affondando: nella scena dell’inabissamento si vede lo scafo, mezzo fuori e mezzo dentro l’acqua, aprirsi tra i fumaioli in una nuvola di scintille, ma al pubblico viene mostrato il solo inizio di questa scena, cui si sovrappongono altre immagini in dissolvenza con una tragica colonna sonora che domina tutto. Alla fine, un inguardabile poppa in palesissima C.G.I. scende sotto l’acqua altrettanto finta, a malapena increspandola. Seguiranno le sequenze successive, dal salvataggio allo scioglimento finale delle singole vicende. Ah, il «giovin signore» muore, tanto per completare il discorso, mentre la ragazza depressa e il ladruncolo si ritrovano e lei non è più depressa, e vissero felici e contenti; loro, mentre il pubblico no, infatti la seconda puntata fu un flop.

Titanic, Stati Uniti 1997, di J. Cameron, con L. Di Caprio, K. Winslett; durata 195 min; colore | Ah, eccolo qui finalmente! L’invidiabile traguardo degli undici Oscar, campione d’incassi fino ad Avatar dello stesso Cameron, un’impressionante coda di ragazzine, tutte innamorate perdutamente del giovane Di Caprio, davanti alla cassa del cinema. Il film ha due meriti indiscussi: aver dato nuovo impulso all’immaginario collettivo sul naufragio e averlo fatto scoprire a me, che da piccolo vidi in televisione quelle tre ore e un quarto di narrazione hollywoodiana – ok, magari la seconda è una questione di minore entità…

Trama: una banda di tombaroli oceanici del presente recupera dal mare una cassaforte del Titanic che era rimasta chiusa là sotto dal 1912; costoro sperano di trovarvi dentro, a coronamento di anni di ricerche, il Cuore dell’Oceano, un diamante blu da cinquantasei carati inventato per l’occasione dagli sceneggiatori. Purtroppo nella cassaforte non ci sono preziosi, se non banconote che l’acqua di mare ha trasformato in una pappa di poco interesse, ma il restauro dei reperti riporta quasi allo splendore originario un bel ritratto a carboncino di una fanciulla che indossa il diamante; e nient’altro. Viene subito lanciato un appello perché chiunque possa aiutare a identificare la giovane del ritratto si faccia avanti, e così spunta fuori un’arzilla signora americana di centododici anni – ammesso che il presente del film corrisponda al 1997 in cui è uscito – la quale afferma di essere lei la ragazza ritratta e di non essere un’oscura vecchietta americana ma tale Rose De Witt-Boukater, che si credeva morta nel naufragio. Naturalmente, anche lei è un’ottimo parto della fantasia degli sceneggiatori, che se non altro si sono premurati di renderla il più possibile verisimile. Invitata sulla nave da ricerca impegnata nell’esplorazione – nonché spoliazione – del relitto, la vecchia racconta tutta la sua storia: visto che il sistema del flashback funziona?

Rose (Kate Winslett, nel film diciassettenne) è figlia di un defunto nobile inglese, che le ha lasciato in eredità una tonnellata buona di cambiali, e di un boa constrictor così ben truccato da sembrare una donna. Per salvare sé stessa e la figlia dalla bancarotta, la signora ha architettato il di lei fidanzamento con Call, un odiosissimo rampollo della nuova aristocrazia, quella che controlla il vile danaro; peccato che Rose, non troppo più simpatica essendo enormemente viziata, sia certa, nella vita, di una cosa sola: non lo ama e preferirebbe buttarsi giù dalla nave, che sposarlo; appunto. Ma è qui che diventa fondamentale il ruolo di Jack Dowson (Leonardo Di Caprio), il quale si è imbarcato sulla nave all’ultimo secondo insieme all’amico Fabrizio – Italiano, il che per gli Americani è sinonimo di “siciliano”, a quanto pare – vincendo i biglietti al poker. La seconda sera della traversata, quando ormai il Titanic s’è lasciato la terra alle spalle, Jack sta contemplando la volta stellata steso su una panchina sul cassero di poppa, quando vede Rose correre come una forsennata verso la ringhiera e arrampicarvisi per buttarsi oltre le eliche.

In qualche modo la convince a non compiere l’insano gesto, ma quando ormai la giovane sta tornando indietro un lembo traditore del lungo abito da sera le scivola sotto la scarpa e le fa perdere la presa. Nel tentativo di tirarla su – l’ha infatti presa per una mano – Jack si slancia indietro e i due precipitano uno sull’altra sul fasciame del ponte, così che pare che il giovanotto avesse strane mire nei confronti dell’altolocata signorina. Giunti sul ponte il fidanzato gelosissimo col segretario, la madre, il commissario di bordo e un paio d’uomini d’equipaggio e passeggeri curiosi, Jack viene salvato da Rose, che racconta del proprio salvataggio omettendo le intenzioni suicide che l’avevano reso necessario: nella sua versione per la stampa, la sua caduta di sotto sarebbe stata accidentale, «Mi sono sporta troppo per vedere le… le…» (mima col dito il moto rotatorio delle eliche). Dato che allora il giovanotto è un eroe, bisogna sdebitarsi con lui, così che viene invitato a cena la sera dopo in prima classe: ma mentre il sig. Lovejoy, segretario di Call, si rende conto che la rapidità degli eventi descritti da Rose non spiega come Jack abbia fatto in tempo a levarsi la giacca e le scarpe, nessuno si chiede come Rose abbia potuto sconfinare così facilmente in terza classe, se nella seconda parte del film le barriere tra i settori saranno invece impenetrabili. Va beh.

Fattosi prestare uno smoking dalla signora Brown, Jack si presenta a cena e la serata riesce finanche piacevole; ma poi invita Rose, tramite un bigliettino, a «una vera festa» nel suo settore, dove i due si divertono un mondo, ignari completamente che Lovejoy sia sceso dietro di loro e abbia visto tutto. Sfuriata di Call la mattina dopo, più il divieto di rivedere Jack imposto dalla madre di Rose; ma siccome al bastone è opportuno segua la carota, Call regala a Rose il famoso diamante, un pendente splendido e pesantissimo, come il matrimonio che hanno in mente per lei; un cappio, praticamente. Sarà per esorcizzarlo, che Rose, sapendo l’abilità di ritrattista di Jack, si fa dipingere con quel diamante, stesa sul divanetto della suite come mamma l’ha fatta? L’amore tra i due è cosa ormai evidente a entrambi, ma gli ostacoli aumentano, mentre s’intensificano anche le avvisaglie che sarebbe meglio rallentare la marcia trionfale del transatlantico; ma il sig. Ismay, poco incline a badare agli avvisi sugli iceberg, spinge delicatamente il capitano Smith, sul quale non dovrebbe esercitare alcuna autorità, ad accendere le ultime caldaie ancora spente, portando la nave alla massima velocità – in realtà no, ma comunque a una velocità superiore al buonsenso.

In un modo o nell’altro i due giovani finiscono in un’automobile nella stiva, dove avviene l’immancabile scena d’amore; Call ha mandato degli steward a cercare la fuggitiva ma, non si sa né si vuol dire come, i due riescono a rivestirsi e guadagnare il ponte di coperta. Mentre festeggiano la riuscita fuga, le due vedette si divertono a far battute sui piccioncini, per poi voltarsi e scoprire che c’è un iceberg sulla loro rotta. Sì, il naufragio potrebbe essere colpa di Jack e Rose, che distraggono la gente che lavora. La scena della manovra e della collisione è stata girata in modo da produrre un misto di azione e tensione, per certi versi molto più vicina alla teatrale ed esasperata gestualità degli attori di In Nacht und Eis che alla verità o anche solo ai migliori film precedenti. Si tenga conto, infatti, che i marinai di vedetta sapevano di dover prestare attenzione ai ghiacci galleggianti e che in plancia si fecero le dovute manovre con un sentimento non d’emergenza ma di ordinaria amministrazione. Sta di fatto che il gigante dei mari urta un buon esempio di computergrafica e ne resta mortalmente ferito. A emettere la sentenza definitiva pensa il sig. Andrews, spiegando i risultati dell’urto alle allibita facce del Comandante e di Ismay, al quale Smith mormorerà andandosene:

«Ho l’impressione che sul giornale ci finiremo comunque». Ho apprezzato, caro signor Cameron.

Nel frattempo, Rose e Jack hanno visto tutta la scena e tornano alla suite di lei, per avvisare il boa e, già che ci sono, Call. Ma questi, che al momento pensa più che altro a sbarazzarsi del rivale, lo fa incastrare tramite Lovejoy, che infila proditoriamente il diamante in tasca a Jack; questi, accusato di furto, è chiuso in una cella cari ponti più giù, sotto la custodia amorevole del segretario di Call. Intanto comincia l’evacuazione, un fuori programma verso il quale i passeggeri si mostrano un tantino restii.

Rose, invece di salire sulla scialuppa, va a cercare Jack, costringendo il povero addetto all’ascensore a scendere fino al ponte già allagato dove è ubicata la cella. Raggiunge il posto esatto, trova un’accetta e libera Jack dalle manette che lo legavano a un tubo. I due trovano in qualche modo l’uscita sui ponti, passando attraverso innumerevoli ostacoli, finché trovano Call, che convince Rose a salire su una scialuppa assicurandole che lui è Jack si salveranno in virtù di un accordo un po’ losco con l’ufficiale. In effetti l’accordo c’è, ma non contempla la salvezza di Jack, e Rose, guardandolo dalla scialuppa che cala mentre dietro di lui un razzo di segnalazione illumina il cielo nero e gli fa da aureola, deve essersene resa conto: infatti infila una finestra del ponte inferiore e i due si raggiungono, scatenando la furia omicida di Call e riproponendo una scena di The Bourne Identity sullo scalone di prima classe di una nave che affonda. Quando poi la pistola si scarica, il giovanotto scoppia in una risata isterica perché si è accorto di aver dato a Rose il cappotto con dentro il diamante…

Alla fine di tutta la vicenda i due colombi si troveranno sulla poppa insieme a centinaia di disperati, tra gente che scivola sul ponte inclinato, figurine al computer che si buttano di sotto, sacerdoti che declamano l’Apocalisse e l’improbabile romanticismo della ragazza – «Jack… è qui che ci siamo conosciuti!» – finché accadrà l’irreparabile. La nave si spezza in una maniera dettata più dal botteghino che dalla fisica, permettendo una scena da montagne russe – gente che urla afferrata alla ringhiera, come nei migliori spot di Gardaland – e segnando la fine della “Regina degli oceani”. Com’è noto, la scelta assurda di Rose di tornare a bordo condanna il povero Di Caprio a morir congelato per permettere a lei di restare all’asciutto sopra un pannello di legno, che minaccerebbe di rovesciarsi sotto il peso d’entrambi. Scoprendo la morte dell’amato – qui la sala del cinema si riempie d’urla disperate delle ragazzine – Rose si rassegna a lasciarlo al mare che gliel’ha portato via e cerca di salvarsi attirando con un fischio l’attenzione della sola scialuppa che tornò in cerca di sopravvissuti in mare; il fischietto viene da lei rinvenuto al collo di un ufficiale subalterno nel frattempo deceduto d’assideramento, come il povero Jack.

Salvata dal Carpathia, Rose dà un falso nome allo steward che glielo chiede: «Dowson, Rose Dowson», come fosse coniugata al povero Jack e riecheggiando involontariamente James Bond. Call si è salvato fingendosi il solo parente di una bambina – che poi molla al proprio destino: che tenero! – e le passa a un metro senza riconoscerla; è qui che la vecchia Rose, come voce narrante, ci fa sapere che morirà suicida dopo aver persa la sua fortuna nel crollo del ’29, il che non risarcisce a sufficienza le ragazzine. Finita la storia, la vecchietta potrà tornarsene a casa: la squadra dei profanatori oceanici non ha trovato il diamante, ma nessuno sa che ce l’ha ancora lei! Lo butta dal ponte della nave da ricerca nottetempo, quando nessuno la vede, riconsegnando al mare anche quello. Poi, non si sa se perché dorme e sogna o se per morte naturale, Rose torna sul Titanic con Jack e può finalmente baciarlo davanti a tutti i passeggeri, sulle belle scale ritornate come allora. Voce cristallina di Celine Dion; fine.

Una curiosità: un Jack Dowson è esistito davvero, ma era un fuochista.

Titanic, film per la televisione, Gran Bretagna/Ungheria 2012, di J. Jones, con S. Waddington, D. Calder; durata 190 min in quattro puntate; colore | Sceneggiata dal premio Oscar J. Fellowes, che già si occupò di Downton Abbey, la miniserie ha il suo punto di forza proprio nella più complessa delle sceneggiature: le prime tre puntate raccontano il viaggio ed eventuali antefatti fino alla notte fatale, vedendo lo stesso arco temporale da diversi punti di vista e divertendosi a combinare momenti diversi della stessa scena in modo che il pubblico possa man mano ricostruire tutta la rete di singole vicende come in un intricatissimo puzzle. In tutte e tre verranno seguiti alcuni personaggi, lasciando gli altri sullo sfondo, e la puntata si chiuderà con qualche protagonista abbandonato in una situazione apparentemente senza via d’uscita o di potenziale pericolo di morte.  Il quarto episodio racconta solo la notte del naufragio e riannoda tutti i fili completando l’affondamento della nave e mostrando chi si salva e chi no.

Le vicende: in prima classe, l’immaginaria nobile famiglia Menton, inglese, s’imbarca per un trasferimento negli Stati Uniti: la figlia dei coniugi, Lady Georgiana, soffre di un male non meglio determinato che ha costretto il medico a prescriverle un radicale cambio d’aria – probabilmente nelle vaste praterie del Midwest. All’inizio, la ragazza viene liberata da una cella dov’era stata rinchiusa per una non autorizzata manifestazione di suffragette, il che ci informa sia del suo caratterino ribelle sia dei privilegi di cui gode e della sollecitudine con cui il padre se ne serve per lei. La madre è una contessa enormemente altezzosa e preoccupata costantemente di non mischiarsi al volgo, per ciò si può immaginare che la figlia abbia sviluppato un certo modo di pensare in contrasto con lei; ma non divaghiamo. L’avvocato di Lord Menton viaggia con la moglie in seconda classe: lui è un borghese piccolo piccolo, sottomesso, timido, placido, grigio; lei, Muriel, una casalinga depressa, che odia la sua città, il suo quartiere, la sua vita deprimente e si svaga leggendo le carte riservate del marito, che ama ma a cui rimprovera l’assoluta mancanza d’ambizioni. La crisi è evidente e si scatena all’ennesima prova fantozziana del marito, che accetta supinamente un invito a un tè in prima classe da parte di Lord Menton, quando si trovano per caso sul treno per Southampton, nonostante la reazione di Lady Menton sia assolutamente non entusiasta della vicinanza ad inferiori – magistrale il commento di Muriel: «Sarebbe stata meno turbata se le avessimo sputato in faccia!». Durante l’evacuazione verrà fuori, per bocca della già nervosissima e inferocita Muriel, che Lord Menton ha una figlia illegittima, la qual cosa non era per nulla ignota a Lady Menton, nonostante le precauzioni di lui e dell’avvocato. La contessa rischia di non salvarsi per restare accanto al marito e dimostrare che l’ha perdonato, ma poi viene convinta dalla figlia; ora chi rischia di morire è Lord Menton, salvato per il rotto della cuffia dalle acque alla fine. A contribuire alla sua rianimazione sarà Dorothy Gibson, che compare in quest’unico film a parte quello perduto in cui recitò lei stessa, e sulla quale la signora contessa nutriva immensi pregiudizi; salvo poi capire che le classi non contano niente di fronte all’umanità. L’avvocato si salverà, ma dopo aver recuperato il rapporto con Muriel, la perderà nel disastro.

Altri personaggi di questa parte delle vicende sono il signor Guggenheim di cui – unica volta in video – vediamo l’amante, i signori Widener il cui figlio si innamora di Lady Georgiana, ricambiato, ma morirà nel naufragio; una coppia divertente ma inventata di altissimo borghesi con cui i nobili europei vogliono avere il meno possibile a che fare; il signor Andrews e il signor Ismay, più in qualche scena, un Lord Pirrie sprovvisto di barba.

I servitori della famiglia Menton sono un maggiordomo amorale e una cameriera tutta rigida e compassata che gli rimprovera la sua aria da libertino. Entrambi nascondono un segreto inconfessabile: lei ha rubato una spilla alla contessa, contravvenendo a tutti i suoi principî, perché la famiglia è in povertà estrema e lo stipendio di cameriera non basta; lui ama lei segretamente ma non ha il coraggio d’ammetterlo, se non in una lettera che consegnerà alla donna raccomandandole di non aprirla prima della di lui morte; cosa che puntualmente avverrà nel naufragio, ma almeno, oltre a dichiarare in qualche modo i propri sentimenti, il maggiordomo le lascia in eredità i suoi beni, compreso un appartamento affittabile. Per quanto riguarda la spilla, la poveretta aveva sperato di far sembrare la sua scomparsa un furto perpetrato da terzi: fingendo che il portagioie non si aprisse, era scesa in terza classe per farlo aprire a un passeggero, sotto la luce di una lampada in modo che si vedesse bene, per poi addossargli la colpa in un secondo momento; ella non avrà bisogno di questo ignobile trucco grazie all’aiuto del maggiordomo, che sostituisce la spilla; inoltre il poveretto cui la colpa sarebbe andata non è esattamente innocente, sia pur in altro modo.

Si tratta di un tale Peter Liuboff, anarchico e uccisore di poliziotti, su cui la polizia inglese non era riuscita a mettere le mani: s’imbarca sul Titanic in terza classe per cambiar vita, ma il fascino del bandito non si cancella cambiando nome. Ne restano vittime una giovane donna sposata a un elettricista irlandese della Harland & Wolff cui Andrews ha procurato il biglietto di terza classe per trasferirsi con la famiglia negli Stati Uniti – dove non si fanno discriminazioni evidenti contro gli operai cattolici, pare – e un passeggero apparentemente normale che è in realtà un ex soldato che tentò inutilmente di catturare il bandito e ora, riconosciutolo, cerca di vendicarsi consegnandolo all’autorità; peccato che nel frattempo la nave stia affondando, così Peter, per liberarsi di questo fanatico, è costretto a farlo fuori in un corridoio. La moglie dell’elettricista cede al fascino dell’uomo misterioso e si lascia baciare sul ponte: immediata reazione del marito, che dà un bel pugno in faccia all’uomo, il quale abbandona il campo sapendo d’averlo meritato; la donna fingerà che Peter le abbia rubato quel bacio, ma ogni dissapore dovrà arrestarsi di fronte alla necessità: tra i figli dell’elettricista c’è una bambina, Teresa, che ha una paura tremenda del mare sotto di loro e, quando la nave sta affondando, per paura che la scialuppa si rompa, ritorna a bordo correndo e gridando in preda al panico. Nella confusione generale, vien persa di vista, così Peter e il padre mettono tutto da parte per dividersi e cercarla; la troverà il padre, ma rimarranno intrappolati in una zona dei meandri della nave. Morranno abbracciati.

Tra l’equipaggio ci sono due Italiani immaginari, i fratelli Sandrini, di cui il maggiore fa il fuochista e il minore ha l’opportunità di servire in sala da pranzo in prima classe. Lì ha qualche problema con il capo sala, che non tollera il suo comportamento poco consono al luogo – il giovanotto risponde con un occhiolino a un ringraziamento di Lady Georgiana quando le porge il vassoio – e conosce una cameriera che si occupa prevalentemente della seconda classe. I due s’innamorano. Lei si salva sull’ultima scialuppa, lui e il fratello vengono rinchiusi in una stanza con i camerieri italiani del ristorante Gatti per ordine di Ismay, che li ha sì assunti, ma non sopporta certe tendenze degli Italiani, come quella al pochissima compostezza. Tutti verranno trovati da Peter, impegnato a cercare Teresa, e liberati, ma solo i Sandrini si salveranno, in qualche modo.

Complicato? Giusto un po’, ma è geniale. Il bello di questo film è che è stato realizzato quasi completamente ricorrendo a un unico articolato set, composto da alcuni locali, cabine e corridoi di prima e terza classe e da una porzione di ponte scoperto sufficiente a ospitare quattro scialuppe e rigirata in modo da sembrare ogni parte possibile della nave. Tutto è stato integrato con la computergrafica, in generale ben gestita. Ottimi i costumi. Un solo buco – fisiologico, a certi livelli di complicazione – si può riscontrare nella sceneggiatura: la famiglia Allison, con la sua cameriera, è l’occasione di sfatare la diceria che è stata concausa del fallimento della miniserie del ’96, ma questo film, in un improvviso attacco di schizofrenia della sceneggiatura, pare sostenere al contempo sia che la cameriera abbia salvato il bambino col consenso dei genitori, che non sarebbero poi riusciti a lasciarle anche la piccola Loraine – troppo attaccata alla madre – sia che i genitori non sapessero dove la cameriera avesse portato il piccolissimo Trevor.

Così concludo la mia rassegna semiseria; la quale, se vi è piaciuta, vogliatene bene a chi ha fatto i film e anche un pochino a chi ve li ha raccontati; ma se fossimo riusciti solo ad annoiarvi, credete che non si è fatto apposta.

[1] In questa sede citerò solo una scena del film Cavalcade, del 1932, in cui due personaggi si trovano sul ponte di un transatlantico e si lasciano andare a un melenso dialogo d’amore e morte per poi baciarsi: quando vanno via, l’inquadratura si restringe su un salvagente su cui campeggia la scritta «Titanic, Southampton» la quale, si noti, è sbagliata (nonostante il capolinea fosse quello, la nave era ancora registrata come se dovesse partire da Liverpool).

[2] Cfr. U. Eco, Come non usare il telefonino cellulare, in Id., Il secondo diario minimo, Gr. Ed. Fabbri-Bompiani-Sonzogno-Etas S.p.A., Milano 1992, p. 136.

[3] Cfr. G. Parini, Il giorno, qualunque edizione.

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